Fatti e misfatti del climaticamento corretto

Per i falsi profeti del riscaldamento globale è in arrivo il Grande Freddo

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Da quando è esplosa la vicenda del Climategate, il Panel Intergovernativo delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici ha ammesso che la sua abbondantemente citata affermazione del 2007, secondo la quale i ghiacciai himalayani si scioglieranno entro il 2035, non era corroborata da evidenza scientifica. Ulteriori rapporti giornalistici hanno rivelato come Michael Mann, uno degli scienziati chiave implicati nel Climategate, stia ancora ricevendo milioni di dollari in sussidi dal pacchetto di stimolo del 2009. Ma chi fa politica, a Washington e nel resto del mondo, va avanti. Proprio mentre le prove del cambiamento climatico diventano sempre più dubbie.

Alla fine del novembre 2009, un ignoto hacker nascosto dietro lo pseudonimo “FOIA” ha postato su un server russo alcuni dati riservati. Le informazioni trapelate includevano un miscuglio disordinato di scambi di e-mail, dati scientifici grezzi, commenti di analisti e programmazioni, tutti elementi utilizzati dagli scienziati che informavano il Panelo Intergovernativo delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (IPCC), un’organizzazione che nel 2007 ha condiviso il premio Nobel per la Pace con Al Gore. I dati prelevati sembrano dimostrare che scienziati tra i più importanti hanno occultato o manipolato informazioni che non corrispondevano alla loro tesi sui cambiamenti climatici, che hanno creato una lista nera dei ricercatori non allineati e aggirato le richieste di libera informazione, forse anche attraverso la distruzione di documenti.

Tale diffusione d’informazioni, conosciuta come Climategate, ha eroso alla base due tra i più essenziali presupposti alla base della questione dei cambiamenti climatici: che la scienza sia accurata e che tra gli scienziati ci sia un consenso. Nonostante questo, i leader a Washington e in tutto il globo sono andati avanti senza sosta con la loro politica sui cambiamenti climatici.

Il Climategate mette a repentaglio la credibilità di un gruppo composto dai più influenti scienziati del pianeta che si occupano di cambiamenti climatici. Al centro della controversia ci sono Phil Jones, direttore della Climatic Research Unity presso la University of East Anglia, Michael Mann, direttore del Penn State Earth System Science Center insieme a molti altri membri del cosiddetto “Hockey Team”. Il nome della “squadra” fa riferimento al famoso diagramma a mazza da Hockey di Mann che cerca di dimostrare come nei passati 1.500 anni non vi sia mai stato un riscaldamento simile a quello verificatosi negli ultimi cinquant’anni. Le e-mail coinvolgono scienziati e gruppi affiliati molto da vicino al panel delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici.

Queste istituzioni e questi individui costituiscono il baluardo del pensiero ufficiale sui cambiamenti climatici, i guardiani delle idee comunemente accettate riguardo a quel che la società industrializzata sta facendo al pianeta. La Climatic Research Unity presso la prima sconosciuta University of East Anglia è una delle poche attualmente esistenti che conserva i dati riguardanti la temperatura. Il panel delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici – un’eminente organizzazione internazionale che riesamina e valuta la ricerca e consiglia i governi in materia – fa grandissimo affidamento per le proprie proiezioni sui dati della Climatic Research Unit dell’East Anglia. Ciò è significativo perché le rivelazioni venute fuori dal Climategate suggeriscono che i dati dell’East Anglia potrebbero essere stati manipolati al fine di farli corrispondere alla tesi della comunità sul riscaldamento globale.

E il panel delle Nazioni Unite non consiglia soltanto l’ONU e i leader di tutto il globo; è anche una chiave di riferimento per i ricercatori accademici sul clima. Resta ancora da definire in che misura i dati dell’ora discutibile Climatic Research Unit/IPCC possano aver contaminato anche altre ricerche. Ma i dati prelevati mettono in discussione l’affermazione secondo la quale le temperature sarebbero cresciute di recente e in maniera significativa a causa dell’attività dell’uomo. È proprio su questa tesi che è fondata l’odierna agenda della politica sui cambiamenti climatici.

