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Scavare negli archivi (per modo di dire)

Per capire il G8 di Genova non serve il Corriere.it

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Il Corrieristan, il fu quotidiano dei moderati italiani che da quando a Milano ha vinto Pisapia deve aver fiutato il vento che tira, questa settimana dedica uno speciale alle giornate di Genova 2001. Centinaia di foto, una macedonia di rassegna stampa su Piazza Alimonda, la Diaz e Bolzaneto, e un editoriale a firma di Marco Imarisio (autore de "La ferita. Il sogno infranto dei no global italiani", Feltrinelli 2011) che fa scendere il latte alle ginocchia, intonandosi perfettamente al clima di retorica a saldi che dalla "casta" alla "giustizia è fatta" contro Papa caratterizza quest'estate al mare. 

Sostiene Imarisio che "Genova rappresenta la perdita dell'innocenza per tutta una generazione che aveva attraversato il grande nulla degli anni Ottanta" (l'autore deve aver lasciato fuori dalla sua libreria molti libri, dischi, film e fumetti) e che "superata la soglia del nuovo secolo scopriva tramite il movimento no global lo strumento per tornare in piazza e farsi sentire" (stiamo freschi). Vi risparmiamo il resto del peana al "movimento dei movimenti", ci preme di più riassumere i fatti di Genova e fare un'osservazione un po' provocatoria

A Genova nessuno perse l'innocenza perché sulle strade del G8 si scontravano da una parte i no global che avevano fatto corsi di addestramento para-insurrezionali nei centri sociali, che scelsero la violenza volutamente e sapendo che il palcoscenico globale del supervertice gli avrebbe dato una visibilità pari a Seattle, che cercavano lo scontro e avevano già deciso di invadere la zona rossa, e dall'altra parte le forze dell'ordine, altrettanto violente e disorganizzate. A dieci anni di distanza ci sembra che del G8 di Genova rimanga soprattutto questo. E la morte di Carlo Giuliani.

Ora veniamo alla osservazione di cui dicevamo prima. Nella mega rassegna stampa del Corrieristan, graficamente accattivante e archivisticamente soggiogante c'è spazio per una ricca galleria intitolata"I politici" dove si vede il premier di allora, sempre Silvio Berlusconi (ma c'è anche Romano Prodi) che stringe la mano a Bush e si fa fotografare con Putin. C'è anche una foto dell'allora ministro Scajola che finì nel vortice delle polemiche dopo la rivolta. Per il giornale è l'immagine di un governo che allora come oggi dovrebbe dimettersi travolto dagli scandali.

Che ci sia stato un livello politico gestito male nella vicenda di Genova questo è certo. Non fu solo colpa della destra, però, ma anche di quella sinistra che sui fatti del G8 ci marcia da anni: agli sgoccioli del secono governo Amato, quando già si sapeva cosa bolliva nell'aria dell'antagonismo e si conoscevano perfettamente i rischi di organizzare il G8 in un città che storicamente e anche logisticamente avrebbe presentato dei problemi, chiamiamoli così, non si fece nulla per prevenire il danno se non lamentarsi a posteriori per la "macelleria sudamericana".

Di quel livello politico però il Corrieristan si è perso un tassello importante, una figura su cui in verità non è mai stata fatta molta luce. Fu Mario Deaglio, un giornalista schierato ma serio, sulla rivista Diario, a raccontare che c'era un uomo politico nella sala operativa del G8, notizia mai confermata ma neppure completamente smentita; un uomo politico che allora come oggi ricopre una carica importante – allora vicepresidente del consiglio oggi presidente della Camera – e che negli ultimi tempi illumina ed ispira con le sue parole, gli atti e i gesti, un giornale della cosiddetta nuova destra, chiamato “il Futurista”.

Bene, avrete capito che stiamo parlando di Gianfranco Fini. "Sono passati 10 anni..." scrive sul Futurista Manuela Caserta "quando un ragazzo di nome Carlo Giuliani perse la vita, gettando istituzioni e manifestanti nella morsa dei sensi di colpa". Se non dovessimo rispetto ai morti, tutti i morti, verrebbe da ridere a pensare alla sproporzione fra la denuncia di Diario e quella del Futurista.

