“Per cacciare Gheddafi occorrono truppe di terra e la diplomazia”
06 Maggio 2011
Tutto in quindici giorni. All’inizio della scorsa settimana l’esercito di Gheddafi bombarda a tappeto Misurata, la terza città della Libia in mano ai ribelli: i morti sono trenta. Il 28 aprile un’esplosione di probabile matrice terroristica distrugge il caffè Arganà di Marrakesh, in Marocco, mietendo sedici vittime. Nel frattempo Lampedusa viene di nuovo svuotata dagli immigrati che ora sono dislocati nei centri d’accoglienza italiani. Mentre i leader europei litigano su chi deve accogliere gli immigrati, a Roma la maggioranza di governo rischia grosso per i diktat della Lega, decisa a terminare il prima possibile l’intervento militare in Libia e frenare l’ondata migratoria verso l’Europa. Mercoledì scorso il Parlamento approva una mozione di Pdl e Lega per ridefinire il ruolo dell’Italia nella missione in Libia, il segno di un’intesa politica che però, secondo il parlamentare del Pdl ed ex ministro degli Esteri Antonio Martino, non servirà né a frenare la violenza dell’esercito del raìs libico né a tamponare il problema dell’immigrazione.
Onorevole Martino, tra Pdl e Lega ci sono stati degli attriti sulla missione militare in Libia ma, alla fine, la maggioranza ha trovato la quadra. Come giudica il risultato della votazione di mercoledì scorso alla Camera?
Un risultato certamente positivo per la coesione della maggioranza. Che ci fossero differenze tra Pdl e Lega su alcune linee di politica estera non è un fatto nuovo ma, del resto, la sinistra ha dato spettacoli ben peggiori: abbiamo avuto casi di ministri in carica che partecipavano a cortei contro la politica estera del loro stesso governo.
In una parte del testo della mozione si legge che gli aerei italiani devo avere una “maggiore flessibilità operativa”. Dobbiamo considerarci in guerra oppure no?
Un quesito come questo appare in larga parte obsoleto. La guerra come la intendeva una volta il legislatore Costituente era un conflitto fra nazioni o coalizioni di nazioni che, come accadde durante le due guerre mondiali, deflagrava e si espandeva in tutto il mondo. Oggi non si può distinguere tra pace e guerra: ci sono missioni militari che in genere non riguardano la guerra di un Paese contro un altro, ma che hanno lo scopo di proteggere la popolazione civile all’interno di uno Stato. Il caso della guerra in Iraq, a cui partecipammo dopo che il conflitto era già stato vinto, è tipico: nell’immaginario dei partecipanti alla missione militare contro Saddam, tiranno sanguinario e corrotto, si trattava di qualcosa di analogo alla guerra contro il nazismo o il fascismo.
E’ convinto che sia necessario un intervento più deciso contro Gheddafi?
Ero favorevole a una maggiore tempestività. Intervenire a febbraio avrebbe avuto un senso: si poteva impedire la carneficina che poi Gheddafi avrebbe fatto ai danni della popolazione civile. Invece, sia pure col mandato dell’Onu e sotto l’ombrello della Nato, ci siamo mossi in ritardo, per altro in un paese in cui non mi sembra ci siano particolari ambizioni democratiche. Temo che in Libia lo scontro sia tra il brutale dittatore che conosciamo, grottesco ed ex terrorista, e l’islamismo (sia pure in versione locale) che sembra ispirare i leader della Cirenaica.
Come è possibile fermare la violenza dell’esercito del raìs?
Se l’obiettivo è cacciare Gheddafi non ci si può certo affidare solo all’aviazione. Per attuare un regime change devono intervenire le truppe di terra o le truppe di terra insieme a un’azione diplomatica per convincere il dittatore ad andarsene. Qui non stiamo parlando di Ben Alì o Mubarak: Gheddafi non se ne andrà fin quando non avrà ammazzato l’ultimo dei suoi nemici. Se non si riesce ad impedirglielo eliminandolo fisicamente o con le bombe, ho qualche perplessità che lui possa lasciare la scena.
Nella mozione la maggioranza dice che i bombardamenti degli aerei italiani continueranno, ma solo nel caso in cui si eviterà di mettere a repentaglio la sicurezza dei nostri piloti e quella dei civili. E’ possibile partecipare ad un conflitto militare con queste premesse?
Stiamo parlando di indicazioni diplomatiche per consentire un accordo comune su una mozione, sperando così di evitare una crisi di governo. Ma ho qualche perplessità che la mozione possa stare in piedi così com’è. Non dimentichiamo che, fra mercenari e soldati, Gheddafi è in grado di dispiegare una potenza di fuoco superiore a quella dei suoi avversari.
Secondo lei bisogna cambiare strategia diplomatica oppure intraprendere un’azione militare più decisa?
Entrambe le cose. Io credo al dialogo solo quando entrambi i dialoganti sono armati. Non vedo perché colui che è armato debba concedere qualcosa al disarmato. Questa è una delle contraddizioni della sinistra che blatera sul dialogo e poi è contraria agli armamenti. Gli accordi si fanno solo se si è ugualmente armati: se uno dei due è più forte non starà mai a sentire l’altro. Dunque è necessaria una presenza militare credibile che rappresenti una minaccia reale all’incolumità di Gheddafi e, a quel punto, un’azione diplomatica.