Oltre a sollevare dubbi sulle metodologie reali e le analisi scientifiche, il Climategate va a minare quel “consenso scientifico” che tanti leader e burocrati mondiali hanno fatto valere nel premere per una più severa politica di lotta ai cambiamenti climatici. In sostanza, il panel delle Nazioni Unite definisce il tono del dibattito ufficiale sui cambiamenti climatici. Ma se la revisione del lavoro dei colleghi è stata manipolata per dar voce soltanto a quegli scienziati che credono nel cambiamento climatico, allora quel “consenso” è, nella migliore delle ipotesi, debole e, nella peggiore, inesistente. Visto in questa luce, il Climategate rende più difficile, se non impossibile, per l’opinione pubblica riporre la propria fiducia in un “consenso” fondato su scienziati che non forniscono né difendono con onestà le prove scientifiche delle loro affermazioni.

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La quantità di e-mail venute alla luce è risultata in un’impresa preoccupante per gli scienziati che hanno cercato di andare sino in fondo alla controversia. Ma qualcuna delle comunicazioni ora rese pubbliche vanno al cuore del problema di convincere l’opinione pubblica che il pianeta è in serio pericolo. Un messaggio di Jones riassume le peggiori paure di chi si è dedicato alla promozione della tesi del riscaldamento: in esso, Jones ha parlato del proprio desiderio di “nascondere la diminuzione” delle temperature.

Ma c’è molto, molto di più. Per esempio, in uno scambio di e-mail datato 14 ottobre 2009 tra Mann e Kevin Trenberth dell’Università del Colorado, Mann aveva attribuito alla “variabilità naturale” la mancanza di dati che mostrassero il riscaldamento degli oceani in seguito alle tempeste tropicali. Trenberth aveva risposto esprimendo la preoccupazione che alcuni dei dati necessari a supportare la dichiarazione di Mann fossero “sfortunatamente carenti”.

Trenberth aveva scritto: “Affermare che si tratti di variabilità naturale non costituisce una spiegazione. Quali sono i processi fisici? Dov’è andato a finire il calore?”. Lui – aveva detto – stava scrivendo da Boulder, in Colorado, “dove negli ultimi due giorni abbiamo infranto il record dei giorni più freddi mai registrati e si preoccupava che “al momento non possiamo spiegare l’assenza di riscaldamento ed è una farsa che non possiamo…”. E faceva notare che, stando a una serie di dati del 2008, “dovrebbe esserci un riscaldamento ancor maggiore”. Ma poi conclude: “I dati sono sicuramente sbagliati. Il nostro sistema di osservazione è inadeguato”.

Un altro esempio del contenuto sospetto rivelato dalle e-mail consisteva in un messaggio di Jones nel quale egli menzionava due scettici tra i più importanti, Steve McIntyre del blog Climate Audit e Ross McKitrick dell’università di Guelph in Ontario. Jones aveva scritto che se i due “dovessero mai venire a sapere dell’esistenza di un Freedom of Information Act per la libertà dell’informazione nel Regno Unito, credo che cancellerò il file piuttosto che mandarlo a chicchessia”.

Mann ha anche scritto che “sembra che gli scettici abbiano organizzato un ‘colpo di stato’ a Climate Research (si trattava di un giornale piuttosto mediocre per cominciare, ma ora è un giornale mediocre con un ‘obiettivo’ ben definito)” e che “dobbiamo smettere di considerarlo una legittima pubblicazione che si occupa di revisionare il lavoro dei colleghi”. Forse dovremmo incoraggiare i nostri colleghi nella comunità della ricerca climatica a non inviare più documenti a questo giornale, né a citarli sulle sue pagine.

In un’altra e-mail, Mann parlava di come non riuscisse a trovare dati riguardanti alcuni anni in particolare e suggeriva una soluzione che i critici hanno definito un “massaggio” dei dati, una manipolazione, per farli coincidere con la sua tesi. “Te li sto fornendo solo per uso personale perché sei un collega fidato – scriveva Mann –, perciò per favore non passarli a nessun altro senza consultarti prima con me. Si tratta di quel genere di ‘panni sporchi’ che non si vorrebbero veder finire nelle mani di coloro che potenzialmente potrebbero cercare di distorcere le cose…”.

