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Per non cascare sulla Libia la maggioranza dà i numeri

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Sempre più ridicola la saga della partecipazione italiana alle operazioni militari alleate sulla Libia. Per farsi quattro risate basta leggere la mozione messo a punto da Lega e PDL per salvare la maggioranza di governo, un documento che sembra il copione di una commedia comica che di certo divertirà Muammar Gheddafi. Il testo contiene gli artifizi lessicali tipici di tutti i governi italiani, di ogni colore, che hanno combattuto le guerre negli ultimi venti anni chiamandole missioni umanitarie o di pace.

I bombardamenti aerei vengono definiti "maggiore flessibilità operativa dei nostri velivoli" e, guarda caso, sembra possano determinare "nocumento anche alle popolazioni civili, un incremento dei flussi migratori, maggiori oneri per lo Stato italiano e conseguente incremento della pressione fiscale per i cittadini". Chiaro no? Più bombe tiriamo più profughi ci manderà il raìs di Tripoli per rappresaglia e più soldi spenderemo. Quindi il governo si impegna a varare una "forte azione politica finalizzata a una soluzione per via diplomatica, della crisi". Dopo aver fornito le basi alla Nato e bombardato la Libia ci fingiamo neutrali e ci improvvisiamo mediatori, almeno a parole. Semmai questa opzione avremmo potuto attuarla all'inizio del conflitto grazie al trattato di amicizia con Tripoli che abbiamo calpestato e che ci impediva di fornire basi agli alleati.

La mozione, involontariamente comica, precisa che tale azione diplomatica deve puntare a "ristabilire condizioni di stabilità, pace e rispetto dei diritti umani ponendo fine alla fase militare e ai bombardamenti". Un'idea geniale che però non piacerà agli insorti libici che senza i bombardamenti alleati avrebbero già goduto della pace (quella eterna) dispensata da soldati e mercenari di Gheddafi. Mostrando di confondere la guerra con la briscola gli estensori della mozione impegnano il governo a escludere un intervento terrestre e a impiegare gli aerei "esclusivamente come strumento di difesa da atti ostili, reali, concreti ed attuali rivolti contro i nostri velivoli o contro la popolazione civile e in condizioni di assoluta sicurezza per la popolazione civile stessa e per i nostri operatori."

Bombardare quindi si può ma solo se si ha la certezza che le bombe saranno "difensive", non uccideranno mai civili e i nostri piloti non correranno mai nessun rischio. Ma si può combattere e vincere così? Si è mai vista una guerra senza rischi? O senza morti? Per essere certo di rispettare l'impegno assunto il ministro della difesa, Ignazio La Russa, ha annunciato che "abbiamo concordato con la Nato che nel comando ci sono due ufficiali italiani con un metaforico cartellino rosso. Se la missione non ci appare in sintonia con la volontà di impedire che siano colpiti civili, gli aerei italiani non partecipano a quella missione. Questo lo fanno solo italiani".

L'Italia fa la guerra a metà, applica i "caveat", come in Afghanistan dove i quattro cacciabombardieri Amx non hanno in dotazione bombe per non rischiare di uccidere civili per errore. Per fortuna il rischio di provocare danni collaterali lo corrono i piloti alleati che vanno a salvare anche le nostre pattuglie cadute nelle imboscate talebane.

In Libia, dove per ora bombe e missili li sganciamo, La Russa si rifiuta  di dare "notizie specifiche" sulle missioni. "Posso solo dire che non abbiamo sbagliato un solo colpo e che mai è stata colpita una persona innocente sul territorio" ha detto a Ballarò. Civili forse no ma chissà quanti soldati di Gheddafi abbiamo ucciso. Uomini che, se ammettessimo di  essere in guerra, dovremmo chiamare soldati nemici.

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