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Per rialzarsi l’Italia ha bisogno del nucleare

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II cosiddetto "referendum antinucleare" del novembre 1987, anche sull'impatto dell'onda emotiva conseguente al disastro nucleare avvenuto a Chernobyl l'anno precedente, risultò in un sì quasi plebiscitario a ciascuno dei tre quesiti proposti.

In sostanza i quesiti chiedevano:

  1. volete che venga abrogata la norma che consente al Cipe di decidere sulla localizzazione delle centrali nel caso in cui gli enti locali non decidano nei tempi stabiliti?
  2. volete che venga abrogato il compenso ai comuni che ospitano centrali nucleari o a carbone?
  3. volete che venga abrogata la norma che consente all'Enel di partecipare ad accordi internazionali per la costruzione e la gestione di centrali nucleari all'estero?

Il sì venne sostenuto dalla quasi totalità dei partiti politici di allora, dapprima dal Partito Socialista e dalla DC, e poi via via dagli altri, con l'eccezione, del Partito Repubblicano.

Ma forte era il sospetto che i politici cavalcassero l'onda emotiva di Chernobyl per opportunità elettorale piuttosto che preoccuparsi seriamente del futuro energetico del Paese, in pratica però nessuno dei tre quesiti richiedeva esplicitamente la fine del programma nucleare, limitandosi a renderne più complicata l'attuazione.

Ma il risultato fu l'abbandono di fatto del ricorso al nucleare come forma di approvvigionamento energetico, il blocco parziale del Piano Energetico Nazionale che prevedeva l'apertura di cantieri per nuove centrali nucleari, e di lì a poco la chiusura delle quattro centrali nucleari attive in Italia, inclusa Caorso che era sul punto di entrare a pieno regime e rappresentava lo "stato dell'arte" del tempo.

Processi di "dismissione" che dureranno decenni e comporteranno costi significativi per la comunità che andranno ad aggiungersi a quelli già sostenuti per gli enormi investimenti destinati alla loro costruzione.

Ma né prima né dopo il referendum nessuno dei politici responsabili di tali decisioni si preoccupò di spiegarne la razionalità, o di porsi il problema di quali costi, rinunce, quali prospettive economiche future ne sarebbero derivati.

Ma analizziamo i vari aspetti coinvolti, prendendo anche in considerazione le disinformazioni, i pregiudizi e i luoghi comuni che spesso vengono divulgati sul tema.

Aspetti economici
L'abbandono del nucleare ci ha vincolati, a causa dell'assenza in Italia di adeguate risorse energetiche convenzionali, alla totale dipendenza dei Paesi fornitori di combustibili fossili, alla loro inaffidabilità e alle speculazioni internazionali che ne provocano l'aumento pressoché esponenziale dei prezzi.

I pesanti costi energetici che conseguono a tale scelta gravano sulla competitività delle nostre aziende e rischiano di metterle fuori mercato, oltre a condannare le famiglie italiane a costi delle bollette elettriche notevolmente più alti rispetto al resto d'Europa.

L'energia primaria necessaria al nostro Paese dipende da un'importazione dell'82% del fabbisogno, con un esborso annuo pari a oltre 30 miliardi di euro, in particolare nel sistema elettrico la dipendenza dall'estero raggiunge l'84% e la dipendenza dagli idrocarburi l'80%.

Ne risulta che l'energia elettrica prodotta in Italia, in massima parte utilizzando petrolio e gas naturale, costa il 60% in più della media europea, due volte tanto rispetto a quella prodotta in Francia e tre volte quella prodotta in Svezia, due paesi che fanno importante ricorso al nucleare.

Se si confrontano i costi di funzionamento delle varie fonti primarie, il costo del kWe è di circa 3 centesimi di euro per il nucleare, 4 centesimi per il carbone, 7 per l'olio combustibile, 6 per il gas a ciclo combinato, 55 per il fotovoltaico, 11 per l'eolico.

