Per risolvere la questione meridionale servono soldi, idee e libertà

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Per risolvere la questione meridionale servono soldi, idee e libertà

28 Settembre 2009

Dove ci sono le idee spesso latitano i soldi, dove ci sono i soldi spesso mancano le idee. La riflessione può sembrare rozza e semplicistica, ma forse serve a fotografare, meglio di dotte e raffinate analisi, la situazione reale del Mezzogiorno. L’odierna questione meridionale? Si affronta avvicinando i soldi alle idee e le idee ai soldi. Ma è possibile? Uno Stato regolatore, privo di velleità padronali, dovrebbe cercare di creare le condizioni per un vero mercato e per un autonomo sviluppo economico del Sud. Ma lo Stato non è un’entità astratta, provvista di poteri divini e di strumenti salvifici. Lo Stato quasi sempre presenta il volto di una classe politico-burocratica che alla cultura del mercato e della trasparenza antepone la cultura dello scambio e dei favori clandestini.

Il che, oltre a generare più di un dubbio sugli effetti positivi del federalismo fiscale, rende complicato qualsiasi programma di rilancio delMeridione, anche quando gli interventi comportano unamontagna di euro da investire. La scadente qualità della spesa è l’aggravante dell’attuale questione meridionale. Lo dimostrano lo scoraggiante consuntivo di politiche pluridecennali, l’esito semi-fallimentare dell’utilizzo dei Fondi comunitari e nazionali, e il deludente bilancio di leggi recenti come la 488, patti territoriali, contratti d’area e contratti di programma.

Il problema è semplice: se la carenza di domanda di lavoro, nel Sud, dipende dal deficit di capitale fisico (leggi infrastrutture), allora bisognerebbe aprire a più non posso i rubinetti dei quattrini pubblici; se, invece, la debolezza della domanda di lavoro dipende dall’incapacità della classe dirigente meridionale di saper gestire la cosa pubblica senza retropensieri familistico-clientelari, allora bisognerebbe chiudere tutti i rubinetti finanziari, pena la progressiva spoliazione dei contribuenti e il successivo flop di ogni iniziativa meridionalistica.

La verità è che dall’Unità in poi l’atteggiamento dello Stato nei confronti delMezzogiorno è apparso, per così dire, perlomeno schizofrenico. Lo Stato era presente laddove non serviva (ad esempio nel capitale azionario di una banca), mentre era assente laddove serviva (ad esempio fuori della banca per garantire la sicurezza della vecchietta che depositava o ritirava la sua pensione). Uno statalismo così onnicomprensivo e pervasivo non poteva che frustrare la formazione di un ceto produttivo del
tutto slegato dai lacci e lacciuoli dei pubblici poteri, cioè della politica. Risultato: al posto di una borghesia schumpeteriana, smaniosa di misurarsi con la concorrenza, ha preso il volo una borghesia dorotea, parassitaria e assistita, vogliosa solo di servire il Principe e la sua corte, anziché la platea dei clienti e dei consumatori. Ovvio.

A questa pseudo-borghesia meridionale sta a cuore più il potere che il profitto, più le relazioni che i capitali, più gli aperitivi in salotto che la fatica in fabbrica. Che fare, allora? Non rimane che recuperare la lezione di Dorso, di Einaudi, di Sturzo, di De Viti De Marco, di Fortunato, di Salvemini, di quei giganti del pensiero meridionalistico che non hannomai attribuito allo Stato doti sovrannaturali e capacità indiscusse.Ma come riscoprire in concreto la lezione dei maestri? Si potrebbe cominciare col fisco, elemento essenziale per resuscitare economie moribonde, come testimoniano i miracoli economici di
Irlanda, Galles e dei Paesi dell’Est Europa usciti dal giogo sovietico.

La riduzione del carico tributario avrebbe il pregio di attirare investimenti nel Sud con la stessa frequenza con la quale il sole di Capri e delle Eolie attira gli uomini più facoltosi del pianeta, Bill Gates in testa. A proposito: non si capisce (anzi si capisce benissimo) come mai imagnati del globo non pensino alMezzogiorno come area felice anche per i loro affari, oltre che come approdo per le loro vacanze. La spiegazione è facile facile: il Sud non è appetibile a causa del caro-tasse, del fattore insicurezza e della palla al piede burocratica.

Mitigare le tasse, o creare una zona detassata per gli investitori è l’unica via percorribile senza i possibili effetti collaterali di natura morale e giudiziaria. È l’unica strada che metterebbe i vari concorrenti sulla stessa linea di partenza e impedirebbe a certi settori della politica di stabilire loro i vincitori della gara tra le imprese. Certo, tutto può risultare utile al Mezzogiorno, dalla Cassa alla Banca per il Sud, ma il lievito fondamentale per un decollo, che non si è mai realizzato, si chiama libertà. Nel nostro caso libertà economica.