Per i giudici non è una brava mamma anche se non ha provato ad esserlo

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Per i giudici non è una brava mamma anche se non ha provato ad esserlo

10 Settembre 2010

Anna ha vent’anni, un lavoro precario e modesto, una vita fragile e disagiata, un marito che l’ha “sedotta e abbandonata”, una bambina di pochi mesi che probabilmente non avrà mai diritto di conoscerla perché i giudici di un tribunale hanno stabilito che Anna non sarà una brava mamma.

Lei che con volontà e determinazione ha portato avanti la sua gravidanza per nove mesi contro il parere dei più accaniti spiriti pro-choice che le “suggerivano” di abortire – dando un’interpretazione alquanto discutibile della legge che regolamenta le interruzioni di gravidanza – non può essere in grado, o forse degna, di crescere pur con tutte le difficoltà di una vita complicata, sua figlia. Guadagna troppo poco, ha un passato troppo difficile alle spalle, con un marito che è tornato al paese di origine e un primo figlio che ha deciso di dare in affido condiviso, pur continuando a vederlo periodicamente.

Il tribunale di Trento ha stabilito che per la piccola nata è molto meglio un’altra vita rispetto a quella da trascorrere con una madre naturale che l’ha voluta e desiderata. E, nonostante Anna abbia voluto intraprendere una battaglia legale che si preannunciava da principio difficile ed estenuante – come ulteriore atto di determinazione di una madre disperata –, la bimba è stata dichiarata adottabile o ancor peggio da affidare ad una struttura.

Forse ci sbaglieremo, forse non conosciamo tutti i dettagli che hanno costituito il fatto e portato al giudizio, dettagli determinanti per pensare che se la storia di Anna fosse andata diversamente dovremmo sentirci noi per primi profondamente responsabili della infelicità di un essere umano indifeso. Eppure, ci sono alcune cose su cui vale la pena riflettere leggendo questa storia.

Ci piacerebbe per una volta leggere nelle cronache dei giornali che un giudice ha deciso e stabilito in difesa dei valori della vita e non contro di essa. Che un atto naturale come la nascita di un bambino non venga ridotto ad un mucchio di scartoffie e codicilli quando non ad una prova di forza. Che si guardasse per una volta al diritto che ogni figlia ha innanzi tutto di essere accudita, amata e cresciuta dalla propria madre, se nulla osta a che ciò accada. Perché aldilà di ogni giudizio di merito, la figlia di Anna è nata, ricevendo da sua madre il dono più grande, che va difeso e protetto aldilà di ogni presunzione giudiziaria.

Ci stupisce che il diritto alla maternità debba ancora una volta essere negato da fattori socio-economici e che di fronte a difficoltà di questo tipo sia sempre più facile recidere un legame indissolubile come quello che lega una madre a suo figlio – dal grembo materno in poi – piuttosto che aiutare a rafforzarlo.

Saremmo lieti se i tribunali decidessero sulla base di elementi oggettivi e comprovati – come una dichiarazione incontrovertibile di volontà o un evento che si è materialmente verificato – e non solo sulla base di presunzioni e ricostruzioni posticce. Come è possibile giudicare Anna per ciò che non è stata, rilevare la sua incapacità di essere madre “in potenza” senza averle in alcun modo consentito di esserlo in atto, definire aprioristicamente ciò che è giusto e ciò che non lo è imponendo una visione deterministica della vita (e della morte), negarle il diritto ad essere madre sulla base di un principio di normalità, quando ciò che è “normale” sono i giudici a stabilirlo?

Ci auguriamo che questa storia sia a lieto fine per tutti i suoi protagonisti. Che le istituzioni intervengano e che per una volta facciano il bene pubblico, che poi è quello di Anna, di sua figlia come rappresentanti di tutta la collettività o che Anna trovi una famiglia che adotti lei assieme alla sua bambina. Quel che sarà non possiamo saperlo.

Purtroppo alla fine ciò che resta di questa come di tante altre storie è la certezza di un diritto che nel nostro paese, ma non solo, sta diventando sempre più presunzione (dei giudici).