Per affrontare il nodo pensioni bisogna servirsi dei dati e non della retorica

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Per affrontare il nodo pensioni bisogna servirsi dei dati e non della retorica

20 Giugno 2011

Le statistiche bisogna saperle leggere. In Italia, invece, si è soliti usare i dati alla stregua di come gli ubriachi si servono dei lampioni: per appoggiarvisi nel loro incerto procedere e non per avvalersi della illuminazione stradale allo scopo di camminare meglio e non inciampare. Prendiamo il caso delle pensioni, uno dei temi che rientrano nella grande retorica nazionale a fianco del tormentone sul precariato.

Nelle settimane scorse, Antonio Mastrapasqua, presidente plenipotenziario dell’Inps, nella solennità di Montecitorio (probabilmente una delle ultime occasioni prima che il Palazzo diventi un bivacco per i manipoli dell’antipolitica), ha presentato il Rapporto annuale 2010. Il giorno dopo, i quotidiani davano conto del fatto che la metà dei pensionati viveva con meno di 500 euro mensili. Ovviamente, basterebbe guardarsi attorno per capire che qualche cosa non torna, visto che in generale gli anziani non muoiono di fame o non chiedono l’elemosina agli angoli delle strade. Anzi, in un altro capitolo delle lamentazioni nazionali si racconta che sono i nonni ad aiutare i nipoti precari con la loro pensione. Quale è davvero la realtà? Per saperlo con una certa approssimazione, basta mettere a confronto quanto sta scritto a pagina 144 con ciò che compare nel grafico a pagina 165 del Rapporto.

Nel primo caso viene confermato che il 50,8% delle pensioni erogate è inferiore a 500 euro mensili. Al di sotto di 1000 euro è compreso addirittura il 79% dei trattamenti erogati nel 2010. Se si considera, invece, il reddito pensionistico percepito (includendo sia la pensione Inps che quella erogata da altri enti previdenziali) si scopre che è pari al 23,3% il numero dei pensionati con meno di 500 euro mensili (il 30.4% femmine e il 15,9% maschi), mentre il 31,3% percepisce un trattamento compreso tra 500 e 1000 euro. Il 23,8% (22,2% femmine e 25,7% maschi) è incluso nella fascia tra 1000 e 1500 euro. L’11,6% tra 1500 e 2000 euro. Più si sale più le coorti diventano rarefatte e più vedono prevalere i maschi (che sono il 4,6% contro lo 0,9% delle femmine al di sopra dei 3000 euro).

C’è poi un altro aspetto che andrebbe fatto notare. Nelle statistiche richiamate rientrano anche le pensioni di invalidità e quelle ai superstiti che sono strutturalmente più basse di quelle di vecchiaia o di anzianità. Le prime (invalidità e inabilità) sono solitamente sorrette da una contribuzione limitata, le seconde (indirette o reversibilità) sono formate, in generale, da una parte dell’assegno che spettava al <de cuius>.

Con queste precisazioni non intendiamo certo sostenere che tutto va per il meglio nel sistema pensionistico, ma ricordare che è ineliminabile un rapporto tra le retribuzioni degli attivi e il livello delle pensioni. Al momento della quiescenza non arriva uno zio d’America che da’ a ciascuno secondo i suoi bisogni, ma subentra un funzionario allo sportello di un ente previdenziale che applica una formula di calcolo in base all’età anagrafica e ai contributi versati durante la vita lavorativa.

Merita, infine, una precisazione l’andamento dei trattamenti erogati dalla Gestione separata presso l’Inps, quella a cui sono iscritti, tra gli altri, i c.d. precari. Se gli assegni erogati nel 2010 sono bassi non vuol dire che i giovani collaboratori siano condannati a pensioni da fame. In primo luogo perché nessuno fa il collaboratore precario per tutta la vita, ma soprattutto perché i trattamenti corrisposti l’anno scorso sono destinati a persone già pensionate da altri enti e che hanno continuato a lavorare con un rapporto di collaborazione, maturando un supplemento di pensione. Ben pochi, iscritti, in via esclusiva, alla Gestione al momento della sua costituzione nel 1996 o dopo, hanno potuto maturare i requisiti richiesti.

Si parla in questi giorni di nuovi interventi in tema di pensioni allo studio da parte del Governo nel quadro della manovra. E ovviamente fioccano le smentite dei ministri e le critiche delle opposizioni e dei sindacati. Anche ammesso che il ritrovato equilibrio del sistema pensionistico non abbia bisogno di nuove misure, è arduo immaginare che – per la sua consistenza nell’ambito della spesa pubblica – il settore della previdenza non sia chiamato a fornire un contributo ad una manovra che, da oggi al 2014, dovrebbe portare al pareggio di bilancio. Per tanti comprensibili motivi, maneggiare la materia delle pensioni richiede cautela e gradualità. Rimane, tuttavia, aperto, nell’ordinamento, la questione dell’età pensionabile di vecchiaia delle lavoratrici del comparto privato, ancora ferma a sessant’anni come maturazione del diritto (a cui si aggiungono, rispettivamente per il lavoro dipendente e autonomo, un anno e 18 mesi per l’esercizio del diritto stesso: le c.d. finestre). Un graduale allineamento con il requisito anagrafico previsto per i lavoratori (65 anni) comporterebbe risparmi importanti, stimabili intorno ad un miliardo di euro l’anno. E’ un passo che il Paese deve compiere, anche sul piano culturale, magari introducendo, a compensazione, nuove e più adeguate forme di tutela durante la vita lavorativa per i periodi di maternità e di cura.