Premio Letterario Coppedè/11

Per la terza volta quel profumo di primavera che incendia l’anima

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Erano le sette della sera, quella sensazione che mi accompagnava da tutta la vita era tornata, chiara, limpida,profumata. La primavera mi ha sempre resa euforica al crepuscolo, e mi ricordava le vie della mia città natale, lassù, al Nord. Un senso di pienezza, di "essere al posto giusto, nel momento giusto", qualcosa che mi aveva aiutata anche durante il mio soggiorno Newyorkese, tanto pieno di amarezza e tormento.

I colori, così vivi, il profumo delle piante, tutto così ben definito nei contorni e nello spazio. Stavo, tanto per cambiare, analizzando i fatti recenti della mia vita. Ero appena uscita da una nota clinica oculistica dove mi ero sottoposta ad un controllo a seguito di un intervento: non avevo più gli occhiali, ero libera. Un lavoro di successo, uno stipendio più che ragguardevole, amici, e quell’età giusta nella quale una donna è matura e consapevole, bella dentro e fuori, non troppo giovane e non ancora vecchia. Dopo tanti anni passati ad osservarmi avevo la consapevolezza di me stessa come di un Essere in armonia con l’universo e, come da sempre amo dire, cosmicamente a posto. Qualche ombra giaceva sul pavimento della mia anima, mio fratello, essere adorato ed adorabile, che era tragicamente scomparso e che accompagnava quasi tutti i miei pensieri.

Stavo osservando l’architettura di questo quartiere così fantastico, Coppedè, e come mi accadeva ogni volta, mi dilungavo a fantasticare su quei richiami gotici presenti in molti palazzi. Non avevo fretta, nessuno che mi attendesse. Venni bruscamente interrotta da una presenza davanti a me. Me ne accorsi tardi, quasi inciampai. Di fronte, un uomo. Qualcosa mi evocava dei ricordi, alcuni particolari mi trasmettevano fortissime sensazioni. Stava fermo e mi osservava, sorrideva e quel sorriso non mi avrebbe abbandonata mai più. Rimanemmo così per qualche minuto, in sospensione e sembrava non ci fosse niente da dire. Quando parlò lo fece in inglese, ma non riuscivo a distinguere le parole, tutto girava intorno a me. La fontana di Piazza Mincio fu l’ultima cosa che vidi prima di perdermi nei ricordi, mentre lui parlava e la sua voce si confondeva con i miei pensieri.

Mi ritrovai di sera, lo stesso profumo, la stessa sensazione, tantissimi anni prima. Ero in Grecia, una di quelle vacanze che tutti hanno fatto, spesso finite tra la banalità di un ritorno a casa e qualche fotografia da riporre tra molte altrettanto anonime. Dopo la terza sera nello stesso ristorantino sulla spiaggia lo vidi, e lui mi vide. Ci guardammo con un’intensità sorprendente. Il giorno dopo riuscì ad avvicinarmi, e fu solo per dirmi di trovarci a mezzanotte di quello stesso giorno. Lui, il giorno dopo, sarebbe partito. Era greco. La sera ci incontrammo, non fu facile, entrambi non eravamo soli. Ci avvicinammo, i nostri respiri si fusero in uno solo: mi disse solo "ti amo", in inglese. Poi mi abbracciò e rimanemmo così per un tempo interminabile, sospesi nel tempo. Null’altro fu detto quella sera, ci scambiammo dei biglietti, i nostri nomi, gli indirizzi.

Ho sempre pensato a lui. Ecco di nuovo il profumo della primavera, sono qui, lui è davanti a me, reale, a Roma. E come quella volta non faccio domande, come in quell’occasione un evento così raro mi sembra normale ma , una volta tanto nella mia vita, non mi chiedo niente, non gli chiedo niente. Lo seguo. Quella sera, a Coppedè, non mi faccio domande, da quel quartiere fantastico e un po’ magico ce ne andiamo per mano, senza dire nulla. Lo seguo consapevole del fatto che la vita alle volte ci chiede di non guardare indietro, ma di cogliere il momento, ed io l’ho fatto.

E’ di nuovo primavera, per la terza volta in questo racconto, ma quarant’anni dopo. E respiro lo stesso odore di consapevolezza. Ho tanti anni di più, un aspetto esteriore più "consumato", ma sono la stessa di quella sera, attonita davanti ai segreti della vita, conscia del proprio percorso. Mio fratello sempre dentro di me, con la stessa intensità. Guardando il mare dalla mia casa greca bianca ed azzurra, quella che ho sempre desiderato, tocco i miei capelli ancora tanto morbidi, sono raccolti in una lunga treccia, bianchi. Lui è vicino a me e guarda lo stesso mare, penso di sapere a cosa sta pensando, penso di sapere tutto di lui. Sono esattamente quella che ho sempre desiderato essere. Il lontano ricordo di quel giorno mi fa pensare ad una cosa importantissima che vorrei insegnare a quel figlio che non ho mai avuto ma con cui ho dialogato per un’intera vita. Ogni tanto bisogna seguire il flusso delle cose e abbandonarsi a ciò che la vita ti mette davanti, senza pensare, senza domande.

La prima volta non avevo colto l’occasione, alla seconda, lì a Coppedè, ero stata più coraggiosa. E mentre guardo il mare, scorgo una strana creatura che si staglia da una colonna del portico. Una piccola concessione al ricordo dell’architettura di quel quartiere che mi ha portato fortuna. Non c’entra con le colonne bianche, non ha niente a che fare con il turchese in cui siamo immersi, ma tanti anni fa al mio arrivo in quell’isola con lui ho chiesto di poter cedere a questa piccola trasgressione che mi darà per sempre la sensazione di essere in Piazza Mincio e di ricominciare ancora una volta, senza paura.

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