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Il voto dell'Onu sulla Palestina

Per l’esistenza e l’autodeterminazione di Israele

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Prima di tutto ringrazio il Ministro, che ha svolto un intervento complesso e persino sofferto. Ho avvertito nella complessità della sua esegesi sulla risoluzione italiana un tormento, oltre che una determinazione, che sinceramente mi fa piacere e mi conferma nell’idea che la decisione di Palazzo Chigi abbia avuto un carattere subitaneo, sul quale io non ritorno a lungo, in quanto ho già sentito molti miei colleghi spiegare di che cosa si è trattato. Il Ministro Terzi è fra coloro che hanno sempre compreso il pieno significato culturale e strategico della difesa di Israele.

Qui affrontiamo il punto di gran lunga più delicato della storia di questi cinque anni in politica estera, un evidente cambio di linea, una svolta voluta da Palazzo Chigi contro ogni possibile previsione e ragione evidente nel comportamento del precedente Governo e del Parlamento. Tale scavalcamento è avvenuto in modo scioccante, dopo che questo Parlamento aveva compiuto decine di gesti di speciale amicizia e comprensione nei confronti di un Paese sempre assediato non solo da nemici fisici, ma da un odioso lavorio di delegittimazione.

Chi vuole ritrovare le tracce della strada percorsa negli anni precedenti, innanzitutto vedrà la nostra immagine rovesciata nello specchio dell’atteggiamento italiano del settembre 2011 all’ONU, dove fu espressa una posizione opposta a quella odierna. Possiamo inoltre ricordare il voto contro la partecipazione a Durban 2, una odiosa ripetizione del raduno dell’ONU contro il razzismo che si trasformò in raduno razzista contro Israele; la disapprovazione della relazione Goldstone sulla guerra di Gaza, poi ripudiata da lui stesso; i 250 iscritti all’Associazione di Amicizia Parlamentare Italia - Israele; la partecipazione di tutte le parti politiche a manifestazioni quali “Per la Verità, per Israele” indette proprio per controbattere gli stigma che piovono su Israele senza sosta; il lavoro della Commissione d’Indagine Parlamentare sull’Antisemitismo che ha rilevato senza ombra di dubbio il nesso fra antisemitismo e diffamazione di Israele; il minuto di silenzio che solo il nostro Parlamento ha osservato raccogliendosi, diversamente da ogni altro Paese d’Europa, in un minuto di silenzio per gli atleti israeliani vittime della strage di Monaco del ‘72.

Si, Palazzo Chigi ha deciso per una svolta dell’intera politica estera italiana. Le ragioni concettuali sono evidenti. La ratio basilare con cui l’Italia ha votato all’ONU la risoluzione che stabilisce che la Palestina sia riconosciuto come Stato Osservatore nasce da un aspetto della propaganda palestinese che è stato sistematicamente diffuso dalla leadership di Fatah prima del voto: l’idea era che una volta ottenuto l’upgrating la Palestina di Mahmoud Abbas avrebbe rinnovato le trattative con Israele. Il Time Magazine riportò in quei giorni che “Abbas ha promesso di ritornare al dialogo appena ci sarà stato il voto alle Nazioni Unite”.

Questa motivazione era legata a doppio filo a un’altra idea: quella che dopo la guerra fra Hamas e Israele, andasse ritemprata la parte moderata con un’azione di empowerment che la rimettesse in condizione di rappresentare la maggioranza dei Palestinesi.

