Per Dario Fo è sacra solo la vita degli amici suoi

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Per Dario Fo è sacra solo la vita degli amici suoi

Per Dario Fo è sacra solo la vita degli amici suoi

09 Maggio 2008

. Alla domanda rivoltagli da Tommaso Di Francesco,
nell’intervista pubblicata giovedì scorso sul ‘Manifesto’—Ci sarò. Per la
Palestina
—il Premio Nobel Dario Fo ha risposto
indignato:. In un paese come il nostro in cui i
simboli sono tanto importanti che ostentarli o vilipenderli suscita sempre
furiose reazioni politiche e riattiva mai sopiti conflitti ideologici e
culturali, fa un certo effetto sentir dire che solo i fascisti ritengono
gravissimo l’oltraggio alla bandiera. Perché prendersela tanto, allora, col
leghista d’antan che sputava sul
tricolore o con Alemanno che porta al collo la croce celtica del suo amico
Paolo Di Nella, un ambientalista di destra morto a sprangate mentre affiggeva
manifesti in difesa del verde pubblico e per questo onorato dal sindaco
post-comunista Walter Veltroni con l’intestazione di una strada romana? Come
ignora la geografia, al punto da collocare in Africa la Palestina, così Dario Fo
ignora la vasta problematica legata ai simboli. Ciascuno ha le sue lacune e il
diritto ad averle. Ciò che va rilevato, invece, è il tentativo, in atto ormai
da qualche anno, della sinistra antagonista di riciclarsi come non violenta: tra
poco il Mahatma Gandhi , Lenin,  San
Francesco e Che Guevara verranno raffigurati a braccetto come nelle ingenue—ma
in quel caso giustificate–iconografie risorgimentali venivano raffigurati
Vittorio Emanuele III e Garibaldi, Cavour e Mazzini.< Io ho sempre saputo che la vita è la cosa più importante e sacra del mondo, dell’umanità: la vita.>. A prendere sul serio tale ‘diritto supremo’—che per i liberali
classici era il primo del treppiede lockeano, dopo venivano la libertà e la
proprietà—dovremmo delegittimare tutte le guerre giacché vi si mettono a
repentaglio vite umane in nome di idealità–come la tutela degli interessi
della nazione, l’onore, la protezione dei confini nel caso di un’invasione–,
che di fronte al sacrificio di un solo individuo diventano ‘astratte’. E,
infatti, chierici laici e cattolici, da un lato, e giuristi di regime,
dall’altro, ci ricordano (impropriamente, per la verità), a ogni pie’ sospinto,
l’articolo 11 della nostra Costituzione che condanna la guerra come mezzo per risolvere
le controversie internazionali (ma esiste al mondo una Costituzione in cui si
affermi il principio contrario?). Sennonché anche per Dario Fo ci sono poi
guerre giuste e legittime. Se è vero che va considerato, non si vede, infatti, come possa realizzarsi tale
obiettivo senza combattere ovvero senza spedire un po’ di gente al Creatore.


 Anche i vecchi azionisti mezzo-marxisti come
Riccardo Lombardi sapevano che : a loro, come ai veri marxisti delle Botteghe Oscure, si poteva
rimproverare tutto ma non la retorica della .

 In realtà, anche per i nostri anomali
non-violenti, l’esistenza umana non ha valore se è quella degli ‘altri’, dei
nemici di classe, degli sfruttatori, dei razzisti e degli schiavisti. Se così
non fosse, il Nobel non avrebbe scritto, in una sua commedia di diversi anni
fa:. Si sapeva anche allora che Mao Tse Tung era stato uno dei dittatori
totalitari più spietati del XX secolo e i sovietologi da cinquant’anni
mettevano in guardia dal differenziare nettamente Lenin da Stalin: le premesse
del Gulag, documentavano, stavano già nel colpo di Stato antidemocratico
dell’ottobre rosso. Oggi è andato in frantumi anche il mito di Ernesto ‘Che’
Guevara, massacratore di prigionieri inermi in un famigerato carcere de L’Avana
ma Fo e Fausto Bertinotti continuano a guardare a Cuba come a un regime
antimperialista, in barba alla ‘non violenza’ e alla . Come definire tutto questo se non
come la dimostrazione della ‘insostenibile leggerezza’ del pensiero irresponsabile?