Ma la reale competitività dell'energia nucleare è misurabile dai futuri reattori EPR di terza generazione (più affidabili, sicuri e duraturi degli attuali di seconda generazione), per i quali il costo medio a vita intera è valutabile in 28,4 euro per MWh, a fronte dei 35,0 per gl'impianti a ciclo combinato e dei 33,7 per quelli a carbone (dati VAST).

Va poi detto per inciso che, secondo le valutazioni dello stesso Ministero dell'Ambiente, l'attuazione entro il 2012 del protocollo di Kyoto costerebbe all'Italia 350 dollari per abitante, contro i 5 per la Germania (33% di nucleare)e i 3 della Francia (76% di nucleare).

A ciò si aggiungono i costi per gli ulteriori tagli da attuare entro il 2020.

Aspetti ecologici
L'energia nucleare, al pari di quella da fonti rinnovabili, non produce CO2, gas che è il principale responsabile dell'effetto serra, né gli altri prodotti inquinanti quali gli ossidi di zolfo e di azoto, che sono emessi in atmosfera dall'uso dei combustibili fossili. 

La concentrazione atmosferica di CO2 è passata dalle 280 PPM (parti per milione) dell'era preindustriale alle attuali 380 PPM. L' Ipcc (agenzia dell'ONU preposta al controllo climatico mondiale) ha previsto che tale concentrazione è destinata a raggiungere, in assenza di interventi, circa 1000 PPM entro il 2100, e ha indicato in 550 PPM la soglia critica entro la quale si potranno scongiurare modifiche climatiche e ambientali drammatiche (innalzamento livello dei mari, desertificazione di zone temperate, problemi salutari e epidemie, penuria di risorse idriche e alimentari). Qualcuno ha addirittura paventato l'instaurarsi, superata la soglia critica, di eventi catastrofici irreversibili quali la massiva emissione di metano (il cui effetto serra è decine di volte maggiore di quello della CO2 ) dalle aree siberiane a seguito della riduzioni del "permafrost".

Poiché il consumo energetico mondiale non diminuirà, ma anzi è destinato a salire, e le fonti alternative rinnovabili, che è certamente doveroso cercare di espandere quanto più possibile, potranno fornire solamente una quota limitata del fabbisogno, l'energia da fissione nucleare rappresenta a medio termine l'unica via concreta in grado di contenere l'aumento dell’effetto serra e i conseguenti effetti climatici. In attesa di tecnologie più evolute, e al momento ancora del tutto ipotetiche, quali l'energia atomica da fusione o l'intrappolamento sotterraneo della CO2 emessa dai combustibili fossili.

E' significativo a questo proposito che la stessa Unione Europea ha recentemente definito il nucleare come uno strumento importante per la lotta contro il riscaldamento climatico. E' di questi giorni un progetto di legge in corso di discussione nel Regno Unito che vincolerà i futuri governi del proprio Paese a drastiche riduzioni delle emissioni di CO2, che dovranno scendere di almeno il 26% entro il 2020 e del 60% (o addirittura dell'80%) entro il 2050. E tutto questo con il sostanziale contributo del nucleare: una serie di nuove centrali che potranno essere operative tra 15-20 anni e la cui costruzione sarà affidata al settore privato.

Situazione in Italia
Nel nostro Paese parlare di nucleare è quasi un argomento tabù, e molti sono i luoghi comuni e le disinformazioni che circolano, ad esempio che il nucleare sia stato generalmente abbandonato o ridotto dopo Chernobyl. Ma la realtà è diversa: la potenza nucleare installata nel mondo è passata da 250 Gwe nel 1985 a 360 Gwe nel 2002, con un aumento del 44%. Vi sono inoltre 33 nuove centrali in costruzione, cui vanno aggiunti i due rettori EPR previsti in Francia e Finlandia. In Europa il nucleare rappresenta attualmente la prima fonte di produzione elettrica con circa il 35% del fabbisogno. Ma forse qualcosa si sta movendo anche da noi e qualche personaggio politico, anche se sporadicamente ed estemporaneamente, prende posizione in favore del ritorno al nucleare senza tuttavia che tale scelta appaia esplicitamente nei programmi di alcun partito. 