Purtroppo niente di tutto ciò è si è realizzato, né, a detta dei più importanti analisti, si realizzerà. Bastava intanto, cosa che non credo che in molti abbiano fatto all’Assemblea Generale, ascoltare il discorso di Abu Mazen per capire che la leadership palestinese gioca su un terreno di irrecuperabile estremismo. A palesarlo sono stati l’uso delle parole "martiri, aggressione, occupazione, brutalità, omicidio, pulizia etnica", la negazione dell’appartenenza ebraica alla regione, la ripetizione del termine Nakba, disastro, riferendosi alla partizione del 1948, l’espressione crimini di guerra, la mancanza assoluta di qualsiasi segnale di distanza, se non di disapprovazione dal lancio indiscriminato di missili sulla popolazione innocente del sud d’Israele, la mancata rinuncia al terrorismo che pure è un bastione della politica palestinese dal suo inizio. Anzi Abu Mazen ha riaffermato che i suoi “inalienabili diritti” si riferiscono ai territori del ‘67, precondizione mai usata ai tempi di Rabin o di Barak o di Olmert... il diritto al ritorno è stato lasciato dov’era, ovvero Israele dovrebbe essere sommersa da un numero di pronipoti dei profughi del ‘48; nella sede dell’ONU è stata organizzata proprio in questi giorni una mostra in cui campeggiano mappe della Palestina che copre tutto il territorio di Israele, l’ipotesi di due Stati non si configura nemmeno lontanamente, ma solo quella della sparizione di Israele. In realtà è stata posta la premessa per quello che è avvenuto nei giorni successivi.

Infatti, nei giorni successivi le manifestazioni di gioia, le prese di posizioni dei leader palestinesi non hanno echeggiato neppure lontanamente quello che ci si poteva aspettare, ovvero una sensazione di soddisfazione accompagnata da un desiderio di conciliazione. Le manifestazioni inneggiavano ai missili kassam che avevano da poco colpito Tel Aviv, agli shahid della jihad, e in onore della vittoria veniva composta una canzone suonata alla radio ufficiale dell’Autonomia Palestinese “Voice of Palestine” che dice “Abbiamo accettato la morte per riavere Gerusalemme, noi siamo bombe, amici, quando la patria chiama. Il mio cuore è esploso con furia e ha lanciato le sue schegge decapitando il nemico”. Un’ode al terrorismo suicida.

Negli stessi giorni molti detenuti di Hamas sono stati rilasciati ed è notizia di poche ore fa che mentre Hamas sta riattivando le proprie cellule in sonno nel West Bank si costruisce l’unità fra le due parti della politica palestinese: Hamas e Fatah. Khaled Mashaal fra un invito e l’altro a uccidere gli ebrei prometteva di tornare ad essere parte dell’OLP e prometteva una nuova alleanza con Fatah. Non si può ignorare che una vittoria di Hamas si è già compiutasi in parecchie città. Hamas non è stato messo in sottordine, ma esaltato dalla nuova posizione palestinese. Abbas dava intanto per la prima volta a Mashaal il permesso di tenere un grande rally di celebrazione dei 25 anni di Hamas sul suo territorio.

L’idea che si stia preparando una terza Intifada è ormai ampiamente discussa sia fra i palestinesi che fra gli israeliani: come era prevedibile, ed è stato previsto, il dualismo “guerra di sangue, guerra diplomatica” ha avuto un effetto di galvanizzazione estremista anche su Abu Mazen, che per controbattere il successo di Hamas si è posto in gara, è stato lodato da Mashaal esattamente come Abbas ha lodato il comportamento eroico di Hamas in guerra, due successi paralleli, che si uniscono in una prospettiva strategica che era prevedibile, e che è stata esaltata dal voto all’ONU.

Era evidente che spingere due parti a trattare per la pace significa avere il coraggio di costringerli a sedersi uno di fronte all’altro, è talmente evidente che l’unilateralismo cancella la trattativa che è inutile qui ripeterlo, anche se c’è chi non lo vuole sentire. Ma è indispensabile stabilire le responsabilità storiche delle due parti. Barak si sentì dire di no, Olmert ad Annapolis ha subito la stessa sorte, Netanyahu sgomberò Hebron, fece gli accordi di Wye Plantation ma aspettò per dieci mesi Abu Mazen avendo blocato gli insediamenti senza che il capo palestinese si presentasse, è la vittima designata oggi di critiche che penso avviliscono più chi le fa che chi le riceve.

