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Per Putin rimanere al potere è una necessità

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Questa la notizia. Ciò che fa più scalpore di questa “novità annunciata” è l’ingiustificato clamore con il quale i media occidentali hanno “condito” i commenti alla discesa in campo di Vladimir Vladimirovich. Da mesi, ormai, le esternazioni dell’uomo Putin e, più in generale tutta la politica di Mosca, dimostravano la volontà del leader di voler succedere a se stesso, a dispetto del fatto che la costituzione – voluta dal defunto e dimenticato Eltsin – impediva ad un presidente di candidarsi dopo due mandati. Se la notizia, quindi, non c’è, vi è molto da riflettere sia sul perché il Presidente russo ha deciso di tenere il timone della politica del Cremlino, sia sulle prospettive di successo di questa auto-successione.

Che il potere non ami essere sostituito è cosa ovvia; com’è naturale che l’uomo politico, con incarichi di governo, cerchi di perpetuare a tempo indeterminato il proprio potere. Nel caso di Putin, però, vi sono delle specificità che rendono la situazione russa un unicum nel panorama politico del Nord del Mondo.

Sicuramente Putin è un uomo giovane e pieno di vigore, che non desidera, all’età di 55 anni, ritirarsi in una dacia o iniziare delle tournee mediatiche in università o think tank occidentali per tenere conferenze, tanto ovvie quanto strapagate, come accade al suo predecessore Gorbaciov. Da più parti – nel recente passato – si è paragonato il desiderio di potere del Presidente russo a quello del nostro Berlusconi. Nonostante l’ostentata amicizia tra i due il rapporto con il potere è assolutamente diverso perché diversi sono i contesti  entro i quali operano. Berlusconi ama ritenersi insostituibile “uomo del destino”. Senza dubbio un sensibile vuoto di personalità politiche di rilievo lo aiuta a rafforzarsi nelle sue convinzioni. Al di là di queste suggestioni vi è una generale consapevolezza che dopo un suo eventuale ritiro – nonostante le esternazioni di alcuni avversari viscerali – egli potrebbe trascorrere indisturbato il resto dei suoi giorni nelle sue molte lussuose residenze.

Al contrario per Putin il potere è un’esigenza fisica e una sua personalissima “assicurazione sulla vita”. L’uomo di San Pietroburgo, già ufficiale superiore del KGB, salì le vette del potere disseminando la sua carriera di un’infinità di caduti politici.  La scalata venne fatta sgomitando ed abbattendo, grazie anche al controllo dei sistemi di informazione, tutta la nomenclatura eltsiniana. La lotta contro i boiardi dell’economia post-sovietica, per quanto lo abbia rafforzato, non ha estinto gli oligarchi, ormai nemici giurati del Presidente. La frammentazione politica ed etnica della Federazione russa, che ancora deve trovare una sua dimensione dopo la perdita dell’impero, ha generato forze centrifughe estremamente pericolose. Oltre a ciò intorno al Cremlino si agitano mute di voraci possibili successori al potere putiniano. Questo quadro fa comprendere come Putin potrebbe non sopravvivere al proprio pensionamento. Non è difficile pensare che intorno all’ex-potente si scatenerebbero le forze dei suoi nemici “storici”  e che i suoi antichi collaboratori sarebbero pronti a “scaricarlo” se potesse giovare alla loro conservazione del potere.

Vi sono delle differenze radicali tra il mondo occidentale liberal-democratico e l’Oriente. Nel primo l’avversario non è un nemico ed un ex-nemico sconfitto può, anche, trovare comprensione. Si prendano ad esempio gli Stati Uniti dopo la Guerra civile (la guerra più sanguinosa prima della Grande Guerra) . Dopo il lungo conflitto l’ex presidente della Confederazione Jefferson Davis – dopo meno di tre anni di carcere – poté ritirarsi a vita privata a scrivere le sue memorie. Ancora meglio capitò al famoso generale Robert E. Lee. Senza aver mai subito l’onta del carcere, spogliandosi dell’uniforme vestì, fino alla morte, i panni di rettore di un’università virginiana.  Alle spalle della tradizione russa vi è Bisanzio con la sua lunga serie di ex imperatori che - deposti - venivano, nel migliore dei casi, rinchiusi in monasteri dopo aver subito torture e mutilazioni.

