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Per Bush l’opzione militare in Iraq è ancora quella giusta

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"Quasi sei anni dopo gli attacchi dell'Undici Settembre l'America rimane una nazione in guerra. la rete terrorista che ci ha attaccato quel giorno è determinata a colpire ancora la nostra nazione, e noi dobbiamo fare tutto ciò che è in nostro potere per fermarli". Queste le parole del Presidente Bush in visita martedì alla base aerea di Charleston nella Carolina del Sud.

Il “Comandante in Capo” ha poi detto che al-Qaeda in Iraq è guidata personaggi fedeli ad Osama Bin Laden, collegando di fatto l'organizzazione terrorista agli attacchi dell'Undici Settembre. Alcuni esperti hanno criticato il presidente su questo punto, accusandolo di semplificare troppo la questione. Bush ha poi continuato dicendo, "La lezione più importante dagli attacchi dell'Undici Settembre sta nel fatto che il miglior modo di proteggere l'America è andare all'attacco, combattere i nemici oltreoceano così da non doverli affrontare in patria. E questo è esattamente ciò che i nostri uomini e le nostre donne in uniforme stanno facendo in tutto il mondo”.

Il presidente ha parlato di fronte a circa trecento soldati appartenenti alla “437esima Airlift Wing” affermando anche: “Ecco il tema principale: al-Qaeda in Iraq è guidata da leader stranieri fedeli ad Osama Bin Laden. E come Bin Laden, anche loro sono assassini dal sangue freddo che uccidono innocenti per perseguire gli obbiettivi politici di al-Qaeda...alla fine però, nonostante l'evidenza, qualcuno vi dirà che al-Qaeda in Iraq non è veramente al-Qaeda e che non rappresenta un reale minaccia per l'America...è come assistere alla scena di un uomo che entra in una banca con il volto coperto e una pistola e dire che probabilmente quell'uomo è lì solo per incassare un assegno”.

Alla fine del suo “speech”, durato circa 28 minuti, Bush si è appellato alla nazione perché capisca che si deve dare al Generale Petraeus e alle sue truppe il tempo di mettere le cose a posto e di sconfiggere al-Qaeda in Iraq per il bene di tutti”.

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Il discorso ha suscitato reazioni opposte da parte degli esperti americani di sicurezza nazionale e di terrorismo ma, in generale, hanno prevalso le critiche. Alcuni hanno fatto notare come le parole di Bush fossero caute e morigerate, indicando nel suo discorso una certa vena di chiarezza in merito alla situazione della minaccia terrorista. Altri come, Robert Grenier- ex-capo del reparto anti-terrorismo alla Cia- hanno giudicato il briefing di martedì troppo semplicistico, “Credo che quello che sta dicendo il Presidente sia in un certo senso fondamentalmente fuorviante”, ha argomentato Grenier, “Se intende dire che l'invasione dell'Iraq da parte americana non ha creato più jihadisti dediti ad uccidere gli americani e che l'Iraq ha funzionato come un magnete e che questi terroristi sarebbero stati attratti verso qualche altro posto, ciò è totalmente ingenuo da parte sua”, ha chiosato l'ex-funzionario della Cia.

Anche l'ex-direttore della Central Intelligence Agency, John McLaughlin si si è schierato su posizioni simili a quelle del suo collega Grenier. McLaughlin ha parlato di una situazione molto più complicata che include una guerra civile, tensioni di tipo nazionalista e vari altri aspetti, troppo complicati per essere riassunti in un discorso tipo quello di Bush. “Non ci sono dubbi sul fatto che al-Qaeda in Iraq abbia un ruolo importante in questo conflitto, ma descriverlo unicamente in questi termini è come descrivere una partita a dama quando quello con cui realmente abbiamo a che fare è una partita a scacchi”, ha detto McLaughlin.

Secondo la CNN molte delle critiche ricevute da Bush nascondono la volontà dei democratici di ritirare le truppe dall'Iraq per impiegarle sul teatro di guerra afghano. La parola “al-Qaeda” è stata pronunciata 93 volte in circa mezz'ora, questo deve aver convinto la stampa americana in merito alla ferrea volontà di rimanere in Iraq dello stesso presidente. La strategia sarebbe semplice: enfatizzare il ruolo dell'organizzazione terrorista di Bin Laden nel causare stragi e violenza in Iraq, minimizzando quello delle divisioni tra sunniti e sciiti.