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4 COMMENTS

  1. metalupi
    bene su fini e sui politicanti come lui, indubbiamente. ma come sempre è questione di metodo e di punti di vista, senza false equazioni mistificatorie e astratte: un ‘addestramento paramilitare’ dei no-global a cui corrisponde secondo l’autore la ‘violenza disorganizzata’ delle forze dell’ordine. ebbene non vale la pena precisare dopo dieci anni la frammentaria composizione dei cosiddetti no global, quel giorno, a genova, pochi giorni prima a napoli, e così via. l’autore dell’articolo sa che per le strade sfilavano, sfilano, hanno sempre sfilato e sfileranno manifestanti ‘paramilitari’ ma anche gente senza appartenenze e magari ingenua, semplice e ‘candida’ nella sua rabbia individuale o sociale, nei suoi convincimenti e ideali: lo sa, perchè è la storia dei movimenti. e non vale la pena, in questa cornice, in questo frame che puzza troppo di ovest, parlare del ‘trauma’ e delle derive vittimarie di una generazione ‘senza traumi’ (così si teorizza oggi dalle parti della sinistra culturale) – anche se indubbiamente genova e il decennio dopo genova fino ad oggi, in grecia come a roma, ci dicono qualcosa sul destino di due generazioni, almeno, di chi oggi ha (o avrebbe) trenta o quasi quarant’anni, come uno snodo ma anche come una difficile eredità da raccogliere e, se è possibile, rilanciare e riformulare. piuttosto, si potrebbe provare a spostare o capovolgere il punto di vista e dunque il metodo: puntare lo sguardo retrospettivo su genova mantenendo fermo l’obiettivo proprio sulle forze dell’ordine, sulle politiche della sicurezza, sulle pratiche e sulla formazione dei poliziotti. se genova, insomma, ha qualcosa da dirci, oggi, questo forse è riferibile a cosa è venuto davvero alla luce, da allora, nel campo della repressione. si chiamna così, è una parola dura e materiale. non analizzarla significa rimuovere un pezzo di storia sociale dell’occidente contemporaneo.

  2. Bolzaneto: per non dimenticare
    Sinceramente non ci ho visto nulla di scandaloso nell’operato dei poliziotti schierati sulle strade di Genova a fronteggiare un esercito organizzato di teppisti, armati nella migliore delle ipotesi con delle spranghe. Quello che mi ha sconvolto è stata la risposta dello Stato nella scuola Diaz e (soprattutto) nella caserma di Bolzaneto. Se un agente si fa prendere la mano nella concitazione generale ed esagera con le manganellate o addirittura colpisce qualcuno che semplicimente era di passaggio, è comprensibile e nel 99% dei casi ne va comunque difeso l’operato. Persino il carabiniere che ha sparato a Giuliani si può capire. Ma quello che con premeditazione è accaduto a Bolzaneto fa semplicemente gelare il sangue. “La più grande sospensione dei diritti democratici, in un paese occidentale, dalla fine della II guerra mondiale”, Amnesty International.

  3. G8
    VOI NON SIETE NEMMENO UNA NUOVA DESTRA MA LA SOLITA VECCHIA MERDA ORA FULMINATA DALLO PSICONANO CHE VI HA COMPRATO PER LO PIU’ A PREZZO DI SVENDITA. POVERACCI!!!!

  4. A genova fu uno schifo
    A genova fu uno schifo inimmaginabile da parte delle c.d. “forze dell’ordine” italiane. Amici spagnoli, ne’ armati,ne’ malintenzionati, sono stati sequestrati e torturati da dei delinquenti con la divisa della polizia e dei carabinieri. Una delle pagine nere dello stato italiano che, questo si’ organizzato e premeditato, ha dato prova di non essere in quelle occasioni troppo diverso dai peggiori nemici che pretende di combattere.

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