Le e-mail trapelate non hanno sorpreso McKitrick, il quale mi ha detto che gli scienziati che interagiscono molto da vicino con l’IPCC si sono ridotti al bullismo da cortile e all’intolleranza nei confronti del dissenso. La gente dell’IPCC è “di vedute molto ristrette, sta molto sulla difensiva e non ama essere criticata. Intendo dire che se vien fuori un documento con il quale loro non sono d’accordo è più probabile che, invece di affrontarne il contenuto, si lancino all’attacco. Richard Lindzen, docente di scienze atmosferiche ad Harvard e scettico di lunga data, dice delle e-mail: “Non sono ambigue. Parlano di mettere il bavaglio ad altri scienziati. Ma non c’è da sorprendersi. Chi è dell’ambiente ha già visto cose del genere. L’unica sorpresa è che qualcuno si sia davvero procurato questi documenti e li abbia selezionati”.

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A un primo sguardo, la corrispondenza trapelata del Climategate costituisce le Relazioni Pericolose del mondo scientifico. A dispetto del rullar di tamburi teso a informare l’opinione pubblica che la scienza appoggia con forza la tesi dei cambiamenti climatici, i dati prelevati dall’hacker disegnano il ritratto di una comunità di esperti spaventati da esami minuziosi, disposti a usare metodi subdoli per mettere a tacere chi nutre dei dubbi e felici di eliminare le prove che potrebbero mettere a repentaglio sia le loro teorie che i loro finanziamenti.

Nonostante tutto ciò, lo scandalo non ha condotto a serie riconsiderazioni di natura politica e neanche a una significativa stigmatizzazione degli scienziati e delle organizzazioni implicate. Al contrario, anche se le supposizioni fondamentali riguardanti i cambiamenti climatici sono state messe in dubbio, l’Environmental Protection Agency ha mosso i primi passi per mettere in atto le più ampie regolamentazioni che si siano mai viste negli Stati Uniti riguardo alle emissioni di biossido di carbonio. E appena qualche settimana dopo, la conferenza sui cambiamenti climatici di Copenhagen, con la presenza di 192 paesi, ha avuto inizio senza significativamente affrontare la questione delle e-mail del Climategate.

Di fatto “FOIA”, il delatore del Climategate, potrebbe trovarsi a fronteggiare accuse di natura penale negli Stati, come ha suggerito il senatore democratico Barbara Boxer. “C’è chi lo chiama ‘Climategate’, io lo chiamo ‘E-mail-theftgate’”, ha affermato la Boxer. “Si tratta di un crimine”. A dispetto dello scandalo, la comunità dei cambiamenti climatici e i suoi sostenitori politici sono andati avanti con ferma determinazione, reticenti per quel che riguarda le rivelazioni sul Climategate ma schietti sulla necessità di affrettarsi, siglare accordi internazionali e far passare politiche basate sulle idee minate in quelle e-mail offensive. Irridendo l’idea che la scienza dovrebbe essere sottoposta a ulteriori controlli, hanno detto che la necessità di affrontare il problema del riscaldamento ha sopraffatto qualunque altra considerazione.

L’atteggiamento generale di coloro che hanno presenziato a Copenhagen è stato di ritenere il Climategate irrilevante, una mera distrazione. Chi poi ha parlato delle e-mail ne ha minimizzato l’importanza. Nonostante l’apparentemente schiacciante contenuto delle sue stesse e-mail, Michael Mann ha negato in maniera categorica di aver utilizzato i dati con la deliberata intenzione d’ingannare, di aver soffocato il dibattito scientifico o di aver tentato di eludere qualsiasi istanza di libertà d’informazione. La diffusione delle e-mail, ha affermato, è parte di un orchestrato tentativo di contrattacco che è vecchio di decenni. Risposte del genere spostano il centro dell’interesse dal contenuto delle e-mail alle motivazioni che hanno spinto coloro che le hanno portate alla luce. Se i dati trapelati venivano utilizzati dai negatori che volevano infiammare il dibattito su questioni non meritevoli di discussione, nessuno aveva allora motivo di preoccuparsi di quelle e-mail.

