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Pensando a Mele, i parlamentari si rassegnano al test antidroga

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L’atmosfera in piazza Montecitorio, attorno al presidio installato dall’Udc per sottoporre i parlamentari al test volontario antidroga, appariva in realtà più goliardica che impregnata della austera responsabilità di chi si sente depositario della tutela del decoro istituzionale e della pubblica morale. La disavventura di Cosimo Mele aveva già provveduto a caricare di frecce acuminate l’arco di quanti, già da tempi non sospetti, s’erano mostrati piuttosto critici nei confronti dell’iniziativa. Ma a disvelarne in tutta la sua portata la fallacità sono stati gli imbarazzati commenti con cui colonnelli e soldati semplici del partito di Pier Ferdinando Casini tentavano di replicare a chi faceva notare loro una realtà tanto ovvia quanto disarmante: il test sulla saliva rileva la presenza di sostanze stupefacenti nell’organismo soltanto se queste ultime sono state assunte dalle 14 alle 72 ore prima (a seconda del tipo di droga). Ergo, essendo la data del test nota a tutti da tempo, anche un tossicodipendente cronico avrebbe potuto uscirne indenne come un’educanda.

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“Non credo che sia così – prova a schermirsi Michele Vietti -, ma comunque, al di là delle valutazioni medico-scientifiche, l’iniziativa ha un significato simbolico e rappresenta una scelta di trasparenza del parlamentare che in qualunque momento è disponibile a far verificare le sue condizioni di integrità psico-fisica”. Ancor più sofistico Francesco D’Onofrio: “Il problema non è tanto il test in quanto tale – spiega all’Occidentale -, ma il principio che i parlamentari si sottopongano al test. Se questo non è ritenuto sufficiente, allora si approvi la legge e se ne faccia uno più serio”.

Qualche metro più in là, una delle cordiali dottoresse incaricate di rilevare l’eventuale presenza di tracce tossiche nella saliva dei parlamentari attraverso una specie di pipetta bianca, confermava la limitata retroattività del test anti-droga scelto dall’Udc, che i maggiorenti di An avevano indicato mediamente in un paio di giorni, al punto da sfidare i colleghi centristi, non senza un piccato botta e risposta, a recarsi nel pomeriggio in un altro laboratorio, per sottoporsi ad un esame tricologico. Ovvero ad un test ben più consistente dal punto di vista della validità temporale.

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La passerella in piazza Montecitorio è andata avanti fino a metà pomeriggio, con la partecipazione di esponenti di tutti i partiti del centrodestra e non senza la presenza di qualche rappresentante dell’Unione. Ma il dato più impressionante, al di là di ogni valutazione di merito, risiede nel fatto che a farsi promotori e protagonisti di un’iniziativa che di fatto sembra negare l’efficacia del controllo democratico sui rappresentanti del popolo e il funzionamento dei pesi e contrappesi del parlamentarismo, siano stati proprio gli esponenti di un’area politica che a causa delle ingerenze “anti-sistema” ha rischiato l’estinzione, e che dal “partito degli onesti”, in Parlamento e nelle aule dei tribunali, ha subìto un processo politico-giudiziario di una portata tale da condizionare ancora oggi il dibattito pubblico.

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Chissà se sono state considerazioni di questo tipo a suggerire all’onorevole Lorenzo Cesa la sua infelice sortita sui ricongiungimenti familiari degli esponenti del Parlamento. Di certo D’Onofrio dell’argomento non vuol neppure sentir parlare: “Cesa – spiega il capogruppo Udc al Senato – non ha mai detto che a pagare dovrebbe essere lo Stato, dunque io mi rifiuto di commentare una cosa mai detta, e anzi mi rammarico che gli sia stata attribuita un’affermazione che non ha mai pronunciato”. Sarà. Di certo, allo stato attuale non ci risulta alcuna legge che vieti ai parlamentari italiani che si sentono soli di ricongiungersi con i familiari a spese proprie.

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