In realtà l'Italia, oltre ad importare da Francia e Svizzera circa il 17% del proprio fabbisogno energetico da fonte nucleare, sta attivamente sviluppando un proprio programma nucleare in altri Paesi, con buona pace per il terzo quesito referendario. Nel 2003 l'Enel ha acquistato il 66% della Slovenke Elektarne, massima produttrice di elettricità in Slovenia e seconda dell'Europa centro-orientale.

L'Enel si è inoltre offerta di finanziare la costruzione in Slovacchia di due nuovi reattori rimasti allo stadio di progetto dal 1991 per mancanza di fondi, ed ha sottoscritto un accordo con Edf per partecipare allo sviluppo del nucleare di terza generazione l'EPR: dovrebbe partecipare alle spese per il 12,5% con un investimento preventivato in 375 milioni di euro per la costruzione di una nuova centrale da 2000 MW in Normandia.

E' inoltre in fase di studio un ulteriore accordo tra Enel e Edf attraverso il quale quest'ultima darebbe in gestione ad Enel, tramite la costituzione di una società mista, 4 o 5 delle proprie centrali nucleari in territorio francese. Anche l'Ansaldo Energia, attraverso Finmeccanica, ha recentemente preso contatti con la Romania per la costruzione del secondo reattore della centrale di Cernavoda.

È paradossale che in Europa ci sia un’isola, l’Italia, circondata da ben 12 centrali nucleari che lavorano per lei. Abbiamo i reattori atomici a un soffio dai confini. Senza contare che il nucleare è una forma di energia pulita in linea coi parametri di Kyoto.

L’addio alla più economica energia atomica è stato per l’economia italiana un onere che si è aggiunto a quello della denuclearizzazione: un conto totale, secondo dati del ministero del Tesoro, di 120 mila miliardi di lire. Una cifra della quale una frazione (165 milioni di euro l’anno fino al 2021 per lo smantellamento degli impianti), viene pagata direttamente dagli utenti con un apposita voce sulla bolletta elettrica.

Oggi riaprire la strada atomica, significa aumentare la nostra capacità produttiva a costi contenuti.

Nell’87 le centrali nucleari italiane erano 4: Caorso e Trino Vercellese, ancora utilizzabili, più Latina e Garigliano, già arrivate al termine del ciclo; e a queste stavano per aggiungersi Trino 2 e Montalto di Castro, poi riconvertita a gas.

Se si deciderà di tornare al nucleare, la prima cosa da fare sarà riattivare Trino Vercellese e Caorso. Poi si dovranno mettere in cantiere una decina di impianti convenzionali (tipo Caorso) per far fronte ai 30-40 mila megawatt di cui abbiamo bisogno. Sia Westinghouse sia Edf, due grandi società straniere, hanno presentato al ministero dello Sviluppo Economico progetti in merito che si possono costruire in meno di 2 anni.

Ma anche la tecnologia italiana è competitiva, soprattutto da quando la riforma Marzano ha dato il via libera alle imprese italiane, Ansaldo in testa, per costruire e gestire centrali nucleari all’estero. Una recente indagine dell’Ue sull’accettabilità sociale del nucleare registra per l’Italia una percentuale del 54,5 fra coloro che «sono fortemente d’accordo».

Certo il ritorno al nucleare sarebbe destinato a incontrare forti resistenze politiche. Anche se c’è la diffusa consapevolezza di riconsiderare almeno la convenienza di un programma nucleare ai fini di calmierare i prezzi dell’energia elettrica che in Italia sono una volta e mezzo superiori a quelli della media europea. Nemmeno i referendum dell’87 sarebbero un ostacolo insormontabile: come hanno dimostrato i casi del finanziamento pubblico dei partiti e del ministero dell’Agricoltura, entrambi cancellati da referendum e poi «resuscitati» per legge alcuni anni dopo.

