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Per i neocon sarà Obama a sfidare McCain

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L’American Enterprise Institute, storico think tank che dal 1943 si occupa di promuovere la ricerca e il dibattito in merito a temi di economia, politica, benessere sociale, istruzione e immigrazione, prosegue con la propria analisi elettorale, che continuerà sino ad esaminare il voto negli USA del 4 novembre. Una commissione di esperti, giornalisti ed analisti politici d’oltreoceano ha analizzato e commentato il voto sinora espresso nelle primarie statunitensi, ipotizzando anche qualche previsione sulla futura corsa presidenziale che seguirà alle convention estive dei due partiti in competizione.

Apre i lavori Karlyn Bowman, scienziata politica ed editorialista per l’AEI, la quale avanza quattro brevi considerazioni su quello che identifica come il trend nazionale emerso dalle primarie:

1) I Democratici generalmente si dichiarano “molto felici” dei candidati del proprio partito alla nomination presidenziale -sia nel caso in cui le loro preferenze siano rivolte a Hillary Clinton, che a Barack Obama. I Repubblicani, d’altro canto, si dicono solo “moderatamente soddisfatti”. Questo dimostra come il fenomeno noto come party self-identification, ovvero la capacità e la volontà degli elettori di riconoscersi in un dato movimento politico, si esprime ancora una volta prevalentemente a vantaggio del Partito Democratico. Bowman tuttavia ricorda che la party identification è importante, ma è troppo presto per considerare questi dati come una definitiva indicazione del comportamento generale dell’elettorato.

2) I Democratici continuano ad avere un vantaggio organizzativo in termini di gestione della campagna elettorale sui Repubblicani; sembra dunque confermato che i Democrats siano maggiormente in gradi di gestire la macchina logistica del proprio partito, in particolare nell’ambito della raccolta fondi. I Democratici dimostrano inoltre maggiore entusiasmo per il proprio schieramento e lo reputano generalmente capace di gestire quelli che vengono percepiti come i key issues, gli argomenti chiave, più di quanto i Repubblicani riconoscano al Grand Old Party.

3) Il 19 marzo è il quinto anniversario dell’invasione dell’Iraq. Da luglio, la percentuale di cittadini statunitensi convinta che la surge abbia funzionato è quasi raddoppiata. Abbandonata l’ipotesi di un ritiro immediato, gli americani sostengono sia meglio affrontare la spinosa questione dell’Iraq progettando un ritiro graduale; ciò nonostante, la guerra viene ancora vista come un errore, ed il gradimento politico di Bush -e dunque in molti casi del Partito Repubblicano nel complesso- ne ha sofferto severamente. Tuttavia, McCain presenta un consistente vantaggio (14 punti percentuali in più rispetto a Hillary Clinton) apparendo all’elettorato come colui che sarebbe maggiormente capace di gestire la politica estera statunitense; l’idea che la linea Repubblicana sia la più adatta a difendere e promuovere gli interessi americani nel mondo rappresenta un dato certamente rilevante.

4) L’economia è percepita complessivamente come il tema più importante di queste elezioni presidenziali, dove il paese si reputa in balia di una crisi severa paragonabile alla situazione degli anni ‘91/’92. L’inflazione è reputata l’indicatore principale al quale la popolazione guarda per valutare l’andamento del paese; i prezzi salgono più velocemente dei salari, in particolare quello della benzina; i tassi di interesse sono troppo alti; la disoccupazione è in aumento. Su come gestire l’economia, anche i conservatori concordano sul fatto che i candidati Democratici sono in netto vantaggio.

John C. Fortier, scienziato politico ed editorialista, prosegue il dibattito avanzando alcune considerazioni supplementari. In primo luogo, si sofferma sull’abilità dimostrata da Obama nel finanziare la propria campagna, cosa che Hillary ha fatto in modo tradizionale (ricorrendo ad esempio ai contributi da parte di grandi finanziatori) e che nel complesso l’ha penalizzata. Una volta terminati i fondi, Hillary si troverà difatti senza aiuti concreti, oltre che economici; Obama invece, avendo utilizzato internet in maniera capillare e conquistando i piccoli finanziatori (coloro che versano meno di 200 dollari a testa), ha dimostrato di sapere non solo dove realmente il denaro versato può fare la differenza, ma dispone di manodopera politica da utilizzare aggiuntivamente -e gratuitamente- per proseguire la propria campagna elettorale. Nel suo genere, nota Fortier, anche questa è una sconfitta per Hillary Clinton: seppur in grado di vincere in Ohio e Texas, si troverà a fronteggiare difficoltà consistenti quando si tratterà di proseguire la propria campagna già dalle successive primarie.

