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La nuova Guerra fredda nei mari dell'Asia/2

Pechino e Seoul scaramucciano in mare e adesso stanno ai ferri corti

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Lunedì scorso, a largo dell’isola Sudcoreana chiamata Socheong Do, la guardia costiera di Incheon ha intercettato un’imbarcazione cinese che stava praticando pesca illegalmente, in acque appartenenti alla Corea del Sud. Gli ufficiali Sudcoreani, una volta saliti a bordo del peschereccio, sono stati assaliti dal capitano cinese e dalla sua ciurma.

Nella colluttazione, il caporale Lee Cheong-ho é rimasto ucciso da un’arma da taglio, ed un suo collega gravemente ferito. I pescatori illegali cinesi sono stati successivamente tutti arrestati, e venegono ora detenuti in attesa di giudizio, con varie accuse tra cui quelle di resistenza a pubblico ufficiale ed omicidio. Si sono tenuti ieri ad Incheon i funerali di Lee Cheong-ho, il cui grado é stato elevato a sergente con medaglia al valore. L’ufficiale, di 41 anni, lascia una moglie e tre figli piccoli.

L’incidente mostra come sia difficile per la Corea del Sud far rispettare la propria sovranità nazionale, con una marina che si stiracchia tra varie minacce sempre in agguato (dalle isole contese con il Giappone ad Est, agli attacchi vigliacchi provenienti dalla Corea del Nord, alle scorribande di pescatori illegali cinesi ad Ovest). Ma ciò che é più preoccupante sono le conseguenze a breve termine di quanto accaduto lunedì. Centinaia di cittadini sudcoreani sono scesi in piazza nel corso della settimana per protestare contro il governo cinese; la polizia di Seoul ha perfino arrestato un uomo che martedì stava per piombare con la propria auto contro la vetrata dell’Ambasciata Cinese.

Sul fronte politico, la deputata Ok-nim Chung, del Grand National Party, ha depositato all’Assembrea Nazionale, il parlamento sudcoreano, una risoluzione urgente che richiede a Pechino scuse ufficiali e la promessa di monitorare meglio il proprio traffico marittimo in uscita. Nel frattempo, il presidente Lee Myung-bak ha inviato un messaggio alla Guardia Costiera e ai parenti della vittima, in cui assicura che misure urgenti saranno adottate dal governo per evitare il ripetersi di eventi simili.

Eppure sembra difficile che il presidente, con i sondaggi a picco ed elezioni nazionali tra pochi mesi, possa chiedere ulteriori finanziamenti da destinare alla difesa. La sua reazione potrà invece essere più concreta a livello diplomatico, con Seoul che potrebbe tornare a denunciare presso la comunità internazionale il vergognoso traffico umano che avviene al confine tra Nord Corea e Cina.

La tensione tra Cina e Corea del Sud é già solitamente alta a causa della protezione internazionale garantita da Pechino al regime comunista nordcoreano. Ogni volta che Kim Jong-il si inventa qualche atto di codardia (uccidere civili sudcoreani con l’apertura improvvisa di dighe, investire con una pioggia di razzi un’isola al confine, o provocare terremoti con esperimenti atomici), la Cina riesce sempre a trovare una scusa per non condannarlo. E siccome la Cina ha un seggio permanente al consiglio di sicurezza ONU, ovviamente il regime nordcoreano la passa regolarmente liscia.

Le relazioni amichevoli tra la Cina e la Corea del Nord risalgono alla Guerra Coreana (1950-1953), quando proprio l’esercito Maoista impedì alle truppe Americane di porre fine al regime comunista del nord e di riunificare la Corea. Oggi, la Cina é interessata a mantenere il vita lo stato-prigione dei Kim perche’ funge da cuscinetto strategico, evitando che la Cina abbia confini in comune con una democrazia liberale di stampo occidentale. Recentemente, Pechino aveva addirittura difeso Pyongyang dopo che i comunisti avevano affondato la corvetta sudcoreana Cheonan, il 26 marzo 2010 (uccidendo 46 ragazzi del servizio di leva sudcoreano).

Sicuramente, l’incidente diplomatico di lunedì non aiuta queste già tormentate relazioni Sino-SudCoreane. Ma lo scacchiere diplomatico dell’estremo oriente ha talmente tanti fronti aperti che ogni evoluzione (anche nel senso della distensione) sembra possibile. Ad esempio, Pechino potrebbe decidere di sostenere Seoul in un’altra intricata diatriba: da decenni, le donne sudcoreane che furono ridotte in schiavitù sessuale dai soldati giapponesi negli anni bui del colonialismo nipponico chiedono a Tokyo di pagare loro un risarcimento e di includere la loro storia nei libri di testo giapponesi.

Fino ad ora, il Giappone ha fatto orecchie da mercante in sede ONU, ma un intervento della Cina potrebbe cambiare tutto. Ipotesi difficile per ora, ma la Corea del Sud ha bisogno di utilizzare fantasia diplomatica se vuole riuscire a barcamenarsi tra vicini scomodi e a far rispettare la proria sovranità nazionale.

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