 La non violenza a macchia di leopardo non è
solo una contraddizione in termini, sotto il profilo concettuale, è qualcosa di
assai più distruttivo, sotto il profilo morale, in quanto mina alla base
l’etica del discorso, consente ai giocatori di indossare, di volta in volta, la
maglia della squadra più amata dal pubblico, azzera quel senso della terribile
serietà della vita che, negli antichi, ingenerava la tragica consapevolezza che,
senza immergersi nella vichiana feccia di Romolo, nessun progetto politico
poteva essere realizzato. Nell’atmosfera melassosa che avvolge le prediche e le
marce per la pace dei don Andrea  Gallo,
dei Moni Ovaia, dei Dario Fo  è diventato
difficile intendere la celebre lectio di
Max Weber: < anche i primi cristiani sapevano perfettamente che il mondo è governato da demoni e che chi s’immischia nella politica , ossia si serve della potenza e della violenza, stringe un patto con potenze diaboliche e, riguardo alla sua azione, non è vero che soltanto il bene possa derivare dal bene e il male dal male, bensì molto spesso è vero il contrario. Chi non lo capisce, in politica, non è che un fanciullo.>.

 L’esecrazione unanime della violenza  da parte dei ‘contestatori del sistema’
oscilla tra l’ipocrisia—che, sostanzialmente, continua a giustificare o quanto
meno a ignorare la violenza ‘rivoluzionaria’—e l’incoscienza che affida la
causa della pace a quanti invitano i guerrafondai  al disarmo (<  mettete dei fiori nei vostri cannoni>) e i
bambini del mondo a darsi la mano.

 Va riconosciuto, tuttavia, che un apporto
sostanziale a tali ‘evasioni dello spirito’ proviene,e non da oggi, altresì da
certe forme del cattolicesimo (ma anche da sette cristiane dissidenti e in
costante polemica col Vaticano) rappresentate, soprattutto, dai . Per costoro, il ‘peccato
originale’—imprescindibile sia dal senso religioso della vita che dal nucleo
forte del liberalismo, solo che si pensi al nesso tra la libertà liberale e la
consapevolezza del ‘legno storto dell’umanità’ :se gli alberi umani fossero
tutti diritti, che bisogno ci sarebbe di ‘garanzie’, di diritti indisponibili,
di ‘freni e contrappesi’ etc?—è qualcosa da rimuovere in quanto politically uncorrect e il vecchio De
Maistre, che parlava della storia dell’uomo come di un , è un corvo nero da scacciare dalla mente una volta per tutte. In
questo atteggiamento c’è qualcosa di nobile—e del resto, i sacerdoti che
incontrano i fratelli ‘compagni atei’ sono, talora, in prima fila, nel togliere
dai marciapiedi le schiave del sesso provenienti da tutti gli angoli del
pianeta e ad apprestare centri di accoglienza per i clandestini. Raymond
Boudon, non a torto–nella sua, peraltro non del tutto convincente,
dimostrazione dell’oggettività di certi valori– pone al primo posto il bando
della guerra. Benissimo! Ma qual’è la ragione per cui i nostri contemporanei
pensano che le guerre siano tutte assurde: ‘inutili stragi’ come Benedetto XV
definiva la ‘grande guerra’? Se il motivo va ricercato nella ripugnanza per il
sangue versato, ci sarebbe davvero di che essere fieri di quella che Norberto
Bobbio, scrivendo del Processo di Norimberga, riguardava come l’acquisita
coscienza dell’unità radicale del genere umano; ma se, a ripugnare, è solo la guerra
tra stati e non anche la guerra civile costituita dalle rivoluzioni sociali,
culturali, religiose etc., erogatrice di violenza assai più del conflitto
bellico classico teorizzato da von Clausewitz, allora diventa difficile
scorgere il ‘progresso morale’ che registrerebbero i nostri anni. Anche perché
se lo scontro tra eserciti regolari è sottoposto a talune regole—che non vanno
comunque mitizzate: l’invito
, rivolto ai nemici nelle
guerre aristocratiche, diventa impensabile in 
quelle democratiche—regole in grado di fare da argine a una violenza
irrazionale e insensata, i processi rivoluzionari non fanno distinzioni tra
civili e militari, tra uomini e donne, tra vecchi e bambini. Il vietcong può
mettere una bomba nella carrozzina del neonato e Al Qaida può trasformare, a
sua insaputa, in un kamikaze un adolescente portatore di handicap: a questo punto la morte potendo provenire da chi meno te
l’aspetti, l’autodifesa può portare a gesti efferati (che poi rimbalzeranno su
tutti i giornali del mondo suscitando orrore e riprovazione).

