Per Fini la Costituzione è la nuova patria ma dimentica le radici

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Per Fini la Costituzione è la nuova patria ma dimentica le radici

14 Giugno 2009

Chiedere a un costituzionalista cosa ne pensa del patriottismo costituzionale e delle politiche di integrazione rivolte alle giovani generazioni, ai “nuovi italiani” e agli italiani all’estero, potrebbe equivalere a chiedere all’acquaiolo se l’acqua è fresca. Se poi quel costituzionalista, da giovane, ha studiato l’Integrationslehre di Rudolf Smend, la domanda parrebbe a risposta ancor più scontata.  Nel mio caso, non è così. Sono un costituzionalista e ho studiato Smend. Ma forse proprio per questo non mi esibirò nello scontato ossequio alle tesi integrazioniste basate sul valore della Costituzione, la “Bibbia laica” ultimo testo sacro del pensiero politically correct secolarizzato comme il faut. Darò quindi un giudizio culturalmente critico sull’iniziativa annunciata dal Presidente della Camera, il quale, insieme a un certo numero di fondazioni, promuove il progetto “Patriottismo costituzionale  e cittadinanza nazionale”, destinato a tradursi in prossimi convegni e in corsi di storia politico-costituzionale e di cittadinanza nazionale rivolti agli studenti delle scuole medie superiori, con un occhio di riguardo, come si diceva, ai “nuovi italiani”.

Prima questione, relativa al valore della Costituzione. E’ questa l’occasione di scrivere che le continue, reiterate e insistite celebrazioni ascoltate, nel corso di tutto il 2008, e relative al sessantennale della Carta, mi hanno lasciato un profondo senso di insoddisfazione. Una Carta davvero viva nei suoi valori nel popolo di riferimento non ha bisogno di essere celebrata, con stanchi rituali, negli anniversari canonici. A dirla tutta, anzi, quelle celebrazioni mi sono sempre piuttosto sembrate la conferma del fatto che quella Costituzione noi l’abbiamo in  realtà oggi superata. Se una Costituzione vive, vive nel sentimento spontaneo e profondo di chi la rispetta tutti i giorni e la sente parte quotidiana della propria storia e della propria identità, nazionale e culturale. Se non è così – e credo che in Italia NON sia così, se si vuol dire la verità – quel sentimento non si impone con iniziative generosamente illuministiche, né promuovendo un’ennesima versione dei corsi di educazione civica. Non mi si replichi, per favore, col solito refrain del glorioso patto costituzionale tra le forze politiche espressive delle masse cattoliche e marxiste, con qualche spruzzatina di liberalismo elitario. Quelle masse non esistono più, così come significa molto poco oggi quel patto. Sono almeno vent’anni che si sono affacciate sulla scena politica forze sociali ed economiche del tutto estranee al mondo italiano del 1948; e sono almeno vent’anni che i movimenti politici espressivi di quelle forze cercano di sedersi al tavolo della Costituzione, senza riuscire – per inesperienza, per errori propri e per abilità degli avversari – ad ottenere il rinnovamento della Carta, su basi molto diverse da quelle originarie. Sono stati anzi proprio questi tentativi a determinare la feroce visione, conservatrice ed escludente, del “”giù le mani dalla Costituzione”, “la Costituzione non si tocca”. Slogan letteralmente gettati in faccia alle proposte innovatrici in materia costituzionale che quelle nuove forze hanno via via elaborato: col risultato di farle sentire semmai più estranee ad un rinnovato arco costituzionale, davvero anacronistico e assurdo.

Altro che integrazione intorno ai valori della Costituzione! Vorrei ricordare che fu proprio Berlusconi, lo scorso 25 aprile, a provare a dare un senso nuovo a quella celebrazione, avvicinandovi quella parte di popolo che vive nel nuovo millennio e non soffre di torcicollo. Lo stesso non si può certo dire delle iniziative dei vari comitati per la difesa della Costituzione.

Seconda questione, non meno importante, relativa al patriottismo costituzionale e alle dottrine dell’integrazione. Chiedo scusa, ma che programma seriamente integrazionista è mai, quello del patriottismo costituzionale? Nel suo vero ed originario significato, quello di Habermas, il patriottismo costituzionale è il succedaneo, di serie B o C, dell’integrazione intorno a valori identitari forti e realmente presenti nella comunità sociale di riferimento. Ha un mero significato residuale e procedurale, è una sorta di aggiornamento del relativismo kelseniano all’epoca della retorica “multi-culti”, è ciò che resta quando appunto si accetta la sconfitta dei valori che stanno dietro alle –  e prima delle –  Costituzioni positive. E’ ciò che resta quando ci si limita a sperare che un minimo di accordo rimanga sulle procedure, quelle tipiche della democrazia contemporanea, ma si è rinunciato a parlare di contenuti e di politica. Si dirà che è già molto, per chi proviene da culture lontane dalla nostra. Ma, in realtà, l’accettazione delle procedure parlamentari ed elettorali, le regole dello Stato di diritto, il ragionare in astratto dei diritti fondamentali: tutto ciò è solo la precondizione minimale per la costruzione di una società pacificata. Non la si può spacciare per un grande programma di rinnovamento, né ci si può costruire intorno una vera prospettiva integrazionista.

Provate a prendere sul serio il patriottismo costituzionale e testatelo su qualche caso critico, ad esempio sulla questione del rispetto dei diritti fondamentali dell’individuo nelle comunità etnicamente o culturalmente chiuse. Vi si risponderà che il principio di eguaglianza costituzionalmente prescritto esige anche il rispetto delle differenze di cultura, di genere, di religione, e che la tolleranza e il multiculturalismo impediscono di imporre realmente a quelle comunità uno standard riconosciuto di regole a difesa della dignità della persona. Mi si dirà che il patriottismo costituzionale serve proprio a questo? Non è così: a questo servono semmai politiche costituzionali e scelte politiche tout court ispirate da scelte di valore e di campo, capaci di riempire di significati e di senso formule altrimenti vuote e corrose da usi ideologicamente disinvolti o sciagurati.

Speriamo ne tengano conto gli “integrazionisti” prossimi venturi.