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Donne in pensione a 65 anni

Per affrontare il nodo pensioni bisogna servirsi dei dati e non della retorica

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Le statistiche bisogna saperle leggere. In Italia, invece, si è soliti usare i dati alla stregua di come gli ubriachi si servono dei lampioni: per appoggiarvisi nel loro incerto procedere e non per avvalersi della illuminazione stradale allo scopo di camminare meglio e non inciampare. Prendiamo il caso delle pensioni, uno dei temi che rientrano nella grande retorica nazionale a fianco del tormentone sul precariato.

Nelle settimane scorse, Antonio Mastrapasqua, presidente plenipotenziario dell’Inps, nella solennità di Montecitorio (probabilmente una delle ultime occasioni prima che il Palazzo diventi un bivacco per i manipoli dell’antipolitica), ha presentato il Rapporto annuale 2010. Il giorno dopo, i quotidiani davano conto del fatto che la metà dei pensionati viveva con meno di 500 euro mensili. Ovviamente, basterebbe guardarsi attorno per capire che qualche cosa non torna, visto che in generale gli anziani non muoiono di fame o non chiedono l’elemosina agli angoli delle strade. Anzi, in un altro capitolo delle lamentazioni nazionali si racconta che sono i nonni ad aiutare i nipoti precari con la loro pensione. Quale è davvero la realtà? Per saperlo con una certa approssimazione, basta mettere a confronto quanto sta scritto a pagina 144 con ciò che compare nel grafico a pagina 165 del Rapporto.

Nel primo caso viene confermato che il 50,8% delle pensioni erogate è inferiore a 500 euro mensili. Al di sotto di 1000 euro è compreso addirittura il 79% dei trattamenti erogati nel 2010. Se si considera, invece, il reddito pensionistico percepito (includendo sia la pensione Inps che quella erogata da altri enti previdenziali) si scopre che è pari al 23,3% il numero dei pensionati con meno di 500 euro mensili (il 30.4% femmine e il 15,9% maschi), mentre il 31,3% percepisce un trattamento compreso tra 500 e 1000 euro. Il 23,8% (22,2% femmine e 25,7% maschi) è incluso nella fascia tra 1000 e 1500 euro. L’11,6% tra 1500 e 2000 euro. Più si sale più le coorti diventano rarefatte e più vedono prevalere i maschi (che sono il 4,6% contro lo 0,9% delle femmine al di sopra dei 3000 euro).

C’è poi un altro aspetto che andrebbe fatto notare. Nelle statistiche richiamate rientrano anche le pensioni di invalidità e quelle ai superstiti che sono strutturalmente più basse di quelle di vecchiaia o di anzianità. Le prime (invalidità e inabilità) sono solitamente sorrette da una contribuzione limitata, le seconde (indirette o reversibilità) sono formate, in generale, da una parte dell’assegno che spettava al <de cuius>.

Con queste precisazioni non intendiamo certo sostenere che tutto va per il meglio nel sistema pensionistico, ma ricordare che è ineliminabile un rapporto tra le retribuzioni degli attivi e il livello delle pensioni. Al momento della quiescenza non arriva uno zio d’America che da’ a ciascuno secondo i suoi bisogni, ma subentra un funzionario allo sportello di un ente previdenziale che applica una formula di calcolo in base all’età anagrafica e ai contributi versati durante la vita lavorativa.

Merita, infine, una precisazione l’andamento dei trattamenti erogati dalla Gestione separata presso l’Inps, quella a cui sono iscritti, tra gli altri, i c.d. precari. Se gli assegni erogati nel 2010 sono bassi non vuol dire che i giovani collaboratori siano condannati a pensioni da fame. In primo luogo perché nessuno fa il collaboratore precario per tutta la vita, ma soprattutto perché i trattamenti corrisposti l’anno scorso sono destinati a persone già pensionate da altri enti e che hanno continuato a lavorare con un rapporto di collaborazione, maturando un supplemento di pensione. Ben pochi, iscritti, in via esclusiva, alla Gestione al momento della sua costituzione nel 1996 o dopo, hanno potuto maturare i requisiti richiesti.

Si parla in questi giorni di nuovi interventi in tema di pensioni allo studio da parte del Governo nel quadro della manovra. E ovviamente fioccano le smentite dei ministri e le critiche delle opposizioni e dei sindacati. Anche ammesso che il ritrovato equilibrio del sistema pensionistico non abbia bisogno di nuove misure, è arduo immaginare che - per la sua consistenza nell’ambito della spesa pubblica - il settore della previdenza non sia chiamato a fornire un contributo ad una manovra che, da oggi al 2014, dovrebbe portare al pareggio di bilancio. Per tanti comprensibili motivi, maneggiare la materia delle pensioni richiede cautela e gradualità. Rimane, tuttavia, aperto, nell’ordinamento, la questione dell’età pensionabile di vecchiaia delle lavoratrici del comparto privato, ancora ferma a sessant’anni come maturazione del diritto (a cui si aggiungono, rispettivamente per il lavoro dipendente e autonomo, un anno e 18 mesi per l’esercizio del diritto stesso: le c.d. finestre). Un graduale allineamento con il requisito anagrafico previsto per i lavoratori (65 anni) comporterebbe risparmi importanti, stimabili intorno ad un miliardo di euro l’anno. E’ un passo che il Paese deve compiere, anche sul piano culturale, magari introducendo, a compensazione, nuove e più adeguate forme di tutela durante la vita lavorativa per i periodi di maternità e di cura.

