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Per Casini la politica degli altri è sempre propaganda

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Sulla questione dell'appuntamento al Quirinale sono riemerse differenziazioni e schermaglie all'interno del centrodestra.  Eppure, non risulta che Berlusconi intenda salire sul Colle (con Bossi e Fini) per organizzare un "bivacco di manipoli". E nemmeno per chiedere direttamente le elezioni anticipate, se non come espressione di un malcontento ormai generalizzato nel Paese. Diciamo che un franco colloquio tra l'opposizione e il Capo dello Stato, che si è più volte definito "Presidente di tutti", forse non è inopportuno nè inutile alla luce dei recenti avvenimenti: estromissione - poi bocciata dal Tar - del consigliere Petroni dal cda della Rai; caso Visco-Speciale; gazzarra nelle strade e spaccatura nella maggioranza in occasione della visita di Bush a Roma; pesante debacle del centrosinistra alle elezioni amministrative. Tutto questo senza parlare, per carità di patria, di intercettazioni e dossier che hanno portato i Ds nell'occhio del ciclone.

Ma Casini prende le distanze e bolla come propagandistica l'iniziativa. La domanda sorge spontanea: quand'anche fosse così, cosa ci sarebbe di male a "propagandare" le proprie idee e le proprie posizioni, gli stati d'animo e gli umori sempre più diffusi tra gli Italiani? Cos'altro può fare, in concreto, un'opposizione, se non dare il massimo risalto e la massima "pubblicità" alle proprie valutazioni drasticamente negative sull'operato del governo, alle proprie tesi e ricette alternative? Mah. Purtroppo, Casini non rinuncia al suo ciclico e ormai stucchevole gioco delle parti. Il leader del'Udc sostiene che certe sortite ricompatterebbero la maggioranza. Eppure è stato un autorevole esponente del suo partito%2C l'ex ministro Giovanardi, a dimostrargli - con fatti e dati alla mano - che l'unico modo di aiutare la maggioranza in difficoltà è quello di minare la solidità e l'unità del centrodestra in certi frangenti cruciali. Anzi, a sommesso quanto convinto giudizio del sottoscritto, anche Fini dovrebbe osare di più e mostrare una minore dose di cautela. Al tirare delle somme, com'era ovvio, il presidente di An ha detto sì alla decisione di salire al Quirinale. Ma forse dopo qualche esitazione e qualche distinguo di troppo, come se fosse andato a rimorchio di scelte e volontà altrui (più subite che fortemente volute).

Diventa inevitabile chiedersi che fine abbia fatto lo schema "a tre punte", vale a dire l'ingegnosa formula escogitata dalla Cdl in vista delle scorse elezioni politiche. Erano, ovviamente, il leader di Forza Italia, quello di An e quello dell'Udc le tre punte di una squadra che affrontava una partita destinata - stando ai pronostici della vigilia -  a terminare con una goleada degli avversari. Ebbene, andò come tutti ricordano. Finì con un sostanziale pareggio o, nella peggiore delle ipotesi, con un risicatissimo svantaggio da rivedere alla moviola (quegli ormai famosi 24mila voti). E uno dei bomber (Berlusconi, ovviamente) segnò il doppio di un altro (Fini) e circa il quadruplo del terzo (Casini). Qualsiasi allenatore o semplice tifoso, tanto per restare alla metafora calcistica, non avrebbe dubbi sulla scelta del "capitano". A distanza di un anno, comunque, quel tridente non viene riproposto. Casini si comporta come quei giocatori che trattano, o fingono di trattare, con altri club per ottenere un rinnovo del contratto a condizioni più vantaggiose. E Fini dà l'impressione di aver scelto la panchina, in attesa degli eventi. In attacco, adesso, gioca solo Berlusconi. Sarà un caso, ma i risultati elettorali premiano proprio il Cavaliere: lo si è visto più che chiaramente nella recentissima tornata amministrativa.

Casini e Fini, a giudizio del sottoscritto, tendono a rifugiarsi in una concezione elitaria e autoreferenziale della politica, intesa come una sorta di club a cui ci si iscrive solo a patto di osservare le regole imposte da altri e di non portare slanci personali o spinte innovative. Il leader dell'Udc dà la sensazione di cercare prevalentemente l'apprezzamento degli addetti ai lavori (mass media, "poteri forti" e così via). Il presidente di An sembra perennemente alla ricerca di una legittimazione che invece ormai dovrebbe considerare acquisita e a volte si mostra pago di applausi e complimenti - spesso strumentali e interessati - da parte degli avversari. Berlusconi no. E' rimasto a lottare con grinta, senza fare sconti a nessuno. Lo irridono, lo accusano. Lo chiamano demagogo, populista, qualunquista: termini che vorrebbero essere dispregiativi, ma che in realtà derivano tutti in qualche modo dalla parola "popolo". A conferma del fatto che il leader di Forza Italia è l'unico ad avere piena sintonia con la gente. E che, continuando così, la sua leadership nel centrodestra sarà sempre più forte, salda, inevitabile.

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