Per gli immigrati la mobilità è un valore
23 Ottobre 2009
La discussione sui problemi dell’immigrazione sta sempre più assumendo contenuti farseschi, con dibattiti fuorvianti sul diritto di cittadinanza, sulle ricongiunzioni familiari, sbagliando nettamente analisi dei fenomeni e terapie. Parliamo di immigrazione nella realtà odierna verso l’Italia e l’Europa facendo riferimento ad altri tempi quando l’emigrazione avveniva verso continenti di fatto disabitati.
Dietro una serie di affermazioni falsamente buoniste si nascondono dei tranelli potenzialmente nefasti per gli immigrati. Il favorire forme di immigrazione di massa di interi nuclei familiari si trasformerà nella creazioni di nuovi segmenti sociali poveri, potenzialmente emarginati, sicuramente disadattati.
Se il fattore che determina la pressione immigratoria è la povertà di intere aree geografiche, il nostro problema dovrebbe essere quello di favorire in quelle aree crescita economica, quindi la possibilità di creare accumulazione di capitali e di sviluppo imprenditoriale.
Noi possiamo contribuire a questo uscendo dalle logiche ideologiche che vorrebbero solo vederci colpevoli di produrre la loro povertà come conseguenza della nostra ricchezza, cambiando radicalmente registro.
Le nostre retribuzioni, basse per tutti ed in particolare per gli immigrati, sono quasi sempre enormi se paragonate ai redditi dei paesi di loro provenienza.
Un povero immigrato che lavora in Italia è destinato a restare povero per generazioni, e ancor di più povero se costretto a mantenere la propria famiglia in Italia; può essere invece povero qui ma ricco nel suo paese se da questo non viene sradicato e invece viene incentivato a rimanervi ben radicato.
Dovremo in sostanza favorire forme di immigrazione stagionale, la stessa che in Europa ha coinvolto milioni di lavoratori del nord est italiano, disincentivando la forma di immigrazione stanziale che ha caratterizzato l’emigrazione delle popolazioni del sud Italia. Il parallelo con la nostra esperienza serve per misurare l’efficacia e la sostenibilità di due modelli perché se paragoniamo lo sviluppo del nord est e l’arretratezza del sud, la conferma su quale modello immigratorio porti maggiore crescita economica nelle terre da cui partono i flussi è presto data.
In pratica si potrebbe regolamentare una immigrazione provvisoria, non definitiva, ad esempio prevedendo un rimpatrio obbligato ogni dieci mesi per almeno due mesi. In questo modo l’immigrato verrebbe costretto a mantenere un rapporto con la sua terra di origine, dove i soldi che ha guadagnato decuplicano il loro valore e dove sarebbe stimolato ad investire sul suo futuro.
Questo significa però creare vere e proprie strutture ricettive per lavoratori stranieri come le baracche in Svizzera dove ha vissuto mio padre e che io ho visto da piccolo. Erano luoghi di civiltà ove era possibile condurre una vita sana, umana e soddisfacente sotto ogni punto di vista: condizioni insomma non paragonabili alla vergogna dei campi clandestini o dei tuguri dove vivono oggi centinaia di migliaia di esseri umani nel nostro paese.
Si potrebbero inoltre creare convenzioni con le compagnie aeree per favorire i viaggi dei lavoratori stranieri e per permettere la visita dei loro famigliari per periodi limitati, così come creare strumenti di formazione professionale finalizzati a trasformarli in imprenditori quindi creatori di ricchezza nel loro paese, aiutarli per il reinserimento nel loro paese e fare formazione tecnica ed amministrativa nella nostra lingua per far si che, una volta rientrati definitivamente in patria, possano rimanere legati culturalmente al nostro paese.
Creare nuova ricchezza invece di nuove povertà è possibile e sarebbe giusto ma per farlo dobbiamo cambiare mentalità.
