Per il “libertarismo all’italiana” tutte le vacche sono nere

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Per il “libertarismo all’italiana” tutte le vacche sono nere

09 Agosto 2008

C’è un fantasma che si aggira nel mondo liberale e spesso ne inquina l’aria e ne annebbia la vista, il "libertarismo all’italiana. Per ‘libertarismo all’italiana’ intendo, sostanzialmente, l’attitudine ad apprezzare ogni e qualsiasi eresia, da qualsiasi parte provenga. Alle origini di tale attitudine ci sono varie cause storiche e culturali ma almeno tre possono considerarsi decisive. 

 La prima risale all’eterno romanticismo politico, che ha trasformato l’aforisma goethiano “beato chi vita crea!” nel grido di battaglia “beato chi moto crea!”: l’esistente viene considerato, sempre e comunque, uno specchio d’acqua che ,senza il soffio vivificatore della dissidenza, rischia di trasformarsi in una morta gora. 

La seconda deriva dalla natura stessa della sinistra intesa come momento ineliminabile della dialettica politica dell’età moderna. Rifacendomi a una metafora didattica impiegata nelle mie analisi su ‘destra e sinistra’, di contro alla destra, rappresentata dall’albero che affonda le sue radici nella tradizione (nelle sue varie accezioni), la sinistra è il “movimento” che spezza le catene del potere e del privilegio. Nell’ottica della sinistra, ogni potere consolidato – politico, sociale, economico – tende a opprimere gli uomini e, pertanto, ogni contestazione di ogni potere diventa giusta e santa. 

La terza, decisamente sottovalutata dai filosofi politici dell’Europa continentale, sta nella diversa rilevanza etica conferita alla vita, alla libertà, alla proprietà. Delle tre gambe del tripode lockeano solo la seconda sembra infiammare i cuori del libertarismo all’italiana (lontano anni luce, soprattutto in questo, dal libertarismo d’oltreoceano): della vita si fa minor conto e, per quanto riguarda la proprietà, non se ne fa affatto.

Non meraviglia, alla luce di tali presupposti, che il libertario italiano sia portato a simpatizzare con ogni dissidente, indipendentemente dal fatto che ne condivida o meno le idee (quante volte non lo si sente ripetere le parole del grande Voltaire: “non approvo quello che dici ma mi batterò fino alla morte per garantirti la libertà di dirlo”!). Dove c’è qualcuno che contesta qualcun altro vediamo accorrere al suo fianco il radicale o il liberale di sinistra – le species più comuni del genus libertario – mai sfiorati dal dubbio che un potere o un’autorità possano essere contestati in nome di principi ripugnanti e che, a volte, un ‘potere corrotto’ può essere meno peggio di un ‘potere integerrimo e fanatico’. 

Meraviglia, invece, che questo abito della mente e del cuore venga spesso indossato da liberali autentici, forse ingannati da qualche frase di Luigi Einaudi (estrapolata dal contesto del discorso) o da qualche omaggio reso da Benedetto Croce, pur così lontano dal romanticismo politico – da lui bollato come sterile e pericoloso ‘attivismo’ -, a quanti contestavano – e per alcuni aspetti giustamente – l’Italietta prebellica. “Chi non ama gli eretici”, è il noto refrain “non può dirsi liberale!”. E’ il dogmatismo dell’antidogmatismo. L’eresia, come ogni altra produzione dello spirito umano, non è, in sé, né bella né brutta, né buona né cattiva, né vera né falsa. Tutto dipende dai suoi contenuti, da chi se ne fa promotore, dagli effetti di ‘lunga durata’ che un’eresia vincente ha sulle società umane.

Un liberale, anche se cattolico, non può non essere affascinato dall’eretico protestante che ripone nel santuario della coscienza le misure del bene e del male e le norme guida del suo agire. Ma se quell’eretico si mette a predicare il ritorno alla povertà evangelica, l’abolizione della proprietà privata, la comunione dei beni, la poligamia veterotestamentaria, la messa a morte degli infedeli etc., come può lo stesso liberale non capire i motivi che hanno indotto il ‘braccio secolare’ a reprimere il riformatore fondamentalista? (Semmai ha qualcosa da dire sul processo che gli è stato intentato, sulla raccolta delle prove a carico, sulla effettiva pericolosità sociale del dissidente, sulla condanna alla pena capitale, sulla crudeltà dell’esecuzione). Un Gerolamo Savonarola, con le sue denunce della corrotta corte papale di Alessandro VI, può ispirare un profondo rispetto ma come non avvertire il momento fondamentalista e intollerante della sua  predicazione che organizzò il  rogo dell’“arte degenerata” del tempo (quella umanistica e rinascimentale), seminando il terrore tra maestri di bottega della moderna Atene, che tutta l’Europa ci invidiava? 