Era ovvio che al terribile oltraggio che l’Europa ha inferto a Israele, esso rispondesse con la conferma della propria presenza difensiva nella zona intorno a Ma’ale Adumim, sulla strada fra Gerusalemme e Jerico, o Gerusalemme e la Giordania con tutto quello che segue, Iraq, etc, etc. Israele ha solo reagito riaffermando il suo senso di pericolo, la sua decisione a non lasciare territori se non in cambio di garanzie di sicurezza come per altro garantite dalla risoluzione 242 e 338, che parlano come tutti sanno, di “territori” e non “dei territori”.

Ho detto più volte in questi giorni come Palazzo Chigi abbia scavalcato il Parlamento che in questi anni aveva stabilito una nuova linea di condotta. Voglio dire con molta forza che questa rottura è anche epistemologica e morale, e non solo politica, comunque tutt’altro che tecnica. Prima di tutto era molto importante tener un punto all’ONU, che tutti sanno essersi trasformato negli anni e con le sue maggioranze automatiche in una fonte di fraintendimenti fatali per il mondo intero, l’organizzazione la cui Commissione per i Diritti Umani non si è mai occupata se non cosmeticamente con due chiacchiere di Cina, di Cuba, di Darfur, di Cecenia, di Siria, di Tibet, di Arabia Saudita, che nel 1975 mentre si svolgevano stragi epocali comminava la risoluzione "sionismo eguale razzismo", che dedica quasi il cento per cento delle sue risoluzioni a Israele.

Adesso si è lasciato che un grande numero di Stati che non riconoscono Israele abbiano avuto voce per riconoscere la Palestina. Nessuno ha sollevato il punto che avrebbe potuto votare solo chi riconosceva Israele. Più in generale voglio dire che l’Onu si è trasformato in questi anni in un tribuna per la negazione della Shoah, per la predicazione della distruzione atomica di Israele, e noi lasciamo che prosegua su questa linea, senza cercare di riportarlo su una linea di ragionevolezza.

Ragionevolezza e buon senso questo è quello che nel corso di questi anni il Parlamento aveva acquisito. Di fronte a un mondo che veste gli infanti da terroristi suicidi, che invita a uccidere, che inneggia alla morte, un Paese che con tutti i difetti che può avere una democrazia assediata in questi giorni ha assistito a una dura polemica nell’esercito perché ai soldati è proibito di difendersi duramente anche sotto una gragnuola di armi improprie spesso mortali, che conta a milioni le vite salvate col suo intervento nei paesi del Terzo Mondo, contro la fame e contro le malattie, contro le calamità naturali, che ha una società in cui l’integrazione delle lingue, delle tradizioni delle razze è il quid basilare, che negli anni ha provato in ogni modo il suo attaccamento alla democrazia, anche nei momenti in cui in genere la democrazia va perduta. La valanga di delegittimazione che ogni giorno, con uso di vasti mezzi gli viene rovesciata addosso, è gigantesca. Noi speriamo che l’Italia in un momento come questo, in cui il Medio Oriente è in bilico per motivi completamente diversi e lontani dal conflitto israelo-palestinese sappia recuperare il diritto di Israele all'esistenza e all’autodeterminazione tornando ad essere la stella polare della sua politica internazionale. 

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1 COMMENT

  1. Nakba
    Dunque a Fiammetta dispiaceva che Abu Mazen abbia detto la parola Nakba? E che voleva che dicesse: bene, siamo contenti quando ci torturare. Non gli basta un Abu Mazen traditore, che si lascia sfuggire la rinuncia al ritorno dei profughi, vuole pure il palestinese masochista? Che faccia! E l’Occidenta ne pubblica il pezzo come manifesto ideologico… Cosa si aspettano alla redazione di questo foglio sionista? Che uno leggendo applaudo tanta chutzpath?

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