Per Casini la politica degli altri è sempre propaganda

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Per Casini la politica degli altri è sempre propaganda

19 Giugno 2007

Sulla questione dell’appuntamento al
Quirinale sono riemerse differenziazioni e schermaglie all’interno del
centrodestra.  Eppure, non risulta che Berlusconi intenda salire sul Colle
(con Bossi e Fini) per organizzare un “bivacco di manipoli”. E
nemmeno per chiedere direttamente le elezioni anticipate, se non come
espressione di un malcontento ormai generalizzato nel Paese. Diciamo che un
franco colloquio tra l’opposizione e il Capo dello Stato, che si è più volte
definito “Presidente di tutti”, forse non è inopportuno nè inutile
alla luce dei recenti avvenimenti: estromissione – poi bocciata dal Tar – del
consigliere Petroni dal cda della Rai; caso Visco-Speciale; gazzarra nelle
strade e spaccatura nella maggioranza in occasione della visita di Bush a Roma;
pesante debacle del centrosinistra alle elezioni amministrative. Tutto
questo senza parlare, per carità di patria, di intercettazioni e dossier che
hanno portato i Ds nell’occhio del ciclone.

Ma Casini prende le distanze e bolla
come propagandistica l’iniziativa. La domanda sorge spontanea: quand’anche
fosse così, cosa ci sarebbe di male a “propagandare” le proprie idee
e le proprie posizioni, gli stati d’animo e gli umori sempre più diffusi tra gli
Italiani? Cos’altro può fare, in concreto, un’opposizione, se non dare il
massimo risalto e la massima “pubblicità” alle
proprie valutazioni drasticamente negative sull’operato del governo, alle
proprie tesi e ricette alternative? Mah. Purtroppo, Casini non rinuncia al
suo ciclico e ormai stucchevole gioco delle parti. Il leader del’Udc
sostiene che certe sortite ricompatterebbero la maggioranza. Eppure è stato un
autorevole esponente del suo partito%2C l’ex ministro Giovanardi, a
dimostrargli – con fatti e dati alla mano – che l’unico modo di aiutare la
maggioranza in difficoltà è quello di minare la solidità e l’unità del
centrodestra in certi frangenti cruciali. Anzi, a sommesso quanto convinto
giudizio del sottoscritto, anche Fini dovrebbe osare di più e mostrare una
minore dose di cautela. Al tirare delle somme, com’era ovvio, il presidente di
An ha detto sì alla decisione di salire al Quirinale. Ma forse dopo qualche
esitazione e qualche distinguo di troppo, come se fosse andato a rimorchio di
scelte e volontà altrui (più subite che fortemente volute).

Diventa inevitabile chiedersi che
fine abbia fatto lo schema “a tre punte”, vale a dire l’ingegnosa
formula escogitata dalla Cdl in vista delle scorse elezioni politiche. Erano,
ovviamente, il leader di Forza Italia, quello di An e quello dell’Udc le tre
punte di una squadra che affrontava una partita destinata – stando ai
pronostici della vigilia –  a terminare con una goleada degli avversari.
Ebbene, andò come tutti ricordano. Finì con un sostanziale pareggio o, nella
peggiore delle ipotesi, con un risicatissimo svantaggio da rivedere alla
moviola (quegli ormai famosi 24mila voti). E uno dei bomber (Berlusconi,
ovviamente) segnò il doppio di un altro (Fini) e circa il quadruplo del terzo
(Casini). Qualsiasi allenatore o semplice tifoso, tanto per restare alla
metafora calcistica, non avrebbe dubbi sulla scelta del “capitano”. A
distanza di un anno, comunque, quel tridente non viene riproposto. Casini si
comporta come quei giocatori che trattano, o fingono di trattare, con altri
club per ottenere un rinnovo del contratto a condizioni più vantaggiose. E Fini
dà l’impressione di aver scelto la panchina, in attesa degli eventi. In
attacco, adesso, gioca solo Berlusconi. Sarà un caso, ma i risultati elettorali
premiano proprio il Cavaliere: lo si è visto più che chiaramente nella
recentissima tornata amministrativa.

Casini e Fini, a giudizio del
sottoscritto, tendono a rifugiarsi in una concezione elitaria e
autoreferenziale della politica, intesa come una sorta di club a cui ci si
iscrive solo a patto di osservare le regole imposte da altri e di non
portare slanci personali o spinte innovative. Il leader dell’Udc dà la
sensazione di cercare prevalentemente l’apprezzamento degli addetti ai lavori
(mass media, “poteri forti” e così via). Il presidente di An sembra
perennemente alla ricerca di una legittimazione che invece ormai dovrebbe
considerare acquisita e a volte si mostra pago di applausi e complimenti –
spesso strumentali e interessati – da parte degli avversari. Berlusconi
no. E’ rimasto a lottare con grinta, senza fare sconti a nessuno. Lo irridono,
lo accusano. Lo chiamano demagogo, populista, qualunquista: termini che
vorrebbero essere dispregiativi, ma che in realtà derivano tutti in
qualche modo dalla parola “popolo”. A conferma del fatto che il
leader di Forza Italia è l’unico ad avere piena sintonia con la gente. E che,
continuando così, la sua leadership nel centrodestra sarà sempre più forte,
salda, inevitabile.