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Pensioni, Maroni: lo scalone non l’ho voluto io

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Oggi nuovo vertice del governo sul tema pensioni. E sul banco dei deputati c’è ancora la questione “scalone”, che porta con sé serie difficoltà all’interno della maggioranza. Così l'ex ministro del Lavoro, Roberto Maroni, oggi presidente dei deputati della Lega Nord, racconta la sua scelta di innalzare l’età pensionabile dal 2008.

 “Io lo scalone l'ho subito. Non lo volevo, ma me lo imposero Bossi e Tremonti”, spiega Maroni in un’intervista a Repubblica. Si dichiara però soddisfatto della legge approvata nella scorsa legislatura dal centrodestra. E infatti afferma: “Resto orgoglioso di quella legge ma nel testo originario lo scalone non c'era. Basta tornare alla fine del 2001: nel mio disegno di legge per la riforma delle pensioni l'aumento obbligatorio dell'età pensionabile non c'era”.

“C'erano la totalizzazione dei contributi, il superbonus per incentivare la permanenza al lavoro, la riforma del Tfr. Lo scalone arrivò più di due anni dopo, durante la discussione in Parlamento. Ricordo ancora, sarà stato intorno a gennaio del 2004. Eravamo nel mio covo romano. Intorno al tavolo c'erano Tremonti, Pezzotta e Angeletti per i sindacati, e D'Amato e Parisi per la Confindustria; mancava invece la Cgil”. Così commenta Maroni.

E ancora prosegue: “In quell'occasione Tremonti dipinse un quadro drammatico. Ci disse: o si aumenta l'età pensionabile per garantire la sostenibilità del sistema previdenziale e quindi dei conti pubblici italiani, o il governo cade, l'Europa non ci fa sconti. La discussione andò avanti per tutta la notte. Alle due chiamai Bossi”.

 “La risposta -continua Maroni - fu netta: non se ne parla nemmeno. Se salta il governo non m'interessa. Io devo guardare agli interessi del popolo padano. Quella notte finì così, con la crisi di governo alle porte. Ma la mattina dopo Bossi annunciò a Radio Padania che la riforma andava fatta, nonostante fosse penalizzante per i lavoratori padani”.

“Bisognava guardare alla pensione dei giovani, spiegò. Erano gli argomenti di oggi di Veltroni, ma senza il veltronese”, ricorda Maroni. Io, come ministro del Lavoro, mi immolai, come un soldato, per difendere la linea nonostante fosse contro i nostri interessi elettorali”.

Intanto, proprio per rimanere in tema di interessi elettorali, chiare sono le parole di Oliviero Diliberto nei confronti del governo: “nella maggioranza c'è già chi sta facendo i conti del dopo Prodi. È un disastro, perchè, con tutti i suoi limiti, questo governo per noi rappresenta l'equilibrio più avanzato possibile. E c'è chi è al lavoro per scardinarlo”.

E quindi prosegue ancora  in un’intervista a Repubblica: “C'è un disegno esplicito che è stato persino teorizzato da Cordero di Montezemolo, cioè dalla Confindustria. È quello di costruire un sistema di alleanze centriste, con dei precisi referenti sociali, che tendano a marginalizzare sinistra e sindacati. È una logica che contrasta, prima che con il programma dell'Unione, con il vocabolario: Rutelli parla di coraggio riformatore, Dini ci definisce conservatori. Ma le riforme sono quelle cose che servono per estendere i diritti, non per restringerli. E conservatore e' colui che tende a mantenere dei privilegi, non la sinistra. Rutelli spaccia per riforme un pesante arretramento dei diritti”.

E il nodo centrale del problema secondo Diliberto è oggi rappresentato dal tema pensioni: “dobbiamo rispettare l'impegno di abolire l'innalzamento da 57 a 60 anni e modulare, a seconda del lavoro che si svolge, eventuali modifiche”. E questa, spiega il leader del Pdci, non e' un'apertura: "tutto il contrario. Confido che i sindacati tengano duro”.

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