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2 COMMENTS

  1. Era ora!
    Finalmente le donne vanno in pensione alla stessa età degli uomini. C’è voluta la foglia di fico di una decisione dell’UE per zittire tutti e accettare questa riforma. Le donne non hanno mai dovuto fare il servizio di leva obbligatorio, vanno in pensione prima e muoiono più tardi. Perchè nessuno politico o movimento ha mai gridato al ‘sessismo’ e alla discriminazione? Complimenti ai POV (POlitici Vigliacchi) passati e presenti per il coraggio dimostrato!

  2. In risposta ad articolo Cazzola su pensioni
    Suggerimenti per la riforma delle pensioni

    Oltre alle pensioni da lavoro occorrerebbe mettere sotto i riflettori (e la scure) dei risparmi anche le prestazioni pensionistiche sociali e le reversibilità.
    Una recente sentenza della Cassazione ha riconosciuto la pensione sociale ad un cittadino ecuadoregno, senza valutare in quale modo egli si fosse sostenuto in Italia nei 15 anni della sua permanenza. E’ del tutto probabile che la persona in questione abbia svolto lavoro in nero per tutto il periodo, rimanendo sconosciuto al fisco e all’INPS ed abbia aggiunto infine danno al danno con la richiesta di pensione sociale. Che la Corte abbia assecondato questa pretesa ce ne fa comprendere la mentalità avulsa dal contesto.

    A questo proposito si valuti che i dati disponibili sul lavoro della badanti informano che circa la metà sono in nero. E dal sito ufficiale degli ambulanti risulta che il 98% degli ambulanti extracomunitari non effettua versamenti INPS.

    Se si incrocia questo dato con le preoccupazioni espresse da Mastropasqua sulle pensioni dei co.co.co. (nel mese di ottobre 2010 ebbe a dire: “se diffondiamo le proiezioni pensionistiche dei co.co.co. scoppia una sommossa…”) potremmo sostenere che l’affermazione catto-comunista: “Gli immigrati ci pagano le pensioni” è del tutto falsa ed è più vera l’affermazione contraria: “i giovani co.co.co. pagano la pensione agli immigrati indigenti”. La verità è che le gestioni in attivo (artigiani e commercianti ad esempio) pagano le pensioni a quelli che non le hanno pagate, politici o immigrati che siano.

    Occorre anche sfatare il mito dell’immigrato “costretto” al lavoro nero. Nella gran parte dei casi ormai si tratta di un partito preso proprio per sfuggire a fisco e INPS. Questo spiega anche il paradosso dei 2 milioni di giovani italiani che non studiano e non lavorano. In realtà si sono “marocchinizzati” (gergo tecnico del mondo sommerso), cioè hanno adottato lo stile di lavoro degli extracomunitari che sfugge a qualsiasi rilevazione. L’importante è non riemergere mai e poi a 65 anni si chiede la sociale, che paradossalmente è più alta delle pensioni di tanti che hanno versato.

    Quanto alla reversibilità, le storture di sistema hanno reso le pensioni di coloro che hanno versato prima della riforma Dini assolutamente preziose ed imperdibili. Di qui le morti dei pensionati non dichiarate e l’esplosione dei matrimoni tra vecchietti e giovani, badanti o meno che siano. Dati allarmati sulla crescita del fenomeno sono stati pubblicati pochi mesi fa da Italia oggi, ma la proposta incardinata presso la commissione lavoro non muove un passo. Poco tempo fa sono andate a protestare le casalinghe dicendo che già l’attuale regime è penalizzante.

    Ma l’istituto della reversibilità è nato in funzione di una concezione “normale” (o arcaica?) di famiglia che prevedeva un matrimonio stabile (la reversibilità è precedente al divorzio) l’uomo e la donna di età più o meno simili, lui al lavoro, lei a casa a badare ai figli. Di qui la necessità di intervenire in favore della moglie in caso di premorienza del marito.
    L’abuso che si fa oggi della reversibilità deriva dal tradimento della sua concezione base. Tale abuso è sostenuto a molti livelli: di recente la Corte Ue ha sentenziato che, ove riconosciute, alle coppie gay spetta la reversibilità. Di fatto questa sentenza dovrebbe impedire al legislatore accorto di normare sulle coppie omosessuali, proprio per evitare esplosione di pensioni di reversibilità scorrettamente maturate e in danno della collettività.
    L’errore di fondo della logica catto-comunista, che sembra permeare anche la UE, consiste nel fatto che le pensioni sono considerate una sorta di premio o di emolumento comunque spettante, più che il risultato di un calcolo matriciale. E la sacrosante tutela del più debole è diventata una sorta si ossessione che consente ai “presunti più deboli” di ottenere più del lecito e del dovuto.

    Quanto sinora esposto fa capire quale rischio corrano di qui a poco i conti dell’INPS. Una riforma pensionistica dovrebbe intervenire su pensioni sociali e reversibilità, a partire dai principi ispiratori di questi due istituti, per evitare che la Magistratura (che ormai è a tutti gli effetti una terza Camera) possa vanificare quanto stabilito dal Governo.
    Quanto alla pensione sociale occorre riconoscere che essa è il riconoscimento di non meno di 40 anni di lavoro in favore del prossimo, riconoscimento che deve essere eseguito da un tribunale a seguito di indagini di polizia. Non può essere un sostegno all’indigenza perché in forza del welfare di cui disponiamo l’indigenza è diventata un mestiere.
    Quanto alla reversibilità essa dovrebbe essere riconosciuta in misura crescente in base agli anni di matrimonio e al numero dei figli e in misura inversa alla differenza di età degli sposi.

    Insomma, la 20enne che sposa il 70enne ci passi almeno 10 anni assieme. Se si lamenta che così le neghiamo i suoi diritti, vuol dire che non s’è sposata per amore!

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