Oggi il ministro Frattini ha detto che le operazioni militari in Libia potrebbero terminare nel giro di un mese. Ne è convinto anche lei?
Certamente Frattini sa cose che io non so, quindi immagino che quanto ha riferito si basi su questi elementi. Anche se non sono ottimista mi auguro comunque che abbia ragione. Una volta feci una previsione pessimista che suscitò l’ilarità e il sarcasmo della sinistra. Dissi che in Afghanistan la situazione, essendo enormemente più complessa di quella in Iraq, avrebbe portato il conflitto a durare almeno dieci anni. Immagino che adesso abbiano smesso di ridere.
L’Afghanistan, in effetti, è sempre stato l’obiettivo strategico nella lotta al terrorismo, ma parliamo delle altre missioni che vedono coinvolti i nostri militari. L’intervento in Libano, per esempio, non ha dato i risultati sperati: Hezbollah è ancora operativo. Ci aiuta a ricostruire da dove nacque la decisione di intervenire in Libano?
Sono stato contrario alla missione Unifil sin dall’inizio, perché era stata sollecitata da Massimo D’Alema per far dimenticare la figuraccia che aveva fatto fare all’Italia cancellando “Nuova Babilonia”, la missione civile organizzata dal suo ministero e guidata da un funzionario italiano dell’ONU che doveva provvedere ad addestrare gli iracheni per l’opera di ricostruzione. Per dar ragione ai pacifisti, D’Alema l’ha cancellata e, per rimediare al danno, impegnò il Paese in una missione perfettamente inutile, quella in Libano, appunto.
Come giudica la proposta della Lega di ritirare le forze italiane dal Libano?
Mettiamola in questi termini: è vero che il mandato dell’Onu era di non consentire il passaggio di armi dalla Siria verso Hezbollah, ma questo non lo si poteva fare. Il mandato dell’Onu era anche quello di disarmare Hezbollah, ma neanche questo si poteva fare. Allora cosa ci stiamo a fare in Libano? Io sono per ri-dispiegare le truppe dal Libano in Afghanistan. Abbiamo un utilizzo abbastanza criticabile delle nostra scarsissime risorse militari. Ad esempio, i Parà che sono nel "Paese dei Cedri" potrebbero essere più utilmente dispiegati in Afghanistan, dove ce n’è disperato bisogno.
La crisi nordafricana ha toccato un nervo scoperto del governo. Gli sbarchi a Lampedusa non si fermano e il Carroccio fa continue pressioni sulla maggioranza.
Come ministro degli Interni Maroni si sta comportando in modo splendido. Il problema della Lega è che non riesce a rendersi conto che le tendenze demografiche in atto non ci consentono di affrontare il problema dell’immigrazione in modo semplicistico. Abbiamo un’Europa che è moribonda: i demografi considerano moribondi quei paesi che hanno un tasso di natalità di 1,5 o inferiore ad esso. Sono 30 i paesi moribondi nel nostro continente. Di fronte a noi invece abbiamo un’esplosione demografica, specie nella sponda sud del Mediterraneo, per cui nel 2020 ci saranno al mondo 1 miliardo di uomini di età compresa tra i 15 e i 29 anni. Di questi, 60 milioni saranno europei, mentre 300 milioni saranno musulmani. Questi ultimi, disperati, disoccupati e insufflati di propaganda islamista, saranno dislocati nella costa sud del Mediterraneo. Presto dovremo fare i conti con i due fratelli minori dell’islamismo: il terrorismo e l’immigrazione di massa.
Come possiamo tenere sotto controllo il problema?
Intanto l’Europa ha dimostrato di non esistere: lo si capisce dalla necessità di rivedere il trattato di Schengen. Vorrei che i nostri amici europei, e non solo, riflettessero su un dato: nel 1870 il paese col più alto reddito pro capite al mondo era l’Australia, un continente vuoto. Anche gli Stati Uniti, nello stesso anno, erano un paese vuoto. Però, dal 1870 al 1926, mentre l’Australia ha praticato una politica sull’immigrazione di tipo selettivo, gli Stati Uniti hanno seguito la politica delle ‘porte aperte’. Così, nel 1926 l’Australia è rimasto un continente vuoto, mentre l’America è diventata la più grande potenza economica del mondo. Un paese demograficamente morto non può crescere. L’America, con il meltin pot, è riuscita a mantenere la sua identità. Tutto dipende dal grado di fiducia che noi abbiamo nella nostra identità e nella capacità di far rispettare le nostre leggi.
Dunque dovremmo attuare politiche di accoglienza controllata?
Alcune attività in Italia, come il lavoro agricolo, possono essere svolte solo dagli immigrati, perché gli italiani non vogliono farlo. I lavori cosiddetti umili, nelle fabbriche, nei ristoranti e negli ospedali, chi li fa? I nostri laureati disoccupati? Dunque bisogna attrezzarsi con uffici di selezione che funzionino in modo tale da individuare la capacità lavorativa degli immigrati e, grazie alle agenzie del lavoro, far affluire la manodopera laddove possa essere assorbita. Gli altri immigrati e i clandestini vanno rimpatriati o smistati verso gli altri Paesi europei. In questo modo riusciremmo anche ad arginare il pericolo del terrorismo.