In secondo luogo, Fortier avanza alcune considerazioni sul complesso dibattito in merito all’erogazione dei finanziamenti federali per John McCain. Circa un anno fa, McCain -così come Obama- decise di usufruire della possibilità (prevista dalla Costituzione americana) di ricevere denaro pubblico per la corsa presidenziale alle elezioni, ovvero solo per la campagna vera e propria che seguirà alla convention estiva. Tuttavia, nelle primarie Barack Obama ha dimostrato di aver saputo raccogliere finanziamenti maggiori di McCain: dunque, se la sfida sarà tra questi due candidati, Obama potrebbe disporre dell’eventuale ricavato non utilizzato nelle primarie da investire nella campagna presidenziale; e l’aver saputo ottenere molto denaro da parte dei cittadini significa altresì che Obama potrà richiedere maggiori finanziamenti federali. La situazione di McCain invece è differente: seppur anch’egli non abbia accettato finanziamenti federali per le primarie, ha ricevuto prestiti importanti di natura incerta, che potrebbero non venire conteggiati al pari dei fondi raccolti da Obama e dunque finirebbero per limitare -e non aumentare- i finanziamenti federali che il Senatore dell’Arizona chiederà dopo le primarie. Forse tutto questo non influirà sul budget di McCain, ma è probabile che il Senatore non dorma sonni tranquilli temendo di partire svantaggiato sul piano dei finanziamenti se il suo rivale sarà Barack Obama.

Norman J. Ornstein, scienziato politico ed esperto di politiche pubbliche, nota come la campagna elettorale stia prendendo forma attraverso gli slogan con cui i partiti si autodefiniscono: i Democratici hanno rivelato che contro McCain useranno il motto “No Country For Old Men”, [Non è Un Paese Per Vecchi, nda], un gioco di parole riferito alla presunta incapacità di McCain di guidare al meglio il paese a causa della sua non proprio giovane età. Questo slogan richiama tuttavia anche all’omonimo film dei fratelli Cohen, che sta sbancando i botteghini in America: i Democratici indirettamente ricorrono dunque allo stereotipo che vede i Repubblicani come cowboys egocentrici e violenti, sempre pronti alla guerra ed a farsi giustizia da soli -proprio come i protagonisti della pellicola cinematografica. La risposta del Grand Old Party è “There Will Be Blood”, ci sarà del sangue, anche qui un doppio senso che rimanda ad un altro film di successo [in Italia è stato tradotto come “Il Petroliere”, con Daniel Day Lewis, nda]. Da un lato quindi i Repubblicani promettono di far scorrere il sangue, ovvero di combattere rispondendo colpo su colpo alle accuse dei Democrats; dall’altro, si richiamano al film in cui si criticano il cinismo e la manipolazione del prossimo, proponendo i valori della comunità e di una fede sincera; e sostengono la necessità di accettare la modernità, seppur non sottoscrivendone gli aspetti più deleteri.

Ornstein prosegue soffermandosi sulla decisione di Mike Bloomberg a non presentarsi alla corsa per la Presidenza, ufficializzata il 28 febbraio. Lo studioso nota come questo di fatto avrà serie ripercussioni sull’economia: difatti, Bloomberg (seppur candidato indipendente) aveva promesso di finanziare con le proprie donazioni filantropiche una parte consistente dello stimulus package (il progetto di incentivi economici voluto da Bush per risollevare l’economia americana), dimostrandosi dunque simpatizzante verso il Grand Old Party. La conferma definitiva di una sua uscita di scena, anche da un eventuale ticket presidenziale con McCain, ha di fatto creato sfiducia verso il Grand Old Party, togliendo inoltre possibile liquidità da mercati come quello degli immobili, e scoraggiando investimenti di compagnie importanti come BMW e Mercedes nel settore automobilistico già in crisi,.

In generale, prosegue Ornstein, l’America si reputa al momento una very unhappy country, un paese molto infelice: il 91% degli abitanti sostiene che l’economia è in terribile stato; percentuali simili affermano che il paese non avrebbe dovuto impegnarsi in Iraq, sebbene vedano la situazione in miglioramento; ed in generale quasi ogni americano disapprova pesantemente le continue dispute dei politici nel Congresso a Washington in merito a vari temi come l’immigrazione, l’etica e l’economia -dispute che vengono percepite come sterili e dai toni inutilmente polemici.

Nel complesso, Ornstein si dichiara sicuro all’85% che Obama vincerà la nomination Democratica. Dunque, nel caso di una gara tra Obama e McCain, si scontreranno due candidati che sono percepiti dall’elettorato come in grado di fermare il “disfunctional bickering”, il continuo litigio dei politici a Washington, per fare realmente qualcosa per il bene dell’America. McCain si è dichiarato consapevole dell’importanza di competere nei contenuti e non nei modi con il rivale affermando: “non attaccherò personalmente Obama”. Questo è un buon inizio, precisa Ornstein, è quello che la gente vuole: è il messaggio politico che deve funzionare, non la denigrazione dell’altro candidato. E riguardo agli issues, la campagna politica è semplicemente riassunta: McCain dovrà investigare l’aspetto economico, sul quale è percepito come eccessivamente debole, per trovare soluzioni nuove senza dare l’impressione di seguire la linea di Bush. Obama invece dovrà dimostrare di essere capace di fare il Presidente, di rivestire un ruolo di responsabilità nonostante la giovane età, padroneggiando i fatti e non solo le teorie, e supplendo con una buona squadra d’appoggio alla sua relativamente minore esperienza politica.