Il liberale sta dalla parte di chi, chiedendo libertà per sé, la chiede anche per gli altri. Se il radicale Hébert critica aspramente Robespierre perché non affonda abbastanza la lama nelle viscere di una Francia corrotta dal re, dalla nobiltà, dai preti, la libertà di parola da lui rivendicata in seno a una Convenzione regicida e liberticida diventa qualcosa di cui tutta l’umanità dovrebbe preoccuparsi? Un liberale del tempo avrebbe dovuto unirsi agli enragés che volevano processare l’Incorruttibile? E a quale scopo, per affrettare la fine del suo mondo, la perdita della vita, la confisca delle sue proprietà? In realtà, quanti la pensavano come Benjamin Constant, dovettero trarre un sospiro di sollievo vedendo Varlet & C. salire sul palco della ghigliottina e, almeno in quell’occasione, approvarono, in cuor loro, una misura di Robespierre. 

Ogni regime rivoluzionario – ma si potrebbe dire, ogni regime politico – passati i giorni della poesia, entra nel tempo della prosa. Gli ‘eroi’ diventano burocrati e l’effervescenza dello ‘stato nascente’ cede il posto alla routine quotidiana, in cui debbono affrontarsi problemi organizzativi complessi e insolubili senza una buona squadra di ‘tecnici’. E’ la fine della fase totalitaria e l’avvento di una forma di governo autoritario-poliziesca. Nella storia dell’Unione Sovietica m’è sempre parsa emblematica del periodo di stabilizzazione la figura di Nikita Kruscev che, defenestrato dalla carica di Segretario del PCUS e quindi da ogni altra responsabilità politica, portava i nipotini a passeggio nel parco moscovita, dava da mangiare ai piccioni e, seduto su una panchina, si leggeva la ‘Pravda’. La rivoluzione era finita, la libertà non era venuta, la nomenklatura si era allargata dandosi sempre nuovi privilegi, ma, in compenso, in riferimento al tripode lockeano, la vita del cittadino comune non era più minacciata dal terrore e qualche forma di proprietà privata, sia pure ancora occulta, cominciava ad essere tollerata.

Un liberale avrebbe dovuto rammaricarsene e riversare “tutta la sua compiacenza” su quanti, in URSS, volevano essere ascoltati per denunciare le derive burocratiche e imporre il ritorno al fondamentalismo leninista-stalinista? Non è quello che fecero i dissidenti del ‘Manifesto’ ma non ci andarono troppo lontano quando alla ‘rivoluzione tradita’ di Breznev contrapponevano la ‘partecipazione dal basso’ della via maoista e, per qualche tempo, persino l’estremismo di Pol Pot. Eppure quale liberale di sinistra o libertario o persino liberalsocialista craxiano non li ebbe, in qualche misura, in simpatia? E quanti lessero il tremendo reportage – pubblicato dall’editore ‘fascista’ Rusconi – sulla rivoluzione di Mao vista da un giornalista sovietico? I cinesi facevano gli ‘eretici’? E allora ‘Viva i cinesi’ e speriamo che “la Cina sia vicina!”. Stiamo sempre lì: non c’è contestazione del potere che non sia benedetta anche se il potere viene contestato soprattutto perché si dimostra esitante nel tagliare le teste e nel liquidare definitivamente il passato. 

Certo la dittatura, la repressione del dissenso – non solo quello di sinistra, anche quello di destra! – gli appannaggi e gli arbitri della classe dirigente, in un’ottica liberale, vanno denunciati ma in nome di che? Il regime di Rheza Pahlevi era corrotto e intollerante (anche se indubbiamente stava occidentalizzando la Persia, sì da richiamare l’attenzione di Ugo Spirito che lo esaltò nella sua ultima opera): un liberale, lontanissimo dalle mitologie del “trono del pavone”, era tenuto per questo a sostenere l’Ayatollah Khomeini che odiava mortalmente lo scià e intendeva riportare l’Iran al medioevo islamico? A seguire i libertari francesi (a cominciare da Michel Foucault) e quelli italiani che salutarono come un giorno felice della storia dell’umanità l’entrata di Khomeini a Teheran? Basta che un governo autoritario cada, poco importa chi ha inferto il colpo e cosa accadrà – il futuro è in grembo a Giove! 

Il romanticismo politico pseudolibertario può definirsi, per certi versi, la negazione radicale dell’etica della responsabilità ovvero di quell’agire che, nella classica formulazione di Max Weber, guarda alle possibili conseguenze di una decisione e misura il ‘prima’ e il ‘dopo’ ovvero si chiede se il mondo, in virtù di quella decisione, sia migliorato (sia pure di poco) o peggiorato. La sua divisa è “tanto peggio, tanto meglio”: finché ci sarà qualcuno disposto a rompere le uova nel paniere non verranno meno la vita e la speranza. 

