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A sud del Sahara

Per capire i mali storici dell’Africa meglio parlare della Costa D’Avorio

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La prospettiva di migliaia di clandestini spinti da Gheddafi verso le nostre coste e il rischio che dei terroristi approfittino degli sbarchi massicci di questi giorni per infiltrarsi in Europa sono due problemi reali e preoccupanti. Poco verosimile è invece la previsione di dover far fronte tra breve a una marea di immigrati nordafricani. La cifra ricorrente – un milione e mezzo – è prima di tutto irrealistica: grazie al cielo, è materialmente impossibile che in pochi mesi riescano ad attraversare il Mediterraneo così tante persone per l’ovvia ragione che mancano le imbarcazioni indispensabili a traghettarle.

Anche nel medio e lungo periodo, eventuali esodi biblici di africani maghrebini si verificheranno soltanto nella peggiore delle ipotesi. In Libia, ad esempio, potrebbe succedere nel caso di una lunga ed estenuante guerra civile senza vie d’uscita, come quella scoppiata in Somalia 20 anni fa, dopo la caduta di Siad Barre. Per il momento, però, i connazionali del colonnello Gheddafi hanno un PIL pro capite di quasi 17.000 dollari all’anno e nel complesso godono di condizioni di vita invidiabili se confrontate con quelle dei paesi situati a sud del Sahara. Difatti in questi giorni ad ammassarsi lungo le frontiere orientali e occidentali del paese sono non i cittadini libici, bensì centinaia di migliaia di lavoratori stranieri, asiatici e africani, che tentano di rientrare in patria.

Circa un milione pare siano quelli originari dell’Africa subsahariana, la regione del mondo in cui si concentrano quasi tutti gli stati a basso livello di sviluppo, in cui vive la più alta percentuale mondiale di poveri e che, anno dopo anno, continua ad aggiudicarsi tutti i primati negativi: il maggior numero di ammalati di AIDS, i tassi più elevati di mortalità materna e infantile, quelli più bassi di scolarizzazione e di alfabetizzazione, la più bassa speranza di vita alla nascita...

Qui sono falliti decenni di cooperazione internazionale allo sviluppo, qui sono state deluse le aspettative di progresso, modernizzazione, democrazia e giustizia suscitate mezzo secolo or sono dalla fine della colonizzazione europea e qui regnano leader corrotti e disposti a tutto per il potere, per giunta legittimati da istituzioni democratiche snaturate, grazie alle quali estorcono il rinnovo del consenso popolare a ogni appuntamento con le urne fino a trasformare le cariche elettive in cariche a vita. Nel 2010 ha ricevuto conferma del proprio mandato presidenziale persino Omar Hassan el Bashir, il presidente del Sudan, nonostante che la Corte penale internazionale dell’Aia lo abbia accusato nel 2009 di crimini di guerra e contro l’umanità e nel 2010 di genocidio in quanto responsabile della guerra scoppiata in Darfur nel 2003.

Se non altro questo garantisce stabilità, benché non sviluppo e giustizia. Dove il potere di un leader vacilla, succede di peggio. È il caso, ultimo di tanti, della Costa d’Avorio dove le elezioni presidenziali, finalmente convocate lo scorso autunno dopo una serie di rinvii, avrebbero dovuto concludere una lunga e rovinosa crisi politica, iniziata nel settembre del 2002 con un tentativo di colpo di stato fallito, in seguito al quale il paese si è diviso in due: il nord in mano alle forze antigovernative e il resto del territorio controllato dal presidente Laurent Gbagbo. Invece il confronto elettorale ha fatto riesplodere il conflitto. La Commissione elettorale ha dichiarato vincitore del ballottaggio del 28 novembre 2010 Alassane Ouattara, il Consiglio costituzionale ha dato la vittoria a Gbagbo.

Entrambi hanno poi prestato giuramento, nominato un primo ministro e un governo e da allora si sfidano in un crescendo di violenza che, come al solito, i caschi blu dell’ONU, presenti con una missione nota con l’acronimo Onuci, non riescono a controllare. Intanto i produttori di cacao perdono milioni di dollari mentre i loro raccolti attendono nel porto di Abidjan di essere esportati e l’economia nazionale crolla, essendo il cacao la prima merce d’esportazione del paese che ne è il maggior produttore mondiale. Come la Costa d’Avorio, quasi ogni stato africano dispone di risorse enormi che altrove verrebbero considerate una benedizione e che invece si sono trasformate in una maledizione, per aver scatenato guerre civili e la più sfrenata corruzione: il rame in Zambia, il petrolio in Nigeria, i diamanti in Sierra Leone.....

Intanto ogni anno circa 20 milioni di giovani si affacciano sul mercato del lavoro e ne vengono in gran numero respinti andando ad aumentare la massa di disoccupati che vivono di espedienti e di attività in nero: il cosiddetto settore informale. La disoccupazione in Africa subsahariana arriva anche al 70%: ad esempio, in Zimbabwe dove il PIL pro capite annuo è di soli 176 dollari. È questo un serio motivo di allarme per il futuro: un numero crescente di giovani africani privi di opportunità, quelli che negli anni 90 la studiosa camerunese Axelle Kabou, nel suo libro intitolato “E se l’Africa rifiutasse lo sviluppo?” (l’Harmattan Italia, 1995) ha definito “una generazione oggettivamente privata di avvenire”.

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