Per la sinistra anche il fascismo è meglio del Cavaliere

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Per la sinistra anche il fascismo è meglio del Cavaliere

07 Agosto 2008

Finalmente! Ci sono voluti più di sessant’anni ma alla fine anche la sinistra italiana ha fatto i conti col passato. Addio vecchio antifascismo, in nome del quale qualunque battaglia politica era giustificata. La lunga guerra civile, che ha idealmente spaccato il paese per più di mezzo secolo, è superata. Basta scorrere le prime righe di un editoriale scritto da Alberto Asor Rosa sul Manifesto di ieri per farsene una ragione.

Secondo l’illustre intellettuale vi è un momento della storia politica del nostro paese che “rappresenta senza ombra di dubbio il punto più basso nella storia d’Italia dall’Unità in poi. Più del fascismo? Inclino a pensarlo”.  In quell’inclinazione – una mezza verità che però pesa come un macigno – si racchiude la presa di distanza da anni e anni di insanguinate battaglie politiche, di morti ammazzati per le strade, di rivoluzioni progettate e mancate. Di lacrime, di passione e di sangue. Vivaddio!

Un evento storico, insomma, quello che annota anche se con cautela Asor Rosa, di cui bisogna ancora una volta dare merito ad un solo uomo: il nemico dei nemici, sempre lui, il Cavaliere. Secondo Asor Rosa, infatti, il momento più basso di centocinquant’anni di storia italiana è proprio quello che stiamo vivendo, quello inaugurato dalle elezioni dell’aprile scorso, che ha portato Silvio Berlusconi per la terza volta a governare questo paese e che ha avviato l’inizio della fine, la decadenza dal non ritorno, il degrado sociale e morale di una nazione.

Meglio il fascismo del Caimano, dunque. Se ne devono essere convinti in molti. Perché sui giornali di sinistra non c’è traccia di replica alle dichiarazioni audaci di uno dei rappresentanti della cultura più alta della sinistra italiana. Ma a proposito di cultura e di sinistra, non era proprio Asor Rosa, che in occasione di un’ordinanza del comune di Firenze che metteva al bando i lavavetri aveva scritto una lunga lettera al Corriere al termine della quale si “dimetteva da intellettuale di sinistra”?

Qualcuno nel frattempo deve averlo ri-assunto. Ma a questo punto ci chiediamo: chi c’ha avuto il coraggio?