 Le tesi di Boudon, che, al di là delle riserve
teoriche su taluni assunti, rimangono quelle di una delle più luminose figure
liberali del nostro tempo,  portano a una
conseguenza ‘non prevista’. Se una issue politica
diventa etica—in questo caso, se la condanna della guerra diventa l’imperativo
categorico del nostro secolo—la politica, in quanto dominio dell’incerto e del
problematico, deve farsi da parte per risolversi in etica e, conseguentemente,
in diritto: come la libertà di coscienza che 
non è più, in senso proprio, oggetto di dibattito politico giacché
costituisce uno dei principi posti a fondamento delle costituzioni
liberaldemocratiche di ogni paese che si rispetti–tutt’al più possono essere
discusse le misure e le leggi destinate a renderne effettivo l’esercizio. Se la
non violenza acquisisse lo stesso status,
qualsiasi paese in guerra contro un altro—e per qualsiasi ragione– dovrebbe
essere posto bandito dal consorzio delle nazioni civili.

 Un’ultima considerazione. Gli Stati, diceva
Cosimo il Vecchio, citato da Machiavelli, non si fanno coi pater noster: tutti quelli che sono membri delle N.U. hanno fatto
ricorso alla violenza o per emanciparsi da una dominazione straniera o per
difendersi da un’aggressione o per estromettere dal potere quanti, all’interno
di un territorio, non avevano partecipato alla ‘guerra di liberazione’. Erano
le motivazioni che portavano gli anarchici dell’Ottocento a non riconoscerne
nessuno e a organizzare attentati ai loro più alti simboli politici, presidenti
o monarchi che fossero. Nulla di incoerente in questa ostilità insormontabile,
che, oltre tutto, durante la rivoluzione russa, non fece sconti neppure ai
bolscevichi. Per quanti non si riconoscono, però, in questo pur rispettabile
romanticismo politico, la retorica della non violenza finisce per alzare un
muro invalicabile tra il primo e il secondo tempo della costruzione degli
stati. Questi, come gli umani commiserati da Giacomo Leopardi, nascono a fatica
e sono motivo di pianto ma se ci si fermasse al ‘primo tempo’non ci sarebbe più
speranza per il genere umano. Ad attenersi ai fatti, invece, c’è violenza e
violenza ed è solo nel secondo tempo che si può giudicare quale tipo di
violenza abbia creato modelli di convivenza più elevati e civili—nel senso
forte del termine—e quale tipo abbia procurato ai popoli solo ‘infiniti lutti’.
Forse la rivoluzione inglese del 600 non è stata, facendo le debite
proporzioni, meno violenta di quella russa ma mentre l’una ha prodotto il primo
sistema parlamentare moderno della storia, e un clima di libertà tale da
indurre un democratico (non liberale) come Giuseppe Mazzini a definire
l’Inghilterra la sua seconda patria, l’altra, per settant’anni, ha imprigionato
 una regione orientale dell’Europa in  un sistema politico prima totalitario, poi
autoritario e poliziesco che l’ha tenuta ai margini dell’Occidente. Anche
nell’atto di nascita di Israele ci sono ‘sangue e sudore’ ma il risultato è che
nel Medio Oriente esso rappresenta l’unico Stato nazionale democratico
affiancato solo (ma facendo le debite tare) dalla Turchia.

 Certo il compito degli uomini di
buona volontà resta quello di limitare, quanto più è possibile,il ricorso alla
violenza, col pensiero rivolto alle lezioni della storia: se oggi si dovessero
rifondare gli Stati Uniti , con la mutata sensibilità morale,chi potrebbe
riservare agli indiani lo stesso trattamento di cui furono vittime
nell’Ottocento? Si tratta di un impegno doveroso e faticoso, certo di non
facile assolvimento ma che non ha nulla a che fare con la difesa della , specie quando si tratta, come nel caso italiano, di
difesa taroccata.