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Per Napoli quest’anno non c’è posto a Sanremo

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La più seguita kermesse canora e la città del bel canto quest’anno non trovano la quadra. Tra gli artisti non figurano napoletani, visto che all’ultimo momento sono stati tagliati fuori sia Avitabile - ottimo musicista - che presentava un pezzo anglo-napoletano con Sir Bob Geldof, che Gennaro Cosmo Parlato con il suo "Magnificat" - pezzo interessante -, mentre in compenso ascolteremo "Yanez" in dialetto tramezzino cantata da David Van De Sfroos, che nonostante il nome assicura un italiano del comasco, per garantire anche un certo folklore territoriale e una valorizzazione del dialetto.

L’unica speranza è riposta in un gruppo di giovani proposte, Le Strisce, con la canzone “Vieni a vivere a Napoli” (testo di Davide Petrella) che, pur non assolvendo la città, la racconta da napoletano purosangue odiandola e amandola al tempo stesso, come nelle più grandi passioni da manuale. Anche per loro, però, si sta ancora aspettando una conferma definitiva per sapere con certezza se ci saranno.

Dispiace un poco per Napoli, città che nei secoli è stata considerata culla di una certa musica colta. Si pensi alla scuola del '700 napoletano: Scarlatti, Leo, Pergolesi o, ancora, alle Villanelle che nascono sui canti delle Lavandaie del Vomero, già al tempo di Federico di Svezia nel 1200 e che tra il '500 e il '600 vantano autori come Marenzio, Caccini, Monteverdi.

Nell’Ottocento, poi, la straordinaria “Fenesta ca lucive” fu attribuita a Vincenzo Bellini, il cigno di Catania che era venuto a Napoli per perfezionare il suo genio. E, ancora, nel 1835 “Te voglio bbene assaje” - attribuita al Grande Donizetti - trasformerà la festa di Piedigrotta da ricorrenza solo religiosa - il pellegrinaggio alla Madonna della Grotta - nel più importante appuntamento per la musica napoletana dei nostri giorni.

Si potrebbe continuare citando Salvatore Di Giacomo, che con le sue poesie musicate da grandi musicisti del tempo diede l’avvio - tra il 1830 e il 1880 - alla canzone d’arte sulla quale anche Mercadante si è cimentato, ma in realtà quello che rappresenta Napoli per la musica è storia già fin troppo nota e incontrovertibile.

Resta solo una tiepida amarezza, oggi, nel constatare che a Napoli non sia permesso di difendere neanche i suoi grandi valori storico-culturali e che resti fuori anche da quegli appuntamenti di cultura popolare che le permetterebbero di sottolineare che genio e sregolatezza vanno spesso a braccetto e che, vicino a tante note negative, Napoli continua ad essere una terra di musica e sorrisi.

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