Sulla prolusione di Bagnasco/ 4

Per contrastare la crisi bisogna togliere il freno a mano del diritto dal lavoro

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Nella prolusione «Alla Chiesa sta a cuore tutto l’uomo», con cui ha introdotto i lavori del Consiglio Episcopale Permanente il 28 gennaio scorso, il Presidente della Cei, cardinale Angelo Bagnasco, ha dedicato un intero paragrafo al lavoro e alla sua crisi: un appello forte a «vedere e difendere da ogni disprezzo il ‘capitale umano’». Con tono realistico, il Cardinale pone in evidenza «la condizione di indigenza che si va obiettivamente allargando, e che sta intaccando segmenti di società in cui prima era sostanzialmente marginale». Un fenomeno, aggiunge, d’intensità non trascurabile e crescente, frutto della caduta degli «schemi sociali classici», con l’aggravante di un orizzonte su cui gli stessi «non si ripristineranno automaticamente». Dunque il monito: «la ripresa, quando ci sarà, non sarà tale purtroppo da porre rimedio da sola alle emergenze nel frattempo scoperte».

Le parole del Presidente della Cei non vanno lette come fossero il lamento su una sconfitta. Anzi, al contrario, lasciano trasparire e traspirare un’esortazione a muoversi, a mettersi in atto e agire subito a quanti si professano aperti a “vedere e difendere il capitale umano”. Muoversi subito a cominciare dai nuovi ultimi sul lavoro: «la disoccupazione giovanile è, per ora, una sorta di epidemia che non trova argini», sostiene ancora Bagnasco; «mentre ci si chiede se le iniziative legislative che si sono finora succedute abbiano determinato sollievo o aggravamento». Il Cardinale scorge necessaria una comunione d’intenti: ciò che forse più di altro è mancata alle ultime riforme. Difatti «bisogna che le competenze migliori cooperino in uno sforzo solidale e così ogni istituzione affinché si possa vedere e toccare il rilancio dell’occupazione e dell’economia». In conclusione, per il Presidente della Cei «c’è da rivoluzionare il modello grazie al supporto di un pensiero nuovo, fermamente convinti che il lavoro è definitorio dell’umano: esso è la nobile partecipazione dell’uomo all’opera del Creatore, infatti, consente il dignitoso sostentamento, contribuisce alla costruzione della società, esprime le potenzialità di ciascuno nell’armonia generale, genera futuro per tutti».

Dalle parole del Cardinale emerge lungimirante un dato incontrovertibile: passata questa crisi non si tornerà come prima. Lunga e dura – siamo ormai approdatati al sesto anno – la crisi ha ammazzato parte del tessuto produttivo, innescando una crudele selezione tra le aziende e cancellando tanto del lavoro e tanta dell’occupazione che generava. E’ naturale dunque che, da sola, la ripresa economica non basterà a riportare le lancette dell’economia e dell’occupazione ai livelli di pre-crisi, almeno nel breve/medio periodo: lo scenario è cambiato e anche gli attori recitano ormai un copione nuovo. Ha peggiorato il quadro sociale l’assenza della Politica che, a seguito delle dimissioni del governo Berlusconi, ci ha punito con un anno e mezzo (quasi) di governo tecnico dal quale le famiglie fuoriescono più impoverite, le imprese più salassate e lo Stato con un debito pubblico da record.

Perciò, persuasi dall’idea che, da sola, la ripresa non basterà a rialzare l’economia e l’occupazione, non può non condividersi con Bagnasco la necessità di «rivoluzionare il modello grazie al supporto di un pensiero nuovo». A partire dal lavoro. Lo sforzo che andrebbe fatto – già suggerito un anno fa, prima che il governo tecnico ci consegnasse la riforma del lavoro su cui nutre ora dubbi pure lo stesso ministro che gli ha dato nome – è quello di un «ripensamento globale della materia»: sarebbe così una riforma culturale, prima ancora che giuridica e normativa. Un progetto di modernizzazione del «diritto del lavoro», per migliorare le occasioni di occupazione dei lavoratori, senza per questo ridurne le tutele.