Silvio Berlusconi, nel programma elettorale del PdL, dice a voce alta quello che pensa la grande maggioranza dei politici, degli imprenditori e degli economisti: l’Italia deve tornare all’energia nucleare. L’Europa ha già riavviato il nucleare. La Finlandia è ripartita con la quinta centrale atomica. La Francia ha deciso di costruire a Flamanville il suo primo reattore nucleare di tipo europeo, al quale parteciperà anche l’Enel con una quota del 12,5%. L'Inghilterra ha annunciato un nuovo, ambizioso programma nucleare. Non solo, sbaglia, chi dice che occorrono quindici anni per costruire una nuova centrale atomica. Le nostre prime tre centrali nucleari, a Latina, Garigliano e Trino Vercellese, furono costruite rispettivamente in 55, 62 e 51 mesi, quando le competenze non erano certo maggiori di quelle di oggi. E la nuova centrale francese di Flamanville sarà completata in cinque anni.

Non basta chiamarsi fuori dal nucleare, come abbiamo fatto noi con un referendum, se poi sei circondato da centrali nucleari. Basta questa ipocrisia. L’Italia deve rialzarsi e correre.

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6 COMMENTS

  1. Nucleare
    E le scorie che si depaupperano in 1000 anni dove le mettiamo poi, nelle strade come la monnezza di Napoli?
    A Latina esiste una centrale dismessa da 30 anni, che nessuno sa ancora neanche come smantellare e dove non esiste neanche un piano di evacuazione in caso di perdite radioattive.
    Ma chi ve le racconta stè fesserie che la maggior parte degliItaliani vuole il nucleare, i “sondaggi” fatti fare e pagati dal berluska?

  2. da una lettura sommaria mi
    da una lettura sommaria mi pare che non siano stati trattati due aspetti fodamentali:
    1) le scorie delle centrali nucleari dove le mettiamo? Mi pare che tempo fa non è stato possibile scaricarle in Basilicata per l’opposizione della popolazione locale;
    2) quanto costano la costruzione della centrale nucleare, l’uranio per farla funzionare?
    questi costi quanto inciderebbero sul KW fornito all’utente? In conclusione per valutare (anche se parzialmente) l’economicità del “nucleare” non occorre enumerare tutte le incidenze sul costo del KW – eliminazione scorie – costruzione dell’impianto – acquisto dell’uranio ecc.

  3. Vorrei fare una ulteriore
    Vorrei fare una ulteriore obiezione a quanto scritto nell’articolo.
    In Italia non ci sono miniere di uranio (che io sappia, ma ammetto di non essermi documentato molto), quindi in realtà la costruzione di centrali nucleari non ci renderebbe indipendenti dall’estero per l’energia, trasferirebbe soltanto la dipendenza dalle fonti fossili all’uranio.
    Inoltre l’uranio, al pari del petrolio, è una fonte non rinnovabile, e il suo esaurimento, tra 10, 20 o 50 anni, ci rimetterebbe di nuovo davanti al problema di cercare nuove fonti di energia.

  4. Nucleare in Italia
    Propongo all’illustre fautore (agli illustri fautori) del “ritorno al nucleare in ITALIA” di commentare (ribattere) puntualmente l’articolo di ANTONIO CIANCIULLO pubblicato alla pag 37 di Repubblica del 07/11/2007 dal titolo: Tornare indietro sarebbe una gigantesca perdita di soldi e di opportunità” Fiducioso rimango in attesa giorgio

  5. C’è stato un referendum in
    C’è stato un referendum in cui gli Italiani hanno detto un chiaro NO. Se rifacciamo un referendum sul nucleare voglio anche rifare quello sull’aborto. Non siamo capaci di fare nulla, nè un ponte nè tantomeno di smaltire monnezza, figuriamoci se dobbiamo gestire centrali nucleari. Per carità stiamone fuori. E’l’unica cosa buona che abbiamo fatto negli ultimi sessant’anni!

  6. nucleare
    fialmente delle notizie serie su questo argomento cosi inportante vi prego dobbiamo informare la gente c’è tanta ignoranza in giro .fare delle trasmissione serie in tv spiegare tutto ma senza quelle teste di rapa dei verdi ci vogliono persone con le palle ok dobbiamo farcela ciao grazie

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