In ogni caso, conclude Ornstein, sarà una campagna presidenziale che coinvolgerà i gruppi periferici di interesse collegati indirettamente alla politica (lobbies e pressure groups): tra tutti, quelli appartenenti al campo economico e dell’occupazione, che hanno proprio denaro e propri collaboratori attraverso i quali influire sulle tattiche elettorali anche in termini di pubblicità. Questo vale anche per i gruppi ideologici di matrice religiosa, che agiranno in modi certamente nuovi e a volte forse spiacevoli, premendo e pungolando affinché i candidati si schierino riguardo ai moral issues. Sarà importante verificare se gli stessi candidati saranno suscettibili ad eventuali ricatti dei tre gruppi di pressione citati (economia, occupazione e fede), che per canto loro non possono essere controllati; oppure se sapranno prenderne le distanze.

Diversamente da Ornstein, Michael Barone, analista politico e giornalista per U.S. News & World Report, sostiene come la candidatura di Barack Obama sia oramai certa al 95%. Secondo lo studioso, Clinton ha davvero scarse possibilità di invertire quella che già chiaramente appare come una tendenza ben definita all’interno dell’elettorato Democratico -a meno che non si verifichi una marcia indietro totale da parte dell’opinione pubblica. Hillary Clinton potrebbe già chiamarsi fuori dalla sfida all’interno del suo partito dalla fine di questa settimana; altrimenti, potrà proseguire affermando di essere ancora in gara, certo, ma non potrà certo ambire ad insidiare la base di consensi sempre più salda di cui dispone il suo oppositore. Persino i suoi superdelegates, sostiene Barone, di fronte a questa situazione potrebbero schierarsi a favore di Obama.

La riflessione più interessante compiuta dallo studioso dell’AEI riguarda tuttavia l’andamento elettorale, in particolare l’idea che il voto nel 2008 sarà molto più fluido di quanto fu nel 2000. Per questo, Barone argomenta come si possano accantonare definitivamente le consuete distinzioni tra Stati “rossi” e Stati “blu” [rispettivamente, a prevalenza Democratica o Repubblicana]. Le primarie difatti hanno già dimostrato come non si debba guardare ad uno Stato che riveli l’andamento generale della nazione, o ad un numero ristretto di Stati in grado di fornire linee guida per interpretare o predire il voto presidenziale in tutto il paese. Oggi più che mai è importante esaminare la figura del candidato, non vaghi conteggi riguardanti “Stati blu” o “Stati rossi”. Gli Stati chiave inoltre, oltre ad essere poco indicativi dell’andamento nazionale, possono cambiare: piuttosto che il New Hampshire e la Florida, afferma Barone, quest’anno sarebbe opportuno che i Repubblicani ad esempio valutassero l’andamento delle primarie in New Jersey e Connecticut, mentre per i Democratici sarebbe opportuno analizzare i dati provenienti da Louisiana ed Arkansas.

Infine, l’ultima puntualizzazione dello studioso: sono le idee, non i partiti, a muovere l’elettorato. Per questo non possiamo dirci certi di quanto accadrà in occasione di queste combattute elezioni presidenziali. Tutto ciò appare chiaro constatando come gli elettori abbiano sinora espresso preferenze chiare solo quando intervistati genericamente: se si interroga il cittadino comune riguardo alla propria identificazione in uno schieramento “Democratico” o “Repubblicano”, le preferenze danno in vantaggio i Democratici. Tuttavia, non appena si pongono a confronto due nomi -Clinton e Obama, ad esempio, o Obama e McCain- il vantaggio di Obama è molto meno netto. Questo porta ad affermare che se la voter self identification è generalmente dalla parte dei Democratici, come ha notato precedentemente Karlyn Bowman, la preferenza per i candidati non è altrettanto marcata. Ciò significa che non si deve considerare l’elettorato come un oggetto statico, dal comportamento prevedibile e regolare: molti potrebbero ancora cambiare idea, e bisogna ricordare che potremmo ancora vedere il formarsi al suo interno di nuovi gruppi di consenso, dal comportamento elettorale imprevedibile -in particolare nell’ambito religioso.

Anche da questo dipenderà la linea politica dei due schieramenti, ed unitamente ad essa potrebbero ridefinirsi le caratteristiche personali dei candidati -quelle che sostanzialmente permettono ai cittadini l’identificazione personale in uno di loro. McCain e Obama, conclude Barone, polarizzeranno anche quest’anno l’elettorato; ma lo faranno secondo nuove modalità, che non si sono ancora esplicitate dal profondo. La battaglia delle idee per la leadership, per la linea di partito per l’identificazione culturale dell’America di domani, è ancora agli inizi.

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