Questo, per i leader mondiali, è stato sufficiente. “Si dice che la scienza che ruota attorno ai cambiamenti climatici non sia così sicura come asseriscono i suoi fautori “, ha affermato il primo ministro britannico Tony Blair nel corso della conferenza di Copenhagen. “Non ha bisogno di esserlo. E comunque, quello che è fuor di discussione è che esiste una gran quantità di sostegno scientifico per l’idea che il clima stia cambiando, e a causa dell’attività dell’uomo. Perciò, anche per una pura ragione precauzionale e data la serietà delle conseguenze, se una tale idea fosse esatta e considerato il tempo che ci vorrà perché l’azione faccia effetto, noi dovremmo agire”.

Questo atteggiamento sprezzante non è stato limitato agli attivisti dei cambiamenti climatici e a chi tra i politici dà loro potere. La copertura dello scandalo da parte dei media mainstream è stata minima. I fatti sono apparsi su giornali come il New YorkTimes soltanto settimane dopo l’iniziale rivelazione delle e-mail da parte dei blogger. E anche allora la gran parte degli articoli minimizzava l’importanza del Climategate. Come ha scritto Clark Hoyt, public editor del New York Times, in un editoriale del 5 dicembre cercando di dare una logica all’approccio di basso profilo del giornale, il Climategate era soltanto un “fatto”, non un “fatto grosso”.

Hoyt e il columnist scientifico del giornale, John Tierney, hanno ammesso che le e-mail provavano che “gli scienziati possono essere meschini, sulla difensiva, e che persino possano provare ad “aggiustare” un po’ i dati. Il 30 novembre Tierney ha affermato che le e-mail provano che il famoso diagramma a mazza da hockey di Mann è un pastiche di dati “omogeneizzati” in modo tale da agevolare il desiderio di Jones di “nascondere la diminuzione” delle temperature. Ma ha insistito sul fatto che ciò non invalida le conclusioni che il pubblico ha tratto dalla ricerca in questione. La stessa conclusione di Tierney è sorprendente, benché contraddittoria: “Di certo la storia dietro quel grafico non ha dimostrato che il riscaldamento globale è una bufala o una truffa come hanno proclamato alcuni scettici, ma ha dato un esempio di un altro dei loro ragionamenti. E cioè che la prova del riscaldamento globale non è così inequivocabile come asseriscono molti scienziati”.

Ma se davvero quella prova era lontana dall’esser certa, perché allora il resto della copertura effettuata dal giornale e il dibattito pubblico a Washington e a Copenhagen affrontano invece il cambiamento climatico come se fosse “inequivocabile” allo stesso modo di scienziati quali Mann e Jones e di sostenitori quali Al Gore? Al di fuori di blog e media come la pagina degli editoriali del Wall Street Journal, ha avuto il sopravvento l’atteggiamento per il quale il Climategate è stato gonfiato e non dovrebbe spostare l’attenzione dalla nobile missione di arrestare il pericolo del riscaldamento globale. A Copenhagen, le citazioni riguardo allo scandalo e il relativo scetticismo sul riscaldamento non sono state altro che semplici seccature facili da ridurre al silenzio. Ben lontani dal presentare spiegazioni convincenti per le preoccupazioni sollevate dal Climategate, gli attivisti del cambiamento climatico hanno impiegato il proprio tempo a schivare domande.

Gli uomini della sicurezza alle Nazioni Unite non solo hanno impedito al giornalista irlandese Phelim McAleer di far domande ad Al Gore sul Climategate nel corso della conferenza, ma gli hanno anche staccato il microfono. McAleer ha cercato di porre domande simili al docente di Stanford Stephen Schneider, il quale si è rifiutato di fare commenti. Quando McAleer ha fatto una domanda a Schneider, un membro dello staff ha cercato di azzittirlo manipolando il suo microfono e un membro della sicurezza ha chiesto a McAleer e alla sua squadra di spegnere la telecamera nonostante essi protestassero di essere membri accreditati della stampa.

