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La foto di Bologna archiviata

Per Bertolaso è un “trionfo”, per il Centrodestra una Waterloo

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Il dato politico era chiaro già prima che Guido Bertolaso diffondesse i dati sulle “gazebarie” andate in scena a Roma nel weekend: il centrodestra unito, quello del palco di Bologna con Berlusconi, Salvini e Meloni, insieme per essere competitivi, non esiste più o quasi. Una croce sulla coalizione romana la mettono in buon ordine proprio i protagonisti dello schieramento.

 

Bertolaso dice no ad eventuali ticket con Giorgia Meloni in cui si troverebbe a giocare il ruolo del vice e aggiunge “possiamo andare avanti anche senza Matteo Salvini”. Meloni chiede al più presto un incontro chiarificatore con gli altri partner della coalizione ma in serata aggiunge: “abbiamo contribuito al risultato dei gazebo invitando i romani a votare con spirito unitario. Anche il nostro impegno è stato sfruttato per delegittimare me e il movimento che rappresento. Una follia. Poteva essere una festa per il centrodestra ed è servito come palchetto per decretare il funerale della coalizione”. Salvini conferma il suo no alla candidatura di Bertolaso – i leghisti hanno disertato i gazebo forzisti – e tifa per una discesa in campo della Meloni.

 

Insomma grande è la confusione nel centrodestra romano e, ripetiamolo, la foto opportunity di Bologna a questo punto può essere messa nel cassetto, sicuramente nella Capitale, vedremo a livello nazionale. Questo il dato politico. Poi ci sono i numeri delle “gazebarie”. Un “trionfo”, per Forza Italia. Secondo il candidato sindaco, Bertolaso, quasi 50 mila votanti sono andati ai gazebo e il 96 per cento ha votato sì al referendum sull’ex capo della protezione civile, ma c’è già chi sottolinea come ai gazebo non venisse chiesto un documento d’identità. Il presupposto per Bertolaso era superare i diecimila elettori per continuare la corsa verso il Campidoglio. Se diamo per buoni i dati forniti da Forza Italia, Bertolaso ha raggiunto e superato l’obiettivo. Ma da qui a definirlo un trionfo ce ne vuole. Se il dato, quel quasi 50 mila, fosse confermato, sarebbero la metà degli elettori mobilitati dal centrosinistra alle primarie che portarono poi sciaguratamente in Campidoglio Marino.

 

Un risultato, quello di Bertolaso, che se mai può essere paragonabile alle primarie vinte da Merola, Fassino o Doria nel 2011, se non fosse che Roma ha una popolazione e di riflesso un elettorato assai più imponente rispetto a quello di Bologna, Torino o Genova. Bertolaso avrebbe mosso poco più di quanto fece il Pd scegliendo Renzi come sindaco di Firenze nel 2009, ma molto meno di quanto è accaduto con Pisapia a Milano, e di nuovo, Roma è molto più grande di Firenze e anche di Milano. Insomma rallegrarsi per il risultato del genere e definirlo un trionfo rischia di portare Berlusconi, Forza Italia e Bertolaso su un terreno scivoloso assai. Tanto più che il quadro politico, come abbiamo visto all’inizio, nel centrodestra promette tempesta.

 

Dunque un candidato che non unisce i cuori, non muove grandi masse di romani, e che non può certo essere definito il nuovo che avanza. A Roma serve discontinuità con il passato, lo andiamo scrivendo da tempo. Serve una proposta alternativa che sappia pescare al di là degli schieramenti puntando a vincere, non solo a dare una prova di forza (e neppure una grande forza), come ha fatto Forza Italia nel weekend.

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