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L'Orientale

Per Putin, Mosca val bene un divorzio

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Il divorzio, dopo 30 anni di matrimonio, di Vladimir Putin non è certo una notizia destinata ad essere considerata semplicemente “gossip” ,come il divorzio di qualche attore famoso. Tutti si sono subito chiesti se dietro c’è qualcosa e, in effetti, dietro c’è molto. Chi sta al Cremlino, notoriamente, non divorzia, magari ha cento amanti, ma non si separa dalla moglie. Che si tratti di uno zar, di un leader sovietico o semplicemente russo, occorre essere un esempio di solidità familiare. Ma i tempi sono difficili, il Paese va male, i nemici interni sembrano sempre più numerosi e allora servono anche soluzioni estreme.

Putin è sul filo del rasoio e lo sa, come sa che c’è chi avrebbe potuto pensare di usare le sue vicende personali per attaccarlo e metterlo in difficoltà. Che non stia assieme alla moglie da secoli lo sapevano anche i sassi, così come è diffuso il sospetto su chi sia la sua attuale compagna. Ma il presidente si pone come una figura moralmente integra e di esempio per i cittadini. La sua vita personale rappresentava quindi una debolezza politica da eliminare, ora che il gioco si fa duro.

Putin non teme l’opposizione, teme quelli che comandano il paese, il cosiddetto “direttorio”. So che è opinione diffusa che Putin abbia un potere che è un misto tra quello di Stalin e quello di uno zar.
Ma le cose stanno molto diversamente, perché dopo Stalin il potere a Mosca è sempre stato collettivo.
Per questo, chi comanda deve stare molto attento a non finire defenestrato dagli “amici”. Nel 1955 Khrushchev spazzò via Malenkov e i suoi prendendo il controllo del partito. Nel 1964 gli toccò la stessa sorte ad opera di Brezhnev. Brezhnev fu l’eccezione, governando a lungo e fino alla morte. Era considerato un tale imbelle che nessuno ne aveva paura e fu la sua fortuna.

Gli succedettero prima Andropov e poi Chernenko che, poco dopo la nomina, si ammalarono gravemente finendo nella tomba. Quindi toccò a Gorbaciov che, dopo pochi anni, si ritrovò agli arresti domiciliari e vittima di un golpe (agosto 1991) che portò al crollo dell’Unione Sovietica. Yeltsin si dovette dimettere prima della scadenza del mandato, passando lo scettro a Putin, in cambio di un tranquillo pensionamento e immunità legale. E lo stesso Putin dovette accettare 4 anni di purgatorio, con Medvedev alla presidenza, perché il “direttorio” non raggiunse un’intesa sulle modifiche costituzionali necessarie per un terzo mandato consecutivo.

Insomma toglietevi dalla testa che Putin sia un padrone intoccabile. Ora il potere è diviso in tre diversi tronconi. Il primo è costituito dai “putiniani”, che sostengono l’attuale presidente senza se e senza ma.
Per loro la sua rimozione sarebbe un disastro e temono anche per il loro benessere e di finire in qualche galera siberiana. Il secondo lo possiamo chiamare degli “antiputiniani”, gente che vede ormai  il presidente come un problema, in un paese in declino inarrestabile, senza i cambiamenti radicali che Putin osteggia. Il terzo, l’ago della bilancia, è quello degli incerti, che si rendono conto che le cose non vanno come dovrebbero, ma temono che il cambiamento possa portare a risultati ancora peggiori.

Insomma che ci sia un nuovo Gorbaciov che ,per salvare il paese, ne velocizzi in realtà il disastro. Ogni sforzo di Putin è quindi rivolto a convincere gli incerti che il “nuovo” sarebbe un salto nel buio. Molto meglio continuare sulla strada già conosciuta. Per ora ci è riuscito ma, se l’economia andasse decisamente male, sa che potrebbero cambiare idea e sarebbe la sua fine politica. Quindi meglio non lasciare nessuna freccia nell’arco degli avversari. Parafrasando una famosa frase storica, Mosca val bene un divorzio.
 

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