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Per i partiti nuovi il problema non sono le tessere, sono i soldi

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Anche il nuovo segretario del Partito Democratico, nella sua relazione di Milano, ha glissato su uno degli aspetti che possono connotare il nuovo che si intenderebbe costruire in politica: il rapporto tra la politica e il denaro necessario per realizzarla. Un rapporto decisivo e ineludibile, solo che non si voglia perpetuare una forma, un modello di partito che appartiene agli schemi logori del passato.

Decenni di finanziamenti pubblici per la politica e per i partiti, determinati da leggi come il finanziamento pubblico ai partiti (riconvertita, contro la volontà dei cittadini che si erano espressi contro a larga maggioranza durante un referendum del ‘93, in legge sui rimborsi elettorali), hanno prodotto forme di clientelismo, di cor­ruzione, di parassitismo burocratico e statalizzazione della politica, che sono sotto gli occhi e alle orecchie di tutti.

Le migliaia di miliardi di vecchie lire che i partiti introitano da parte dello Stato, consentono esse stesse – insieme al sistema elettorale che impedisce al singolo di decidere liberamente la rappresentanza in Parlamento, fatto gravissimo e senza precedenti nella storia repubblicana - la proliferazione dei partiti, che accedono al finanziamento pubblico anche se hanno solo un eletto e la moltiplicazione delle prebende per i mezzi d’informazione di partito attraverso la legge sull’editoria.

Un partito nuovo, se vuole essere tale, non può non porsi questo problema. E’ un’ipocrisia risolverlo nel dibattito “tessere sì tessere no”. Senza aggiungere un parola vera sul ruolo che ha il denaro nella politica e sull’entità enorme di denaro pubblico di cui i partiti, associazioni private non riconosciute, possono disporre. L’ipocrisia deriva dal fatto che tutti sanno che l’introito derivante ai partiti dalle contribuzioni degli iscritti costituisce una parte infinitesimale del denaro che i partiti usano proveniente dalle casse dello Stato. Nel sistema attuale, i partiti non hanno bisogno del denaro proveniente dalle elargizioni libere dei cittadini, ricevendo già quote enormi di denaro pubblico.

Il finanziamento alla politica dovrebbe essere, concepito, interpretato e realizzato come problema dell’organizzazione dello Stato e del sistema politico, considerando la sua centralità per il concetto stesso di democrazia.

Se si intende fare una nuova politica, è evidente che si deve creare un nuovo rapporto tra l’iniziativa politica, che si deve svolgere per obiettivi, e il denaro necessario per realizzare questi obiettivi. I progetti di attività dovrebbero essere autofinanziati e dovrebbero vivere con il concorso delle risorse umane e delle risorse economiche necessarie, che vanno quantificate, pre-determinate e legate indissolubilmente al raggiungimento dell’obiettivo politico.

Una rivoluzione vera sarebbe quella di battersi contro le leggi attuali che consentono ai partiti di appropriarsi di denaro pubblico e di reperire dall’autofinanziamento, democratico, libero, diretto e trasparente, derivante dalla scelta di privati cittadini, imprese, gruppi, associazioni, le risorse necessarie all’azione politica.

Perché il Partito Democratico, se vuole affrontare seriamente questo tema, non promuove un’iniziativa legislativa con la quale i partiti rinunciano ai finanziamenti che possano derivare, direttamente o indirettamente, dal danaro dello Stato?

Perché il Partito Democratico non proclama che una delle ragioni fondanti di un nuovo contratto di rappresentanza possa essere quello di affidarsi, senza infingimenti, al modello americano di fund raising per la politica, che consentirebbe da un lato il ri-concepimento del rapporto tra partiti-cittadini-Stato e dall’altro la valorizzazione vera dell’adesione a delle idee?

Un’iniziativa politica di questa natura, costringerebbe l’intero sistema dei partiti a ripensare a se stesso in modo serio, costruttivo, moderno, recuperando il senso e il ruolo che la stessa Costituzione repubblicana assegna ai partiti, quando parla di partito come “strumento”. Se il Partito è tale, deve muoversi e vivere nel mercato della politica, e quindi nel mercato delle idee, come si muove un’impresa nel mercato della produzione. Deve affrontare il rischio d’impresa: vendere le sue idee, promuovendo l’autofinanziamento, rinunciando contestualmente a tutto quel che deriva dalla sicurezza di avere uno Stato che paga quelle idee.

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