Il diritto del lavoro è oggi un freno tirato all’economia e all’occupazione. Superate ormai le ragioni che ne giustificarono la genesi, la sua ragione d’essere oggi sta nell’aver posto a “valore” fondante l’attuale società il “contratto di lavoro subordinato (dipendente) a tempo indeterminato”: ogni altro tipo di occupazione, di conseguenza, è da abiurare. E’ da abiurare il lavoro a termine, è da abiurare il tirocinio, sono da abiurare il lavoro autonomo e le collaborazioni; addirittura vanno lottate le imprese nonostante, paradossalmente, rappresentino la sorgente di ogni altro rapporto di lavoro. Alla luce anche delle recenti parole del Cardinale viene da chiedersi: può un contratto essere elevato a valore di una società? No, che non lo può. Semmai, è il suo frutto (ciò che esso produce a favore dell’uomo) che può essere misurato in termini di risultati socialmente rilevanti. Se è così, se cioè si condivide che è l’occupazione, o meglio il reddito che se ne ricava, a poter essere un valore, perché quando lo stesso risultato può essere raggiunto attraverso un contratto di lavoro diverso da quello subordinato, questo diverso contratto di lavoro deve essere abiurato a priori e a prescindere?

Il “pensiero nuovo”, dunque, può essere il ripensamento globale della materia. Dinanzi abbiamo due alternative: cambiare ed elevare il tradizionale diritto del lavoro al compito di regolamentare “tutto” il lavoro, cioè non soltanto quello subordinato, ma anche quello autonomo e d’impresa (per liberare lavoro, attenzione!; non per costringerne altri in archetipi normativi); oppure lasciarlo limitato come è oggi a spalleggiare la sola porzione del lavoro dipendente. Una riforma culturale tenderebbe alla prima alternativa per assegnare pari dignità a “tutto il lavoro”, a “tutti i lavori” e, soprattutto, a “tutti i lavoratori”. Il risultato sarebbe un nuovo principio collettivo emergente, di valore etico e sociale: il diritto, del resto, deve sempre camminare a piè pari con l’etica e la morale (suggerisce la dottrina sociale).

La modernizzazione del diritto del lavoro produrrebbe un unico corpus di Leggi includente tanto il tradizionale “diritto del lavoro”, quanto un più moderno “diritto al lavoro” a cui fa riferimento pure l’Art. 4 della Costituzione: un diritto alla libertà di lavorare, nell’ambito di un sistema di protezione che agisce sul mercato del lavoro liberando così altro lavoro dallo sforzo oggi richiesto alle aziende. Ciò garantirà di raggiungere la piena occupazione? Ne siamo convinti, perché faciliterà il percorso verso un traguardo di valore sociale, in virtù del quale ogni singolo cittadino può legittimamente aspirare a una occupazione dignitosa, che tale può dirsi soltanto quando sia capace di soddisfargli tutti i fondamentali bisogni che gli derivano dal suo essere, prima di ogni altra cosa, una persona. Per i credenti, del resto, «la finalità ultima del lavoro è la costruzione del Regno di Dio» (Papa Ratzinger).

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1 COMMENT

  1. Parlare chiaro.
    Non tutti i giri di parole sono chiari per chi ascolta o legge le parole dei prelati.
    Vorrei maggior decisione nell’esprimere il pensiero della Chiesa nei confronti della sinistra che ci promette:
    -lo sfascio della famiglia con l’inserimento di matrimoni gay, magari anche di adozioni da parte di questi ultimi.
    -patrimoniali a go-go
    -libertà di entrare in Italia illegalmente
    -buonismo a tutti i costi
    -inserimento di magistrati in politica
    -irrigidimento del mercato del lavoro
    -annullamento della libertà individuale.
    -sbranamento di chi la pensa diversamente.

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