Per fortuna che vince Corbyn

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Per fortuna che vince Corbyn

14 Settembre 2015

E’ come se alle primarie del partito laburista inglese vinte dallo stagionato Jeremy Corbyn avesse trionfato quel professore hippie che avevamo al liceo. Ve lo ricordate? Diceva sempre che l’Italia doveva uscire dalla NATO, che la causa palestinese non si discute mai neanche se piovono bombe su Israele, che l’economia va nazionalizzata e che solo tassando chi investe e i proprietari troveremo le risorse utili a far andare avanti il grande baraccone del deficit, degli sprechi e delle prebende.

 

Tutti lo ascoltavano bonariamente, qualcuno gli sghignazzava dietro, quasi nessuno lo prendeva sul serio. Eppure oggi sui nostri giornaloni i sempre autorevoli commentatori si preoccupano molto di Corbyn e per la svolta a sinistra della improvvida Albione, rimpiangendo gli anni belli ricchi e swing di Tony Blair. Ci si chiede quali mai possano essere state le cause che hanno portato l’isolato pacifista, dato per spacciato dai bookmaker, alla vittoria. Lui che pare abbia mollato la moglie rea di aver iscritto i figli alle odiate scuole private.

 

A dirla tutta le spiegazioni offerte sull’affermazione di Corbyn paiono un tantino rimasticate: l’antipolitica, la gente che non ne può più di leadership ridotte a televendite, ma soprattutto riciccia tra le righe monsignor Piketty e la sua teoria della piramide sociale sempre più dominata da un risicatissimo percentile di ultramiliardari, mentre il resto del mondo crepa di fame come nei romanzi di Hugo.

 

E’ vero che ormai nelle democrazie occidentali post crisi globale può succedere di tutto, anche che un comico si faccia un partito o che venga riciclato il Capitale, ma ci siamo qui noi a tranquillizzare chi legge, dicendo che non tutto il male viene per nuocere. Anzi, per fortuna che alle primarie de’ sinistra vincono tipi come Corbyn: nel Paese che ha dato i natali a questo fiero repubblicano convinto che vada abolita la monarchia, l’80 per cento degli elettori continua irrimediabilmente a credere che la Regina Elisabetta sia uno dei pochi valori della tradizionale nazionale rimasti sul mercato.

 

Insomma, qualcosa ci dice che possiamo stare tranquilli. La sinistra hippie vegana e biciclettara può anche vincere la sfida interna ed eterna con riformisti e socialdemocratici, spinta da quelle sigle sindacali che Corbyn ha citato nel suo discorso di investitura ma che ormai sono ignote ai più. Detto questo, quella sinistra resterà per sempre minoritaria e in preda alla sua sconclusionatezza morale. Meglio ancora: vittorie come quella di Corbyn non fanno che accelerare la sua decomposizione come ha scritto lo Spectator evocando una prossima spaccatura nel Labour. Sai che novità per chi come noi è abituato alle guerre stellari del Pd.

 

Tipi come Corbyn, Grillo o Podemos, bisogna aspettarli al varco, alla prova del voto, per capire quanto valgono. E anche dopo il voto – posto che non regalino ai loro Paesi la sicurezza sociale di uno Chavez – basta attenderli alla prova del governo e che vadano a sbattere contro la realtà. Si è visto che fine ha fatto Tsipras, e si sa, la Grecia è maestra di democrazia. Del resto è questo il ricordo che abbiamo di quei vecchi professori hippie del liceo: ci fanno ancora tenerezza perché erano gli anni di Boccalone e dei colpi di testa, ma sono stati gli altri, i prof che al contrario facevano trottare la classe, a darci il metodo necessario per farsi strada nel mondo in cerca di opportunità.