Per Fini i parlamentari di Fli sono dei venduti se non fanno come dice lui

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Per Fini i parlamentari di Fli sono dei venduti se non fanno come dice lui

17 Febbraio 2011

Prima Menardi, poi Pontone, quindi Rosso: addio a Fli. Saia e Baldassarri stanno riflettendo ma sono a un passo dal rompere l’ultimo argine futurista e cambiare strada. Il gruppo al Senato non c’è più, per mancanza di uomini e quindi di numeri. Lo ha disintegrato Fini n persona sentenziando un ‘niet’ a chi ha osato criticare le sue scelte: Bocchino capo del partito e Della Vedova capo dei deputati, progetto politico dirottato sulla rotta dell’union sacrée di D’Alema. Tutto in ventiquattrore, col rischio che la diaspora sconfini anche a Montecitorio. Fini che fa? Pronuncia un’altra sentenza:  tutta colpa dei soldi del Cav. In altre parole: per Fini i parlamentari di Fli sono dei venduti se non fanno come dice lui.

Dalle colonne del Secolo d’Italia, il presidente della Camera lancia il suo j’accuse. Ammette che Fli non sta attraversando un bel momento e che le polemiche e le divisioni seguite all’assemblea costituente di Milano hanno creato “sconcerto in quella parte di pubblica opinione che ci aveva seguito con attenzione e ovviamente fanno gioire i sostenitori del presidente Berlusconi, che già immaginano di allargare la fragile maggioranza di cui godono alla Camera. Ipotesi verosimile, vista l’aria che tira nel Palazzo e le tante armi seduttive di cui gode chi governa e dispone di un potere mediatico e finanziario che è prudente non avversare direttamente”.  

Non una parola su come lui ha gestito quel che resta del suo partito e lo ha fatto dallo scranno più alto di Montecitorio; non una parola sul modo col quale “accoglie” critiche e osservazioni non il linea col suo diktat. Niente di tutto questo, l’unica cosa che il presidente della Camera riesce a dire è che Berlusconi gli sta portando via i senatori. Come? Col suo potere mediatico e finanziario, cioè li sta comprando. Non si era mai sentito parlare così chi è stato chiamato ed eletto a rappresentare la terza carica dello Stato e a maggior ragione chi, come Fini, si è sempre proclamato custode della sacralità delle istituzioni e della centralità del parlamento. C’è più di una contraddizione nel Fini-pensiero, evidente e manifesta. 

La prima: se si invoca il rispetto delle istituzioni un giorno sì e l’altro pure, poi ci si dovrebbe comportare di conseguenza, cioè coerentemente. Da presidente della Camera Fini è tenuto in primis a tutelare tutti i parlamentari e le libere scelte di ciascuno, compresi quelli che decidono di lasciare il suo partito. Non è così, perché di fatto l’inquilino di Montecitorio giudica i suoi parlamentari dal livello di fedeltà al partito che ha fondato (oltretutto nato dalla scissione col Pdl e collocato all’opposizione). Semmai e una volta di più, ciò conferma il suo ruolo di leader politico a tutti gli effetti e l’ambiguità con quello di massimo rappresentante di tutta l’assemblea parlamentare.  Non solo: con le sue dichiarazioni Fini sancisce che viene prima il suo essere capo partito, posizione dalla quale attacca i suoi fedelissimi considerati traditori, e dopo l’incarico istituzionale che è chiamato a svolgere con imparzialità. Se mai ce ne fosse stato bisogno,  è la dimostrazione pratica dell’incompatibilità di due ruoli in uno.

La seconda contraddizione:  i moderati finiani hanno sempre criticato le posizioni oltranziste di Bocchino, fin dalla sua nomina a capogruppo alla Camera e dunque tre mesi fa; per seguire Fini c’è gente come Ronchi, Urso, Saia che hanno lasciato posti di governo e oggi si ritrovano a ricoprire ruoli di terz’ordine nell’organigramma voluto e deciso dal capo alla convention di Milano. Altro che partecipazione dal basso e partito plurale, aperto, e la conferma arriva dal pasdaran Granata che liquida la ‘pratica’ Senato sostenendo che in fondo a Palazzo Madama la maggioranza c’è e quindi se anche alcuni lasciano il partito non è un grosso problema. Della serie: possiamo vivere e andare avanti anche senza senatori fiellini. Dal paladino per antonomasia dell’etica della politica e della legalità un simile giudizio appare un paradosso grande come un grattacielo e forse denota pure il fatto che poi tanto plurale Fli, forza che ambisce a rifondare un nuovo centrodestra archiviando il partito-caserma del Cav. , non è.

