Per non perdere le opere

Banner Occidentale
Dona oggi

Fai una donazione!

Gli articoli dell’Occidentale sono liberi perché vogliamo che li leggano tante persone. Ma scriverli, verificarli e pubblicarli ha un costo. Se hai a cuore un’informazione approfondita e accurata puoi darci una mano facendo una libera donazione da sostenitore online. Più saranno le donazioni verso l’Occidentale, più reportage e commenti potremo pubblicare.

Per non perdere le opere

Per non perdere le opere

03 Aprile 2011

Ventisei settembre 1687. Le truppe veneziane stanno assediando Atene, che in quel momento è turca. Parte una cannonata che cade sull’acropoli, esattamente sul tetto del Partenone. Lo sfonda, e con un gran botto salta in aria il monumento più bello e famoso del mondo occidentale.

Vecchio di due millenni, prima tempio, poi chiesa, poi moschea, ma ancora in buone condizioni, i turchi ci avevano piazzato un deposito di polvere da sparo. D’accordo che è stupido sparare su un monumento famoso, ma ridurlo a polveriera è peggio, è criminale.

Per dire, la meraviglia. Le colonne hanno un’éntasi, cioè un rigonfiamento di pochi millimetri a due terzi d’altezza del fusto per correggere la distorsione ottica e farle apparire dritte. Quelle d’angolo sono leggermente più grandi per la stessa ragione, e lo stilobate (il pavimento del colonnato) cresce e forma verso il centro un rialzo, minimo, 6 centimetri sui lati corti, e 11 su quelli lunghi, perché solo in questo modo lo si percepisce come una linea perfettamente retta. Il marmo è bellissimo, le sculture sublimi, la tecnica sorprendente; e parliamo di venticinque secoli fa.

Duecent’anni dopo la cannonata, il console inglese ad Atene, Lord Elgin si rende conto di cosa c’è sotto i calcinacci, rimasti ammucchiati in una specie di discarica storica, e un po’ le compra, un po’ se le prende, fatto sta che da allora una parte di quelle straordinarie sculture si trova al sicuro al British Museum, e lì resteranno, speriamo, malgrado le richieste di restituzione. E’ sempre il solito giro. Parecchi dei capolavori che Napoleone ci ha rapinato per portarli al Louvre (dove stanno benissimo) se non ricordiamo male erano già stati prelevati da qualche Marcaurelio romano secoli prima in Grecia o in Egitto. Niente di nuovo.

Abbiamo scritto “speriamo” perché noi siamo fieramente favorevoli a che le opere d’arte continuino la loro vita anche lontane da casa, ma protette e visibili a tutti. Troviamo sciocco, per esempio, che due bronzi talmente strepitosi da essere diventati, appena scoperti,  delle star archeologiche, li abbiano trasferiti in un museo fuori mano, a Reggio Calabria, solo perché trovati a Riace, due passi da lì. A Roma, dopo il restauro, c’erano chilometri di fila per vederli; a Reggio, e ci siamo passati un paio di volte, il museo che li ospita, carino, e pure antisismico, lo abbiamo sempre trovato rigorosamente vuoto.

Succede anche che alcune nazioni, un tempo evolute, si sono trasformate col passar dei secoli in covi di pecorai e predoni incapaci di capire e soprattutto di proteggere il proprio patrimonio d’arte. Un esempio di pochi anni fa: i due grandi Buddha di Bamiyan distrutti con la dinamite dai talebani. Non sarebbero stati meglio in un museo di qualche altro paese, magari lontano, ma civile?

E’ chiaro che dalle nostre parti non siamo ancora a questo punto, ma certo che i crolli di Pompei, i furti dei tombaroli, e i movimenti sotterranei del mercato antiquario non sono rassicuranti.

Per fortuna la tecnologia nuova, come quella vecchia (anche la stampa a caratteri mobili, che oggi ci sembra quasi artigianato, è tecnologia, arcaica) è un grande aiuto per conservare l’arte. Non solo la scultura, l’architettura, la pittura salvate dalla fotografia. Pensiamo alla musica che, prima di poterla registrare, e, più indietro, scrivere e soprattutto stampare, svaniva nel nulla, dopo aver vissuto per qualche attimo (o secolo) nella memoria dei cantastorie, come una brezza.

Martedì scorso all’Istituto Storico Germanico abbiamo visto un film biografico su Palestrina, il grande, grandissimo compositore di musica sacra del cinquecento. Obbligato a lavorare per la chiesa, l’unico committente in un’epoca senza diritti d’autore, la preoccupazione massima del nostro fu sempre di scrivere a più non posso, suonare l’organo alle funzioni, dare lezioni a principini e prelati, allo scopo di guadagnare ducati su ducati, per mantenere la famiglia, sì, ma soprattutto per poter pagare le spese di pubblicazione delle sue composizioni, che altrimenti sarebbero andate perdute. Operazione riuscita, per nostra fortuna. Di sicuro ci è difficile immaginare oggi quanto doveva essere caro allora stampare la musica con quelle notine incise su blocchetti di legno, composti uno a uno, a mano, su carta costosissima.

Adesso basta suonare il pezzo su una tastiera collegata al computer, fare un clic e hoplà, esce la partitura perfettamente allineata, senza una sbavatura, con tutti i valori e le pause giuste. Meno male che c’è ancora un passaggio essenziale in cui la macchina non riesce a sostituire l’umano musicante.

L’idea.

                                           ——————————————

L’archivio del Cavalier Serpente, o meglio la covata di tutte le sue uova avvelenate, sta al caldo nel suo blog. Per andare a visitarlo basta un click su questo link: http://blog.libero.it/torossi