12 Agosto 2007


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Per leggere il Risorgimento non dimentichiamoci l’anomalia italiana

Nel dibattito in corso sul Risorgimento si sovrappongano problemi diversi ed è necessario sapere di cosa stiamo parlando quando si parla di Risorgimento. Per entrare subito in tema, se si parla di Risorgimento pensando alla devoluzione è importante, come ha scritto recentemente su queste pagine Luca Codignola, imparare a discutere pacatamente del passato e del futuro.  Non si sono dubbi infatti quanto sia urgente il problema  – come in questi giorni sembra essersi accorto anche il Corriere – del dispendio di risorse di un federalismo con 20 parlamenti (i Länder tedeschi sono sedici per una popolazione di oltre 82 milioni) in un paese con un debito pubblico come il nostro. Per il resto, se si parla di Risorgimento come evento storico, dobbiamo renderci conto che non basta andare negli archivi e scoprire  che i settentrionali consideravano il Sud africano, Garibaldi era massone e sovvenzionato dagli inglesi, vi furono espropri dei beni ecclesiastici, violenze, etc.,  per archiviare il Risorgimento come un evento negativo. Poiché la storia non è solo recupero di documenti, ma anche capacità di giudizio politico complessivo sui fatti, vorrei ricordare che senza la guerra di secessione o guerra civile americana, la guerra con più morti di tutte guerre americane, con episodi come l’incendio di Atlanta, gli Stati Uniti non sarebbero mai diventati la superpotenza del pianeta.  COn ciò non si vuol certamente approvare la violenza, né tanto meno l’incendio di Atlanta, ma rendersi conto che la storia non si fa con le belle parole e ha spesso una dimensione tragica e crudele.

Questo non significa affatto che oggi non si debba ridiscutere criticamente il Risorgimento, ma è necessario farlo con senso critico storico. Ora, a parte i desiderata dei profeti del Risorgimento, da noi nei fatti l’unità crea divisione, perché in Italia il Nord e il Sud erano due parti sostanzialmente estranee l’una all’altra e secondo alcuni storici – come Luciano Cafagna – non esistevano motivi strutturali nel 1860 per unificarle. Nei saggi del volume Due Nazioni, Paolo Macry sottolinea come le due nazioni avessero aspirazioni diverse: l’élite del Nord desiderava inserirsi nell’Europa moderna e liberale, assorbendo un Sud che considerava africano e per il quale non nutriva alcuna empatia. Ai giudizi negativi dei settentrionali si sovrappongono quelli diversi dei viaggiatori stranieri: Tocqueville apprezza il Meridione e ricorda l’abbrutimento dello sviluppo di Manchester e molti inglesi vittoriani trovano nel Mediterraneo conforto alle nevrosi e al degrado delle metropoli moderne, anche se per motivazioni geopolitiche la stampa inglese darà giudizi negativi sui Borboni. Quando si dice che è storicamente comprensibile che gli inglesi aiutassero Garibaldi, per chi non ha paraocchi ideologici significa semplicemente che nessuna nazione aiuta mai un movimento d’indipendenza nazionale per puro amore della libertà, ma per i propri interessi. Da qui a pensare che il Risorgimento sia stato un complotto anglo-massonico contro il papa, con Cavour asservito all’internazionale ebraica c’è una bella differenza.

Quando una élite nazionale di una paese riceve  aiuto da potenze straniere per ottenere l’indipendenza, sa che nessun aiuto è mai disinteressato, ma corre il rischio e lo accetta, perché l’alternativa è lo status quo. Il problema della necessità di “liberare” il Sud africano e non amato per i settentrionali derivava soprattutto dalla considerazione geopolitica che uno stato italiano senza il Meridione, che era un’entità unitaria da secoli e controllata dagli spagnoli, avrebbe avuto confini insicuri e sarebbe stato privo del Mediterraneo. Fu certamente sbagliato considerare il Sud una specie di Africa, si poteva trovare forse qualche compromesso con i Borboni e anche evitare l’aspro conflitto con Pio IX, ma la storia – come diceva Isaiah Berlin – non è un palcoscenico dove gli attori hanno un copione già scritto: i protagonisti devono improvvisare. Proviamo a immaginare invece cosa sarebbe accaduto nel ‘900 se non vi fosse stato il maledetto Risorgimento e l’Italia non fosse stata il Regno d’Italia: la fine dell’impero asburgico, dopo la prima guerra mondiale, non ci avrebbe regalato l’indipendenza su un vassoio d’argento, ma possiamo facilmente supporre che l’Italia sarebbe stata bottino di guerra tra le nazioni vincitrici, come nei secoli passati. Probabilmente, il Nord sarebbe divenuto francese,  la Spagna sarebbe stata troppo debole per difendere i Borboni  del Regno delle Due Sicilie e il Sud sarebbe divenuto un dominio dell’impero britannico con una colonizzazione che oggi farebbe rimpiangere Garibaldi. Quanto al cattolicesimo non è facile immaginare le difficoltà a cui sarebbe andato incontro con un imperatore britannico che era anche il capo della Chiesa d’Inghilterra e nominava i vescovi come un imperatore romano.