Di certo, per le élite politiche, scientifiche e mediatiche riunite a Copenhagen il Climategate è stato nulla più di un irrilevante incidente di percorso. Lo stesso Accordo di Copenhagen costituisce una testimonianza di quanto poco il Climategate fosse tenuto in considerazione; il secondo dei dodici punti del documento cita nello specifico il Quarto Rapporto Peritale, che include i contributi dell’East Anglia e del Penn State. Sette membri dello staff dell’East Anglia e due del Penn State ne erano i revisori.

Chi fa politica negli Stati Uniti e i leader delle nazioni industrializzate hanno esteso la propria fiducia facendo ripetutamente appello all’ormai incerto “consenso tra gli scienziati”. Peggio ancora, sono andati avanti con i negoziati senza fermarsi a valutare criticamente la qualità delle loro informazioni. Il consigliere scientifico di Obama, John Holdren, ha parlato brevemente del Climategate davanti al Congresso, liquidandolo come una controversia su dati e interpretazioni “assolutamente non rara nella scienza”. Holdren ha poi ribadito l’importanza della leadership americana per una significativa azione a Copenhagen riguardo ai cambiamenti climatici.

Mentre Copenhagen si concludeva, blogger, giornalisti e scienziati avevano solo cominciato a setacciare i dati diffusi dall’haker, tanto meno a controllare ulteriormente la scienza. Il dibattito andrà avanti, mentre si calcolano i meriti tra la regolamentazione cap-and-trade e le norme burocratiche, e mentre il Congresso decide se codificare i desideri espressi da Obama a Copenhagen sui limiti alle emissioni. I fedeli dei cambiamenti climatici sostengono che non c’è tempo per fermarsi, che qualsiasi ritardo potrebbe portare a conseguenze catastrofiche. Tuttavia anche agire in base alla disinformazione può essere pericoloso, in particolare se l’origine dell’informazione è corrotta.

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Portare la scienza in un dibattito pubblico è rischioso perché offusca i confini che la separano dalla politica. Quando coloro che parlano in nome della scienza affermano che il destino dell’umanità è in pericolo, quando indugiano su possibili apocalissi, quando la loro scienza riflette non soltanto un metodo ma anche una fede e una missione morale, la relazione tra scienza e politica diventa sospetta. Le emozioni si scontrano con l’obiettività. Allo stesso tempo, le conseguenze della politica si estendono non solo alla scienza ma anche all’economia e, ancor più essenzialmente, a ciò che la società considera importante. I profeti del global-warming non fanno alcun mistero del loro voler cambiare il modo di vivere dell’essere umano medio.

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A dicembre, proprio mentre la storia del Climategate si andava rivelando, l’amministratore dell’Environmental Protection Agency Lisa Jackson ha annunciato che le emissioni di biossido di carbonio sarebbero state classificate come inquinanti in base al Clean Air Act, la legge quadro americana che regola la materia relativa alla qualità dell’aria, aprendo così la porta alla loro completa regolamentazione. I requisiti dell’Environmental Protection Agency saranno persino più onerosi della legislazione del cap-and-trade esaminate dal Congresso nel 2009.

Le conseguenze di tali variazioni saranno enormi. I tentativi di ridurre le emissioni limitano pressoché intrinsecamente la capacità di funzionamento delle imprese. Che piaccia o no, un compromesso è inevitabile: le priorità ambientali contro quelle economiche. Stando alle prime valutazioni, il numero di aziende che necessitano di un’autorizzazione dell’Environmental Protection Agency potrebbe schizzare dalle 12mila o 13mila di oggi a oltre un milione nel prossimo futuro. Un numero che con ogni probabilità finirà per comprendere non soltanto scuole o ospedali, ma anche uffici, caseggiati e persino panifici. Questo nuovo processo di rilascio dei permessi sarà ampiamente richiesto; considerati i prezzi del carburante del 2008, ogni impresa che avesse speso settantamila dollari annui in gas naturale vi sarebbe sottoposta. Il costo più basso del carburante nel 2009 renderebbe il valore-soglia ancor più basso. Il processo dei permessi impiega una media di diciotto mesi per chiudersi, e sin quando il permesso non viene rilasciato non è possibile dare il via ad alcun progetto. L’emissione di qualsiasi permesso è soggetta a causa giudiziaria, che può impiegare anni per risolversi. E non sono soltanto le nuove strutture a poter essere soggette alle strozzature dell’Environmental Protection Agency; anche molte delle strutture già esistenti avranno bisogno dell’approvazione soltanto per dare inizio a qualcosa di semplice come una ristrutturazione.

