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Come cambia l'identità americana

Per Obama l’asse con l’Europa è diventato soltanto un optional

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Domenica 7 giugno, alle ore 13, mentre l’Air Force One ancora “rollava” sulla pista dell’aeroporto di Orly, i media occidentali avevano già versato chilometri di inchiostro cercando di dare un significato al tour presidenziale in Medio Oriente ed in Europa del Presidente. 

Erano passati solo tre giorni da quando il mondo aveva ascoltato le parole dell’inquilino della Casa Bianca, nella solenne cornice dell’Aula Magna del’Università del Cairo. L’inviato del “Corriere della Sera” l’aveva salutato con le parole delle “grandi occasioni”: “Un discorso per la modernità. Meticcio e complesso. Come l’uomo che l’ha pronunciato […]”. Gli altri mezzi di comunicazioni – in Occidente – non sono stati da meno. A parte sporadiche (nonché interessanti) eccezioni, il plauso verso i contenuti del discorso è stato generale. L’apertura di credito verso l’Islam, unitamente all’invito fatto a Gerusalemme di sospendere gli insediamenti nei territori “occupati”, aveva fatto vibrare i cuori in molto osservatori europei.

Poco importava che il discorso presidenziale, pronunciato con l’enfasi del predicatore, ponesse alla diplomazia americana stessa più problemi, che soluzioni, tanto che il Segretario di Stato Clinton – legata ad un approccio tradizionale alla politica estera – aveva commentato che si trattava di un grande discorso, ma che sarebbe stato molto difficile tradurlo in politica concreta. Ancor meno importante era la considerazione “maligna” che  il Presidente si dimostrasse più politico che statista più pronto ad inseguire il consenso (come se si fosse in campagna elettorale), piuttosto che correre il rischio dell’impopolarità, compagna, sempre insidiosamente presente, di ogni uomo di governo responsabile. L’opinione pubblica occidentale e, soprattutto, europea stava con Obama.

Solo  due giorni dopo le stesse testate europee che avevano incoronato il 44° presidente americano come il nuovo arbitro super partes della world arena, notavano con dispiacere che Obama era “disinteressato” al tradizionale asse con l’Europa (che tanto pareva amarlo) e forse nemico del Vecchio Continente, visto che aveva risposto al discorso di Sarkozy a Caen, tutto pieno di riferimenti alla ritrovata armonia tra le due sponde dell’Atlantico, con  un intervento intriso di patriottismo a stelle e strisce, ma dimentico – in modo non casuale – di ogni riferimento all’Europa.

Chi, tra i commentatori europei, che solo 48 ore prima aveva esaltato la visione politica di Obama, si sentiva tradito dal nuovo Presidente americano dimostrava di non aver capito la natura politica e sociologica dell’Uomo. Non vi è nessuna contraddizione in Obama che, anzi, segue una sua politica coerente, come ha avuto modo di dire Panebianco, in un magistrale articolo sul “Corriere” di domenica 7 giugno. Obama, più che nelle singole decisioni politiche, soprattutto in politica estera, rappresenta una rottura con il passato sul più complesso piano culturale.

Si può dire che la sua visione del mondo non sia né “occidentalista”, né “anti-occidentale”. Il suo approccio è “a-occidentale”. Il sostenere che l’Islam fa parte dell’America non è solo un brillante esercizio retorico verso il mondo arabo ed un riconoscimento di “cittadinanza” alla sempre più vasta comunità islamica americana, ma è anche – e soprattutto – la dimostrazione della sua estraneità a quelle radici “laicamente” giudaico-cristiane, mai formalmente espresse, ma costantemente presenti, nel covenant che i padri pellegrini stipularono a bordo del Mayflower e che dal 1620 informa l’etica pubblica americana.

Anticipando, oltre 60 anni prima l’omonima pubblicazione di Israel Zangwill, l’idea stessa di Melting Pot, George Bancroft, nel 1854, scrisse, determinando un primo sincretismo dei valori americani: “L’Italia e la Spagna, nelle persone di Colombo ed Isabella, si sono uniti che aprì l’America all’emigrazione ed al commercio, la Francia ha contribuito alla sua indipendenza, […] la nostra religione viene dalla Palestina, degli inni che vengono cantati nelle nostre chiese alcuni vengono dall’Italia ed altro dal deserto arabo, le nostre arti vengono dalla Grecia, la nostra giurisprudenza da Roma, il nostro codice marittimo dalla Russia, l’Inghilterra ci ha dato il sistema rappresentativo; la nobile Repubblica delle province Unite la grande idea della tolleranza delle opinioni […]”.

Il “Crogiuolo” di cui era composta l’America si basava su ingredienti europei. Ovvio che per oltre 200 anni, con alti e bassi, l’Europa sia stato il referente privilegiato degli Stati Uniti. Il legame era diretto e si materializzava nelle stesse origini dei presidenti. Dal 1900 ad ora si sono alternati 12  presidenti di origine anglo-scozzese-gallese, 3 di origine irlandese, tre di origine olandese e 1 tedesco.  E’ ovvio che vi fosse un comun denominatore nelle, pur differenti, declinazioni politiche.