In realtà il discorso di Bush andrebbe letto in connessione con il nuovo piano per la “sicurezza sostenibile”, che è stato recentemente redatto da militari americani d'alto rango e approvato dall'ambasciatore Usa in Iraq. Il piano, conosciuto col nome di “Joint Campaign Plan”, prevede un ritiro delle truppe Usa entro il la fine del 2009 e rappresenta nero su bianco la nuova strategia presentata dal Presidente Bush a Gennaio, che prevedeva un cambio di rotta non indifferente: invece di puntare sull'addestramento dell'esercito iracheno infatti, si decise allora di aumentare il numero di soldati Usa in Iraq in modo da garantire maggior sicurezza alla gente del luogo.

Pensato dal Generale David H. Petraeus, dall'ambasciatore Ryan C. Crocker, dal Segretario della Difesa Robert M. Gates e dal capo del Comando Militare Centrale, William J. Fallon, il piano dovrebbe essere presentato ufficialmente nel corso della prossima settimana, stando a quanto riportato dalNew York Times, che ha potuto ascoltare una persona informata sui fatti.

Il punto centrale del “Joint Campaign Plan”, sempre secondo il NYT, sta nel fatto che gli Stati Uniti d'America riconoscono di non essere in grado di trovare una soluzione militare al problema iracheno ma che, allo stesso tempo, le condizioni necessarie a favorire un processo di riconciliazione politica sarebbero raggiungibili solamente tramite l'uso della forza.

Alla realizzazione del nuovo piano hanno partecipato i massimi esperti del settore attualmente disponibili oggi negli States: gente come il Colonnello McMaster, che era il comandante dell'operazione “Clear, Hold and Build” (ripulisci, difendi e costruisci) che ha permesso di riportare ad uno stato di semi-normalità la zona di Tal-Afar, oppure il Colonnello John R. Martin, che insegna all'Army War College (il Collegio di Guerra dell'Esercito) e che era un compagno di Petraeus all'Accademia di West Point (ritenuta all'unanimità la migliore accademia militare statunitense e quindi una delle migliori al mondo). Anche esperti non militari come Stephen D. Biddle, del Council on Foreign Relations, hanno preso parte alla stesura del “Joint Campaign Plan”.

Di pari passo con la strategia militare, inoltre, si è attivata la diplomazia Usa, come dimostra il nuovo incontro tra i delegati statunitensi e quelli iraniani che si è tenuto ieri nella capitale irachena. Il focus della riunione di giovedì, come quella storica del maggio scorso, era la sicurezza interna all'Iraq, ma, secondo alcuni critici, i vertici militari statunitensi sarebbero scettici in merito all'efficacia effettiva di questi meeting, soprattutto a causa della reticenza e della scarsa affidabilità dei diplomatici iraniani.

A Washington sono in pochi a credere nella buona fede del governo Ahmadinejad e molti a ritenere questo incontro come una concessione fatta dall'attuale amministrazione agli esperti che si sono occupati di redarre l'oramai famoso documento bi-partisan “Baker-Hamilton”, il quale invocava, come soluzione al problema iracheno, trattative diplomatiche con il governo di Teheran.

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1 COMMENT

  1. Per Busch l’opzione militare in Iraq è ancora quella giusta
    Gentile l’Occidentale, dopo aver letto attentamen-
    te il Vs articolo su Busch e l’Iraq mi viene da
    pensare che come amico degli Stati Uniti, io pen-
    so che la Casa Bianca deve prepararsi ad un lungo
    e durissimo conflitto con questa gente. Paragona-
    bile al nazismo o alla guerra fredda con l’URSS.

    Non fidarsi poi degli si fa per dire “alleati UE”
    che a parole ti seguono e poi nei fatti ti lasciano solo (Vedi Spagna e Italia).

    C’è poi un problema che oltre ad essere umano
    (perdita di quasi 4.000 soldati) è anche un pro=
    blema di costi. Fino ad ora gli USA hanno speso
    un trilione di dollari ossia (1.000.000.000.000)
    una cifra enorme che poteva essere impiegata nella
    ricerca scientifica, o nel sociale.

    Di tutto questo approfittano le nazioni rivali le
    quali lasciando soli gli USA a cavarsela con le
    guerre, investono i loro capitali appunto in
    altri comparti economici assicurandosi dei vantaggi scientifici ed economici insperati.

    Quindi a mio parere sarebbe meglio alleggerirsi
    dalla posizione e lasciare che il governo locale faccia anche un po da solo.

    Cosi facendo si comincerebbe risparmiare vite umane e poi anche capitali altrimenti investiti
    su altri comparti economici.

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