Di fronte a simili scenari, forse tutti gli errori e anche i danni dei maledetti piemontesi e garibaldini si ridimensionano. Nello stesso tempo è bene ricordare che i due più importanti filosofi del ‘900 in Italia sono due meridionali, un napoletano nipote di un alto magistrato borbonico, Benedetto Croce e un siciliano, Giovanni Gentile, entrambi convinti sostenitori del Risorgimento. Come scrivono Loreto Di Nucci ed Ernesto Galli della Loggia nell’introduzione al volume collettaneo Due Nazioni, sono esistite ed esistono due Italie sempre pronte a dividersi. Questa lacerazione è il nostro vero problema, una specie di vizio assurdo che ci divora, e solo una discussione pacata e seria può scioglierla; per questo è importante nel discorso storico e politico evitare  l’enfatizzazione dei risentimenti, l’ideologizzazione dei conflitti, e discutere pacatamente cosa fare per il futuro.   

Passando ad altro, nell’affrontare il problema della difficile unità italiana occorre cautela a fare comparazioni con gli Stati Uniti. E’ noto come le generazioni di italiani nate negli ’50 e ’60 abbiano spesso scoperto il patriottismo negli Stati Uniti e ne siano rimaste ammirate come il povero Giovannino Agnelli, che ricordava commosso il rito dell’alza bandiera la mattina. Gli Stati Uniti sono fieri di essere una nazione e sono convinti di avere la missione storica di portare la democrazia nel mondo. Per Norbert R. Bellah, il nazionalismo degli Stati Uniti non è fondato su principi etnici, ma su una “religione civile” per la quale l’America è la “democrazia di Dio” e il cui motto è “One Nation under God”.  Norbert R. Bellah ha formulato questa interpretazione del concetto di “religione civile” già negli anni ’60 e poi nel libro The Broken Covenant: Civil Religion in Time of Trial del 1975, quando i neocon non erano ancora di moda. Non possiamo neppure definire Bellah uno straussiano perché Strauss era un conservatore critico della democrazia, tanto che Atene e Gerusalemme sono i simboli inconciliabili della polarità straussiana della politica. E’ vero però che nella storia delle guerre americane troviamo spesso espressioni come “crociata per la democrazia” o la definizione del nemico come “Asse del male”. E’ anche vero che nella tradizione anglosassone, come ha dimostrato nel 2004 Victoria Kahn in un importante volume Wayward Contracts. The Crisis of Political Obligation in England, 1640-1674,  alla radice dello stato moderno vi è la metafora del contratto, tratta dalla Bibbia, ampiamente letta in Inghilterra dopo la riforma di Enrico VIII, con la quale il sovrano diventa anche capo supremo della Chiesa d’Inghilterra. La riforma inglese, però, non fu motivata da interessi religiosi, ma da interessi politico-istituzionali e pose le basi per la formazione di una grande potenza atlantica come l’impero britannico. Chiunque abbia letto il Leviathan di Thomas Hobbes sa che termina con l’elogio di Enrico VIII e Elisabetta per avere liberato il paese dal papato, considerato la continuazione dell’impero romano.

Le lotte religiose che divisero l’Europa del ‘600 non sono motivate da passioni e interessi tanto diversi da quelle ideologiche dei secoli successivi: Benedetto Croce definì la prima guerra mondiale simile alle guerre religiose del ‘600 e non aveva torto. L’obiettivo politico del protestantesimo, dell’antipapismo è cambiare l’ordine politico del Sacro Romano Impero, l’istituzione che per vari secoli governa l’Europa ed è legittimata dalla Chiesa di Roma. L’egemonia dell’Europa è stata l’obiettivo di tutte le guerre dell’Europa moderna. Frances Yates ha descritto in The Rosicrucian Enlightenment l’entusiasmo e le speranze generate il 14 febbraio 1613 dal matrimonio di Elisabetta Stuart con l’elettore del Palatino Federico V, il leader dell’associazione dei principi protestanti del Sacro Romano Impero. Il breve regno di Federico sulla Boemia, che segnò l’inizio della Guerra dei Trent’anni, entusiasmò i protestanti e li gettò nello sconforto dopo la sconfitta della Montagna Bianca, perché il successo di Federico avrebbe potuto porre le basi con la sconfitta degli Asburgo di una disintegrazione del Sacro Romano Impero e di un nuovo assetto degli equilibri politici in Europa. Lo scontro tra protestantesimo e cattolicesimo non fu dunque solo una battaglia di controversie teologiche, ma anche uno scontro politico e militare come la Guerra dei Trent’anni. Quando Giacomo I Stuart, un sovrano tra l’altro che desiderava una  riconciliazione della cristianità, chiedeva ai suoi sudditi di giurare di riconoscere la sua autorità anche in campo religioso e non quella del papa, chiedeva al papa di rinunciare al potere temporale, ovvero chiedeva al papa di rinunciare all’autorità di scomunicare sudditi e sovrani per attribuire ai soli sovrani il potere di decidere il comportamento dei sudditi e di non avere alcun controllo se non la propria volontà in politica interna ed estera. Giacomo I era il teorico del diritto divino dei re ed è uno dei più autorevoli rappresentanti dell’assolutismo monarchico.