Ma la “società aperta” ha bisogno di questo lievito critico permanente e indiscriminato? O, piuttosto, non deve rimanere sempre sul chi vive distinguendo, di volta in volta, la critica di “chi vita crea” dalla critica di chi è sempre smanioso di “agitare le acque”, l’eresia di chi prepara un mondo migliore per tutti dall’eresia di chi invoca “tagli netti col passato”? Fare “l’elogio di Farinacci”, come capitò all’ingenuo Piero Gobetti, è preferibile alla “strategia dell’attenzione” nei confronti di Giuseppe Bottai che con le sue riviste – volte, nelle intenzioni, a rivitalizzare il fascismo – alimentò un dibattito potenzialmente liberale (come dimostra il fatto che l’intellighenzia politica del secondo dopoguerra si formò, in gran parte su quelle riviste, e da ultimo lo stesso Bottai, reduce dalla Legione straniera, si riconvertì alla democrazia)? 

Simpatizzeremo per Paolo Ferrero e per le sue ultime raffiche di ‘Bandiera rossa’ solo perché hanno accusato Giordano, Bertinotti e Vendola di soffocare il dibattito all’interno di Rifondazione Comunista? In realtà, sono atteggiamenti ‘suicidi’ che ‘vengono da lontano’. Fu il brain trust di ‘Rivoluzione Liberale’ a esaltare i fermenti vitali e libertari contenuti nella lezione di Antonio Gramsci contro il dogmatismo e la concezione burocratica del partito di Costantino Lazzari, Giacinto Menotti Serrati etc. Nessun paragone, beninteso, è possibile tra la genialità di Gramsci e il greve ideologismo dei massimalisti del PSI, ma ciò vale sul piano della teoria, giacché, a ripensare quelle vicende sul lungo periodo, se ne conclude che la classe dirigente dei Lazzari e dei Menotti Serrati, segnata dal vecchio positivismo delle scuole italiane e, malgré soi, paralizzata dal rispetto degli istituti albertini, difficilmente avrebbe ricalcato le orme dei rivoluzionari giacobini (‘Come facciamo ad espellere dal Partito – replicarono a un incredulo Lenin – delle brave persone come Turati, Modigliani etc.?’: un’obiezione che compendia la civiltà di un’intera stagione storica) laddove l’autore dei Quaderni del carcere, stando allo storico nordamericano Th. R. Bates, se avesse preso il potere,   avrebbe riservato ai suoi nemici fascisti una sorte ben peggiore di quella da lui subita. 

Per il ‘romanticismo politico’ il nuovo, purché percepito come protesta contro l’esistente, è sempre l’aria fresca che irrompe nella vecchia casa. Si tratti del ’68 o delle ‘Pantere nere’, del sindacalismo rivoluzionario o del castro-guevarismo, ogni volta che ci si batte per il ‘cambiamento’ spunta un Ferruccio Parri (cito il simbolo venerando dell’antifascismo giacché la sua rivista ‘Astrolabio’ fu la più vicina al ’68) che scuote la testa, deplora le intemperanze ma, sostanzialmente, giustifica e comprende i “giovani”. Che poi la “political culture” così generosamente “compresa” abbia devastato la scuola italiana e distrutto l’Università, contribuito all’arretramento dell’economia e, indirettamente, all’imbarbarimento della politica, non è colpa di nessuno. All’inizio le ragioni dei contestatori, si fa rilevare, erano buone, poi si è constatato, come dice una canzone napoletana, che “o’ mellone è uscito bianco” e in questi casi “cu chi t’a vuò piglià?”. 

No, non basta “l’insofferenza per l’ortodossia ufficiale” ad attivare le simpatie dei liberali per le minoranze dissidenti. Se si critica il PCI per il sostegno dato all’URSS, nel ’53 (Berlino), nel ’56 (Budapest), nel ’68 (Praga), bisogna vedere in nome di quali valori o progetti alternativi vengono avanzate le contestazioni. Se dietro di esse c’è il convincimento che altri rivoluzionari, vicini alle masse operaie e contadine come Mao e Guevara, nei tre casi, si sarebbero comportati diversamente, allora il dissenso tra ortodossi ed eterodossi all’interno del pianeta comunista, per chi abbia “preso sul serio” il liberalismo, riveste lo stesso interesse che avrebbe, per un ateo, il contenzioso che divide il cattolico dal luterano in ordine al tema della transustanziazione o della consustanziazione.