Tutto ciò va a significare un’atmosfera ben poco invitante per gli imprenditori. Utilizzando le informazioni tratte dall’Advanced Notice of Proposed Rulemaking dell’Environmental Protection Agency, il think-tank Heritage Foundation stima che dal 2009 il prodotto interno lordo cumulativo subirà una perdita di sette trilioni di dollari. Il fatto che l’annuncio dell’Environmental Protection Agency sia venuto proprio mentre si stava rivelando la vicenda del Climategate potrebbe sembrare ironico, ma di fatto è stato diffuso intenzionalmente proprio all’apertura della conferenza di Copenhagen. La mossa è stata un messaggio per indicare la serietà degli Stati Uniti riguardo all’idea di cambiare le proprie consuetudini di emissione e la loro determinazione a siglare un accordo per assicurarsi che anche altri facciano lo stesso.

A dispetto di questa largheggiante offerta americana prima di Copenhagen, poco è stato davvero realizzato. L’accordo finale non è stato una formale decisione delle Nazioni Unite. Né è stato legalmente vincolante. Copenhagen ha fallito perché i paesi in via di sviluppo hanno avuto la corretta consapevolezza del proprio interesse nazionale e hanno rifiutato d’impegnarsi in accordi vincolanti da un punto di vista internazionale in grado di danneggiare le loro economie emergenti. Le concessioni da parte degli Stati Uniti hanno fatto ben poco per tentare paesi come il Brasile, l’India e la Cina affinché mettano a repentaglio la ricchezza che potrebbero costruire da sé se dovessero andare avanti senza ostacoli.

Il grado di sovrapposizione tra le regolamentazioni dell’Environmental Protection Agency e l’atto di limitare le emissioni promesso dal presidente Obama nel suo discorso a Copenhagen non è ancora ben chiaro. Il presidente ha affermato di essere “fiducioso che l’America rispetterà l’impegno che abbiamo preso” per tagliare del diciassette per cento le emissioni statunitensi entro il 2020 e dell’ottanta per cento entro il 2050, il tutto, incredibilmente, a spese della nazione americana sotto forma di un’economia più limitata e assai più regolamentata. Oltre a tagliare le emissioni a livello nazionale, l’Accordo di Copenhagen include l’“impegno per un obiettivo” in base al quale le nazioni industrializzate erogheranno un contributo annuo di cento miliardi di dollari ai paesi più poveri che perseguano la riduzione delle emissioni di biossido di carbonio. Benché l’accordo sostenga che i finanziamenti verranno egualmente ripartiti tra fonti pubbliche e private e attraverso i governi, è probabile che saranno gli Stati uniti ad elargire gran parte di quel denaro.

Se tutte queste misure sono tese ad agire come un argine contro il rischio rappresentato dal cambiamento climatico, allora gli Stati Uniti sottoscriveranno la più grande polizza assicurativa della storia del mondo. Considerate le questioni fatte emergere dal Climategate, gli uomini della politica e il loro pubblico dovrebbero chiedersi se sono davvero disposti a fare quell’investimento.

L’entità del riscaldamento del pianeta e l’idea che un innalzamento della sua temperatura sia colpa del genere umano sono faccende che un giorno gli scienziati saranno in grado di provare in maniera decisiva. Ma le e-mail del Climategate illustrano che la credenza del riscaldamento globale potrebbe affondare le proprie radici meno in una scienza obiettiva che nella precaria coscienza occidentale del capitalismo e dello sviluppo. Quegli scettici secondo i quali l’allarmismo ambientale in mostra a Copenhagen e altrove è il prodotto di una moderna fede panteistica e non il risultato di un ragionamento empirico devono essere presi sul serio. Il meglio in cui si può sperare per le conseguenze del Climategate è che la comunità che si occupa di scienza faccia onore allo scopo dei propri studi: porre domande e valutare le prove con occhio imparziale.

© Commentary
Traduzione Andrea Di Nino

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