Paradossalmente, come ha rilevato Johan P. Sommerville nel bel volume curato da Linda Levy Peck, The Mental World of Jacobean Court,  i teologi cattolici che teorizzavano che il sovrano non riceve direttamente da Dio il diritto a regnare, ma che la sua autorità ha bisogno del riconoscimento di una comunità più ampia, gli opponevano contestazioni non diverse da quelli dei presbiteriani e dei democratici. La rivoluzione inglese, la nascita della monarchia costituzionale in Inghilterra, sancisce la fine dell’assolutismo monarchico, l’inizio della democrazia, e poiché la guerra civile inglese fu anche un conflitto interno al protestantesimo vinto dalla parte che chiedeva che l’Inghilterra non facesse la guerra alle nazione protestanti, in primis all’Olanda, si crea un nuovo ordine politico, religioso, culturale, economico. Cambiano anche le rotte della navigazione, dei commerci verso le Indie e le Americhe, e i porti italiani perdono colpi. E’ il periodo della decadenza per l’Italia, che si trova esclusa dal nuovo ordine e perde il treno della modernità, come si usa dire. Con la rivoluzione francese il mondo cambia ancora: anche la rivoluzione francese si rivolta contro il cattolicesimo, decapita il clero, rifiuta il calendario gregoriano, reprime la Vandea che non vuole rinunciare ai suoi preti. E’ storicamente spiegabile che a Milano e Torino come a Napoli piccoli gruppi di intellettuali, politici, economisti, di fronte alla decadenza e timorosi di rimanere ai margini dell’Europa, guardino alla rivoluzione francese come a un’esperienza positiva, tentino come a Napoli di replicarla nominando la repubblica, o salutino poi Napoleone come un liberatore. Si comincia a chiedersi se non sia il papa a impedire all’Italia di diventare una nazione moderna come la Francia e l’Inghilterra. Mazzini parlerà di religione civile, ma di religione civile aveva già parlato Machiavelli, per il quale la Chiesa di Roma aveva impedito l’unità d’Italia, Hegel teorizza lo “stato etico” e Giovanni Gentile riprese sia il concetto di religione civile che di stato etico, senza per questo rinunciare a un suo cattolicesimo, come lo definì. Gentile, come è noto, incluse Mazzini nel suo Pantheon e non si oppose al Concordato. A ciò va aggiunto che nel 1975 esce negli Stati Uniti The Machiavellian Moment, un libro che rilancia prepotentemente Machiavelli nel dibattito politico americano. Se pensiamo che per Strauss, l’America è l’unico paese dove gli ebrei non corrono rischi di essere perseguitati perché nella fondazione degli Stati Uniti non ha alcun ruolo Machiavelli, ci accorgiamo quanto sia complicata la questione della religione civile. Pocock rilancia un Machiavelli repubblicano-aristotelico per il quale la virtus diventa possibile solo tra i cittadini associati in una res pubblica, in modo tale che la politeia, ossia la costituzione e l’organizzazione della comunità politica,  viene a identificarsi con la virtù. Skinner invece propone un Machiavelli repubblicano legato alla tradizione romana, un repubblicanesimo svincolato da ogni residuo metafisico, dove gli individui cercano nella vita associata la realizzazione dei propri obiettivi. Come vediamo, la religione civile ha varie interpretazioni.

Ora, quando si parla come l’amico Dino Cofrancesco della difficoltà di creare  in Italia una religione civile o di una concezione del mondo che dia identità alla nazione, dobbiamo renderci conto che certamente il cattolicesimo fa parte della nostra identità, ma che fortunatamente il cattolicesimo è una religione universale e non nazionale. Non si comprendono neppure tanto i timori di una nuova ondata di papismo, perché l’Italia è una democrazia multireligiosa e multietnica, dove  la chiesa cattolica ha tutto il diritto p.e. di condannare il divorzio e gli italiani hanno tutti i diritti di divorziare in quanto cittadini italiani. Siamo una democrazia laica, dove non è necessario andare a Cipro per sposarsi civilmente, come capita in Israele