La stessa abitudine di Putin di presentarsi al suo popolo con un fisico giovanile ed atletico rientra - seppur con i metodi della moderna comunicazione - nella tradizione orientale di rappresentare l’uomo di potere sempre giovane e vigoroso. Nei suoi ricordi sono troppo vivide le immagini della vecchia nomenclatura sovietica che veniva “rottamata” con la scusa di problemi di salute.

Assunta la necessità del leader russo di restare in sella, vanno interpretati i segnali della sua strategia. Essa si muove attraverso due direttrici: la prima verso l’elettorato, l’altra verso la “macchina” del potere. Nei confronti del primo soggetto Putin si configura non solo come uomo d’ordine, ma, soprattutto, come sintesi delle molteplici anime politiche della Russia. Sia le suggestioni ex sovietiche, sia quelle nazionalistiche, sia quelle democratiche e liberiste trovano risposta - ovviamente in modo oscillante - nella politica del Presidente. Questa idea di sintesi si trova nel nome dello stesso partito politico di Putin: Jedinija Rossija, dove l’aggettivo trova la traduzione letterale nei termini: unica, unitaria, generale, comune. La necessità di  garantirsi uno zoccolo duro militante, estraneo dalle logiche dei partiti, ha spinto  Vladimir Vladimirovich a favorire la nascita e la crescita del movimento giovanile “Nashi” la cui sintesi ideologica è un misto di liberismo selvaggio e di nazionalismo.

La mancanza di veri e popolari antagonisti sull’agone politico russo aiuta il Presidente. La recente discesa in campo di un oppositore come l’ex scacchista Kasparov pare essere più una curiosità per i media occidentali che una vera alternativa a Putin. D'altronde è noto che alcuni degli aspetti più discutibili delle scelte del Presidente, soprattutto nel campo dei diritti umani e della libertà di dibattito politico e di stampa non vengono contestati dalla Russia profonda non interessata a degli aspetti del vivere sociale ormai ritenuti imprescindibili in Occidente.

 Se la strategia verso l’elettorato pare semplice ed efficace, più complessa ed irta d’ostacoli è quella verso la “macchina”. Verso questa Putin è sempre stato attento a mettere nei posti chiave gente fidata, “scaricandole”, però, quando ottenevano troppo potere. Tutto il 2007 è stato occupato, da parte del Presidente, ad individuare un “delfino” affidabile. Due “pezzi da novanta” - entrambi del “gruppo di San Pietroburgo” - erano in gara: il giovane vice premier Sergheij Ivanov, molto popolare ed ex KGB, e il vice premier Dmitrij Medvedev, appena 42enne, che controlla il colosso energetico Gazprom. Figure prestigiose e competenti (forse troppo) e per questo pericolose, in quanto capaci - in caso salissero alla carica presidenziale - di avere una politica loro, indipendentemente dai desiderata di Putin. Il rischio era troppo forte per l’uomo di Pietroburgo.

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Assodato il gradimento personale presso i russi, disposti per il 52% a votarlo comunque, il Presidente ha scaricato i due talentuosi delfini facendo capire che il suo “candidato” potrebbe essere l’attuale premier Viktor Zubkov, grigio di capelli e di personalità, che risulterebbe il miglior custode della carica, in attesa che giunga il 2012, quando Putin potrà ripresentarsi nuovamente alle elezioni presidenziali. Intorno a questo quadro ruotano – a favore dell’attuale Presidente – le cancellerie di tutto il mondo, soprattutto occidentale. Esse paventano l’incertezza di un radicale cambio della guardia al Cremlino, nel momento in cui persino gli Stati Uniti hanno bisogno di una Russia forte per dare stabilità alla politica mondiale. In fondo, nonostante le sue “muscolari” esternazioni, Putin si è dimostrato statista responsabile e poco incline ad azioni destabilizzanti (nel più puro stile sovietico). In fondo… Squadra che vince non si cambia.

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