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Sulle orme di Tocqueville/ 4

Per gli americani l’Italia sarà sempre il “Belpaese”

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Le prime parole che si scambiano con un americano che si presenta negli Stati Uniti di solito sono le seguenti: “Nice to meet you, I am Bob from Chicago”. “Nice to meet you, I am Alessandro from Italy”. “Oh! Ittàliaa! Ciao! I love Italy!”. Frase quest’ultima pronunciata con un tripudio di vocali accentate ed un tono enfatico da opera, o da operetta, da parte dello stesso businessman che un attimo prima parlava un normale standard english con lieve accento americano. E questo accade ovunque, dalla East Coast alla costa West Coast, dal Sud al MidWest – la fascia di stati americani a ovest delle 13 colonie e a est del West vero e proprio - nelle grandi città come nei paesini, e a prescindere dall’etnia del proprio interlocutore americano. Sembra che quasi tutti gli americani al di sopra di una certa soglia di reddito, neanche troppo alta, si dividano in due categorie: quelli che non sono stati in Italia e non vedono l’ora di andarci, e quelli che ci sono stati e contano di tornarci presto.

I primi chiedono con entusiasmo da quale città provieni, e se capita loro di sentirsi rispondere nomi che non siano Rome/Florence/Venice rispondono con un “Interesting!” che tradotto in italiano in realtà vuol dire “non ho la minima idea di cosa stai parlando ma non voglio fartelo pesare”. L’ignoranza è tale che capita anche di sentirsi chiedere quale sia la moneta corrente in Italia, come se dieci anni di euro non fossero bastati per far capire che – almeno per ora – Italia, Francia, Germania, Spagna e un’altra dozzina di paesi europei hanno una stessa moneta, moneta che tra l’altro vale molto più del dollaro. Il fatto è, come ammettono gli americani più attenti a cosa succede oltre oceano, che “l’America sa molto meno del resto del mondo di quanto il resto del mondo sa dell’America”.

La copertura che tv e radio danno degli eventi all’estero è marginale, con l’eccezione della CNN, mentre quasi tutti i giornali non trattano minimamente le notizie estere e hanno tagliato i propri corrispondenti – con l’ovvia eccezione di New York Times, Washington Post e Los Angeles Times, ma queste tre testate non sono rappresentative di cosa gli americani leggono in Texas, Ohio, North Carolina, e altri quaranta stati. La curiosità è perciò grandissima, ad esempio su quali città includere in un tour ideale in Italia, cosa vedere, fare, mangiare, provare. Anche su come rapportarsi sugli italiani. Un manager della middle class chiede se è vero che gli italiani sono vestiti così bene che gli americani devono ricomprare il loro guardaroba una volta arrivati in Italia, per non sfigurare quando vanno in giro nei locali. 
Gli americani che sono stati in Italia parlano cercando di utilizzare tutte le parole di italiano che hanno imparato, spesso poche, con uno sforzo davvero encomiabile, che fa quasi tenerezza.

In questo variegato gruppo di reduci si trovano quelli che sono stati incanalati dai tour operator nel turisdotto Venezia-Firenze-Roma, e sono tornati a casa estasiati dalle opere d’arte italiane sebbene non ricordino bene la differenza tra una chiesa medievale e barocca. Quelli che per lavoro hanno vissuto qualche anno in Europa, magari a Londra, e hanno colto l’occasione di andare al mare sulle coste italiane. Quelli che hanno preso casa in Toscana durante l’estate e si sono innamorati dell’enogastronomia italica, tanto da avere in cantina qualche bottiglia di Chianti – sebbene dalla marca sconosciuta, perché di solito nei paesi anglosassoni le case vinicole italiane tendono a vendere sottomarche più economiche e dalla qualità inferiore rispetto ai vini in vendita in Italia. Quelli che hanno vissuto in Italia qualche mese per studiare arte o letteratura, e ricordano con gioia e malinconia le lunghe cene all’aperto con gli amici italiani, oppure, nel caso femminile, il corteggiamento latino cantato a suo tempo da “Arrivederci Roma”. Quelli che hanno prestato servizio militare nelle basi di Aviano o Sigonella, e magari hanno sposato un’italiana.

Una galleria di immagini e di ricordi che spesso sono stereotipi, ma in fondo ogni stereotipo – così come ogni leggenda o luogo comune – ha un fondo di verità. E il fondo di verità in questo caso è l’empatia per un paese che viene percepito non solo come un condensato unico di arte e storia, non solo come un caleidoscopio di paesaggi bellissimi, ma come un posto dove la gente vive bene. Perché il centro delle città non è degradato o morto come quello del 90% delle città americane ma è pieno di vita; perché la cena non è solo mangiare ma è stare insieme con la famiglia e gli amici; perché il bere non è solo ubriacarsi ma è degustare; perché i legami sociali sono stretti come le stradine tra le case delle città e dei paesi italiani, e non sfilacciati come i chilometri di prato tra un sobborgo e l’altro delle sterminate aree metropolitane americane. Non sarà più la Dolce Vita di Fellini, ma è pur sempre una buona vita per molti aspetti invidiabile, e invidiata. Oh! Ittàllia.
 

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