Barack Hussein Obama, già dalle sue origini, costituisce una rottura con il passato. Egli meticcio, figlio di un borsista keniano e da una donna bianca anglosassone del Kansas, fu cresciuto nella sua prima infanzia dal secondo marito della madre,  un indonesiano. Obama è figlio delle contaminazioni razziali e, nel contempo, del riconoscimento delle loro specificità. E’ necessario ricordare come il processo storico degli Stati Uniti veda tre tipi di socializzazione: l’Americanization, il Melting Pot, ed il Salad Bowl. Anche se i primi due approcci sono estremamente diversi tra di loro, essi si basano su valori comuni. Il terzo – e più moderno criterio di socializzazione – prevede, invece, una frammentazione profonda dei valori condivisi che, alla fine, non sono più tali. Obama, come detto, è figlio dell’"Insalatiera".

La necessità di coagulare intorno ai “valori americani” tutti i cittadini della repubblica stellata ha portato a relativizzare sia la storia del paese, sia i suoi valori fondanti. In un moto di conciliazione sociologica il Time magazine dell’8 luglio 1991 presentò una copertina raffigurante una caricatura del quadro “The spirit of ‘76” dove apparivano non i minutemen wasp ma, accanto al tamburo maggiore di origine caucasica, vi sono un afroamericano, un asiatico ed altri esponenti di minoranze. Questa forzatura storica, significava anche una forzatura ideale con una de-occidentalizzazione dei valori “americani”.

I pericoli di questa estremizzazione sono stati ben rappresentati dalla fiction cinematografica e potrebbero, se si materializzassero, portare alla fine dell’America, per come l’abbiamo sempre intesa (ed amata). Nell’epico Blade Runner (1982) la città di Los Angeles viene descritta dal capt. Deckard (Harrison Ford) come una città dove si parla una lingua mista di giapponese, spagnolo tedesco e… “non so che altro”. In un’altra pellicola più recente La seconda guerra civile americana (1997) si ipotizza che – dopo anni di politica di integrazione etnica e di “accoglienza” di immigrati, interi stati della Federazione vengano monopolizzati da specifiche etnie, ponendo, de facto, fine al concetto stesso di unione.

Tornando al tema trattato, se si parte dall’assunto che per il 44° Presidente i valori “americani” – sempre vivi e validi – non si declinano con una visione del mondo “atlantica” e “occidentale”, figlia di un retaggio storico che non gli può appartenere, si comprendono meglio certi gesti compiuti durante il suo recente tour. Obama ha fatto suo, fino ad estremizzarlo, il paradigma neoconservatore della politica a “geometria variabile”, sponsorizzato alla Casa Bianca di G.W. Bush da Condoleeza Rice. Questa, però, per lui, non è solo una strategia diplomatica, ma una vera Weltanschauung: non esistendo assi predeterminati, lo stesso protocollo diplomatico muta a seconda delle evenienze. Così si spiega come Obama abbia chinato il capo di fronte al re saudita Abdullah, ricevendo il Gran Collare di Badr, la massima onorificenza del paese arabo, mentre abbia rifiutato – cosa inaudita dal punto di vista del protocollo – un invito all’Eliseo, preferendo una serata in un bistrot parigino con la famiglia.

Se la scelta del signor Obama è umanamente condivisibile, quella del presidente Obama nasce dalla considerazione che l’Europa non è più l’asse centrale ed il punto di riferimento della politica di Washington. Se dopo l’european tour del candidato Obama  nell’estate 2008 gli osservatori dell’Europa continentale parevano andare in brodo di giuggiole nella convinzione che si sarebbe aperto un periodo di politica multipolare dove gli Stati Uniti avrebbero chiesto lumi ed appoggio alle cancellerie del vecchio continente, ora la politica estera americana si mostra in tutta la sua spietata novità.

L’asse occidentale è solo un optional ed una opzione tra tante. E l’Europa? In fondo Obama, in modo inconscio, segue il paradigma di Robert Kagan, per il quale l’Europa vive in un “paradiso poststorico”, e quindi non può offrire molto agli Stati Uniti. Se le nuove sfide diplomatiche sono, sia nell’area vicino e medio orientale, per quanto attiene la sicurezza internazionale, sia nell’estremo oriente per quanto riguarda lo sviluppo economico, sia nel teatro russo per una rinascente sfida politica la piccola Europa occidentale risulta ormai periferica: partner “sicuro”, ma non decisivo.

Se il nocciolo della questione fosse, come hanno rilevato gli osservatori meno attenti, il rapporto Stati Uniti-Europa durante questa presidenza americana, il problema non sussisterebbe. Il peso specifico dei due attori politici è talmente differente da giustificare anche un disinteresse di Washington. Il vulnus, è un altro: Obama, il primo presidente americano di origini extra europee, sta ridimensionando il concetto stesso di Occidente. Tutto questo quando il popolo libanese dando, inaspettatamente, il suo appoggio ad Saad Hariri, il leader sunnita della coalizione 14 Marzo,  e rifiutando la logica islamico-autoritaria di Hezbollah, ha voltato il suo sguardo verso Occidente. Ma verso quale Occidente?

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