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Ritorno sui banchi?

Per la scuola è sempre più caos

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Da un governo che agisce in una fase di emergenza ci si aspetterebbe concretezza e serietà, dinamismo e pragmatismo. Ma sappiamo benissimo che così non è e l’esecutivo guidato da Giuseppe Conte non sa più che pesci pigliare. Basti pensare alle recenti dichiarazioni della ministra Lucia Azzolina che, nel corso di una visita ad un istituto comprensivo di Milano, ha sostenuto di voler far lavorare supplenti non ancora laureati nelle scuole materne ed elementari per ridurre la disoccupazione giovanile.

I soggetti interessati da tale misura sarebbero tutti gli iscritti ai corsi di Scienze della formazione primaria, non ancora in possesso della laurea appunto ma in grado di poter insegnare. Una scelta questa che ha subito ricevuto il niet del Consiglio superiore della Pubblica Istruzione e che ha generato molta perplessità in diversi esponenti politici. Ad esempio il leader di Azione Carlo Calenda su Twitter ha scritto che “un Paese che è diventato tra i più ignoranti in Europa ha giustamente un Ministro che è il più imbarazzante in Europa. Ma siccome è donna si deve dire sottovoce. Non credo che la parità si costruisca in questo modo”. Certo, si tratta di dichiarazioni personali che Calenda ha fatto e alle quali non serve accodarci perché da sempre sosteniamo che la parità di genere sia un obiettivo da raggiungere soprattutto in politica. Ma non è questo il punto.

Il nocciolo della questione sta altrove e risiede nel fatto che la scuola (e l’istruzione in sé) sta subendo duri contraccolpi, pratica questa che va avanti ormai da anni, come se il sapere fosse diventato qualcosa da bistrattare o – peggio ancora – da ridurre a brandelli. Introdurre supplenti non laureati per diminuire la disoccupazione giovanile non solo non risolve il problema di chi, pur avendo i titoli, è a casa in attesa di una cattedra; immettere chi non ha una laurea tra i banchi di scuola comporta una svalutazione di chi quella laurea ce l’ha già e ha sostenuto dei sacrifici rilevanti per poter raggiungere quel traguardo. Non è un caso che i maggiori atenei italiani stiano denunciando in queste settimane un calo vertiginoso dei nuovi iscritti, calo dovuto anche a ragioni economiche. La crisi infatti imperversa e le famiglie non riescono a pagare le rette o le tasse universitarie come dovrebbero; nonostante ciò, il nostro Paese vanta diversi centri del sapere fra i più illustri d’Europa.

Tuttavia chi ci governa sta riducendo la scuola e l’università in un diplomificio, senza tener conto che è in aula che si formano le nuove generazioni. Insomma, le recenti dichiarazioni della titolare del dicastero dell’Istruzione ci lasciano perplessi. E se una smentita non arriverà, ci auguriamo almeno che i prossimi provvedimenti siano maggiormente oculati e in linea con quello che è l’interesse generale del Paese.

Una boutade estiva si può perdonare, un’altra misura anacronistica no. Azzolina si ravveda e lavori per garantire la ripartenza del sistema scolastico a settembre perché il tempo è ormai scaduto.

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