La preoccupazione di Viespoli e delle altre “colombe” finiane è che proprio nell’imposizione di quei vertici al timone del partito vi sia la tentazione di guardare al grande abbraccio con Bersani e D’Alema finalizzato solo a eliminare dalla scena politica Berlusconi. Dunque un problema di metodo e di merito. E ancora: Fini se ne infischia del malumore dell’ala moderata e nomina d’imperio i capigruppo che, oltretutto, non sono espressione diretta del partito ma degli stessi parlamentari che li eleggono. E quando questi osano criticarlo, scarica la colpa sul premier che li avrebbe indotti a uscire in cambio di chissà quale montagna di euro.  

Altra contraddizione: se per ipotesi fosse vera la tesi che con tanta enfasi il capo di Fli sostiene,  è un’ìpotesi che non sta in piedi perché ad esempio nel caso di Baldassarri, fino a poche ore fa uno dei più convinti luogotenenti di Fini e adesso in balia del dilemma ‘resto o me ne vado’, sarebbe stato avvicinato dal Pdl non certo oggi o ieri, bensì prima del suo voto sul federalismo municipale in Bicameralina, voto che era determinante per far passare la riforma e che invece ha bloccato il risultato in un pareggio (il senatore ha votato no). 

E ancora: quelle dei senatori finiani non sono ‘conversioni’ dell’ultimora perché le critiche sulla rotta da seguire c’erano già state nelle scorse settimane, come quelle già a dicembre scorso sull’errore (strategico e politico) di inanellare una serie di sconfitte con la raffica di sfiduce al governo e ai singoli ministri. Malumori e dissensi che solo dopo si sono palesati in tutta la loro forza dirompente proprio domenica a Milano, tanto che il tempo della convention non è servito a trovare un accordo sulle indicazioni del capo e le nomine sono uscite a evento già concluso. E all’assemblea futurista con le colline verdi e il cielo azzurro, di certo non c’erano Verdini e la Santanchè “armati” di libretto degli assegni.

Errori di metodo e di merito cui Fini non può tentare di sottrarsi caricando il fucile ancora una volta contro Berlusconi, addosandogli come ormai fa da un anno, tutte le nefandezze del mondo. Insomma un’autodifesa mascherata da attacco “sconcertante” come la definisce Gaetano Quagliariello, al “netto di ogni altra considerazione di carattere politico, e ce ne sarebbero tante”. Lo sconcerto del vicepresidente dei senatori Pdl deriva dai “giudizi e dalle insinuazioni sulla libera determinazione di membri del Parlamento che il presidente della Camera non dovrebbe permettersi per alcuna ragione. Prendiamo atto che è questo il modo con il quale la terza carica dello Stato intende interpretare l’invito ad abbassare i toni provenuto da chi si trova due gradini al di sopra di lui”.

Sulla stessa lunghezza d’onda il vicepresidente della Camera Maurizio Lupi (Pdl) secondo il quale “non è possibile  che ancora una volta, per una battaglia puramente personale, venga svilito il ruolo delle istituzioni che noi tutti rappresentiamo. Il presidente Fini ha la responsabilità istituzionale di difendere qualsiasi parlamentare, di maggioranza e di opposizione, anche se non condivide le scelte che questi, nella loro libertà, possono compiere. Certe accuse offensive non dovrebbero appartenere a chi ricopre un ruolo superpartes”.

A questo punto c’è da chiedersi se il presidente della Repubblica che più volte ha richiamato con forza la politica al rispetto delle istituzioni non debba intervenire oggi con la stessa determinazione per censurare l’offensiva del presidente della Camera contro il presidente del Consiglio.

In soccorso di Fini arriva Casini convinto del fatto che Berlusconi “a capo di un impero mediatico-finanziario enorme, come ha detto Fini” sia una “cosa ovvia. Lo pensa non solo Fini ma tutti gli italiani”. Poi dice di assistere con una certa preoccupazione alle vicissitudini di Fli ma ciò che conta è il progetto che definisce “più ampio” e che va oltre qualche deputato che se ne va. Dimentica un particolare, non irrilevante:  il progetto fa già acqua da tutte le parti se, come sta accadendo, in uno dei partiti ‘fondatori’ si aprono falle consistenti. Che minacciano tempesta, anzi naufragio.