Per fermare il feticidio selettivo  non serve toccare la legge sull’aborto

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Per fermare il feticidio selettivo non serve toccare la legge sull’aborto

28 Agosto 2007

Il nome tecnico è “feticidio selettivo”. E’ l’aborto di uno
o più feti in una gravidanza bi o plurigemellare: dei feti che si stanno
sviluppando, non tutti nasceranno. Uno o più verranno eliminati, perché considerati
“di troppo”, oppure perché “malati”.

Si esegue iniettando cloruro di potassio nel cuore del feto
da eliminare, provocandone l’arresto cardiaco, oppure occludendone il cordone
ombelicale, con il laser, ad esempio, e bloccando l’afflusso di ossigeno. Il
feto morto rimane in pancia, accanto a quello (o quelli) vivo, che nel 3% dei
casi muore pure lui, o comunque avrà elevate probabilità di nascere
prematuramente, con tutte le conseguenze del caso.

Claudio
Giorlandino, presidente della Sidip (Società italiana di diagnosi prenatale e
medicina materno-fetale) spiega che “nel feticidio selettivo gli errori sono
possibili e, nella maggior parte dei casi, non se ne ha notizia
per la delicatezza delle vicende umane che si accompagnano e per
l’impossibilità di arrivare a un contenzioso legale in considerazione del fatto
che le donne sono ben
informate, prima di sottoporvisi, e sottoscrivono un pieno consenso informato.
Tale prassi, e tali
errori, sono tecnicamente possibili e diffusi in tutto il mondo”.

Sarebbe
interessante conoscere il numero dei feticidi selettivi effettuati nel nostro
paese, e quantificare gli “errori”, ad esempio come quello dell’ospedale
San Paolo di Milano, e cioè la soppressione di un feto diverso da quello
selezionato.

I tragici fatti milanesi sono noti: le due gemelle a
diciotto settimane di gravidanza erano identiche e non era possibile
distinguere visivamente quella con la sindrome di Down dall’altra. Per
eliminare la prima, e tenere solamente il feto sano, il medico si è basato
sulla posizione che avevano in pancia tre settimane prima dell’intervento, al
momento dell’amniocentesi. Ma in quelle tre settimane di intermezzo pare che le
sorelle si siano scambiate di posto, ed è stata soppressa quella sana. Successivamente,
accortisi di quanto successo, si è eliminata anche l’altra.

Alessandro Di Gregorio, specialista in
ostetricia e ginecologia al centro Artes di Torino, spiega che esistono sistemi
per cercare di evitare casi come questi: “Nel caso degli
aborti selettivi, l’uso del colorante per marcare il feto malato è
prassi”.

Marcare con un
colorante il feto selezionato, per sopprimerlo senza commettere errori:  espressioni che, nel migliore dei casi,
evocano pratiche veterinarie – di solito si marcano le greggi, le mandrie, oppure
gli esemplari malati o difettati, o comunque con qualche particolarità. Nel
peggiore, invece, ricordano i lager nazisti.

Come nel caso del
Careggi di Firenze – dove nacque vivo un feto sano, dopo un aborto indotto a
ventitrè settimane di gravidanza, con una errata diagnosi di malformazione
–  anche adesso l’ errore è la
soppressione di un sano, anziché di un malato.

E’ sbagliato nascere
disabili, insomma. La pressione sociale e culturale per il “diritto al figlio
sano” è fortissima, i sostegni alle famiglie con figli handicappati sono spesso
drammaticamente insufficienti: in queste condizioni è difficile parlare di
“libera scelta” delle donne. L’aborto sembra essere la via meno dolorosa per
affrontare il problema.

Eppure la legge 194
non prevede l’aborto eugenetico, cioè non consente l’aborto a causa di
malformazioni o anomalie del concepito: se integralmente e correttamente
applicata, dovrebbe contribuire a “far superare le cause che potrebbero indurre
la donna all’interruzione della gravidanza”, e ad “aiutare la maternità
difficile dopo la nascita”.  Se ne parla
sempre, ma difficilmente si va oltre le solite polemiche. %3C/p>

Per applicarne le
parti più disattese, quelle riguardanti la prevenzione, e chiarire i passaggi e
gli articoli riguardanti i cosiddetti “aborti terapeutici”, sarebbe sufficiente
stilare delle linee guida,  adeguate alle
nuove conoscenze scientifiche e tenendo conto dell’esperienza di questi trenta
anni di regolamentazione delle interruzioni di gravidanza, senza  intervenire sul testo di legge. Potrebbe
essere un primo, importante tentativo di stabilire alleanze fra chi, sia
sostenitori che oppositori della legge 194, pensa che comunque si possa fare
ancora molto di più per combattere la tragedia dell’aborto.