Per salvare il Pdl in Puglia Quagliariello e Fitto devono fare pace (senza fare finta)

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Per salvare il Pdl in Puglia Quagliariello e Fitto devono fare pace (senza fare finta)

Per salvare il Pdl in Puglia Quagliariello e Fitto devono fare pace (senza fare finta)

13 Maggio 2010

Gli ingredienti ci sono tutti: la Puglia dove si giocheranno i destini di centrosinistra e quelli del centrodestra in chiave 2013 perché è da qui che Vendola lavora per lanciare la sfida della leadership a Bersani e Di Pietro e a quella del Cav.; il Pdl alle prese con la sconfitta alle regionali che ancora brucia, la riunione del coordinamento regionale chiamata a ragionare sulle cause della debàcle ma che fa spalluccia per spirito di autoconservazione, un gruppo regionale che per la prima volta si smarca dalla linea della nomenclatura locale, un documento che prima non c’è e all’ultimo salta fiori, i numeri dei voti che non tornano, le due opzioni in campo: restare così o tornare a fare politica. Per la Puglia.

E se la traccia per un film degno del miglior Quentin Tarantino si potrebbe già scrivere e i protagonisti della scena (politica) sono in campo, ciò che manca è capire la rotta che il Pdl pugliese prenderà e quale sarà l’approdo. Per molti, coincide con un “indispensabile” cambio di passo. Per i vertici locali del partito, invece, con il mantenimento dello status quo.

Posizioni emerse nella riunione (in due tappe) del coordinamento regionale, nonostante il documento finale consegni, ancora una volta, il partito nelle mani di Raffaele Fitto e dei suoi fedelissimi. Ma le “assenze eccellenti” al rendez-vous pidiellino di big nazionali, tra i quali il vicepresidente dei senatori Gaetano Quagliariello e il sottosegretario all’Interno Alfredo Mantovano e la frattura nel compattissimo (fino a lunedì) gruppo regionale con cinque eletti che chiedono un Pdl “aperto” e nuovamente “collegato con la gente”, segnalano che qualcosa, in realtà, sta cambiando.

Che la necessità di rilanciare l’azione del primo partito nazionale in una regione come la Puglia tradizionalmente a vocazione centrodestra, tanto da essere definita il “Veneto del Sud”, sta diventando una consapevolezza diffusa. Anche perché, c’è un dato oggettivo con cui fare i conti: mentre a livello nazionale il Pdl colleziona vittorie elettorali, in Puglia negli ultimi sei anni il centrodestra ha subìto sconfitte pesanti nei test amministrativi che non bilanciano i successi pure conseguiti in alcune province e comuni: le regionali 2005, le comunali a Bari nel 2004 e nel 2008 e tre mesi fa ancora le regionali.

Se si parte da qui, non può bastare dire – come si fa nel documento – che il Pdl pugliese “è stato tra i primi d’Italia con oltre il 31 per cento dei consensi alle recenti regionali”, bypassando completamente qualsiasi analisi seria della sconfitta, tantomeno intonare “l’Inno alla gioia” alla classe dirigente che finora ha guidato il partito. E non può essere uno scandalo né un atto di lesa maestà se, come ha fatto Quagliariello nella prima riunione del coordinamento, si pone la questione del “che fare” in termini politici, avanzando proposte sulle quali lavorare insieme (“non sono venuto qui a commissariare nessuno o tagliare teste, ma solo a fare politica nella mia città”, è stata la premessa) e indicando una prospettiva che è all’orizzonte: il 2013.

Data in cui i destini politici della Puglia incroceranno quelli del governo nazionale se è vero come ormai pare chiaro, che Vendola da qui lancerà la sua doppia sfida: alla leadership del centrosinistra e quella di Berlusconi. L’errore del gruppo dirigente del Pdl pugliese sembra essere proprio qui: non aver compreso per tempo le potenzialità del fenomeno Vendola, ormai considerato il “Berlusconi rosso”.

Ciò che serve è un progetto, culturale e politico, alternativo al governatore rifondarolo-radical-chic, in grado di ridare speranza alla Puglia e, soprattutto, di riaggregare attorno al Pdl i giovani. Quelli che in questi anni, il carisma di Vendola ha saputo fascinare. In altre parole, serve un partito che si apra alle migliori risorse di cui dispone e torni tra la gente.

E se l’obiettivo è questo, l’impegno deve essere forte e coeso. Di fronte a tutto ciò, il balletto del documento che prima non c’è poi all’improvviso compare o dei voti comunicati ai media sui quali si tenta di accreditare che alla fine i dissenzienti sono solo cinque (quattro gli astenuti) ma la maggioranza del partito è solidissima, francamente appare una logica degna dei riti della vecchia politica dove una certa autoreferenzialità era la chiave per dire "cambiamo tutto per non cambiare nulla".

La prima sfida è quella per il comune di Bari (nel 2013) dove da tempo il partito non esprime un’azione politica incisiva. Esattamente quello che nella riunione del coordinamento hanno segnalato in tanti. Del resto, lo stesso Pinuccio Tatarella (uno dei precursori del Pdl) amava ricordare che “vinta Bari, si vince la Puglia”.

Tornando alla cronaca di questi giorni, la prima riunione del parlamentino pidielle (3 maggio) viene aggiornata a lunedì scorso per i numerosi interventi iscritti all’ordine del giorno. Ma ai segnali di apertura lanciati da Quagliariello e da altri autorevoli esponenti del partito non seguono risposte, nonostante il coordinatore regionale Francesco Amoruso si fosse assunto il ruolo di garante anche in vista di un documento che recepisse queste istanze. Non è accaduto nulla e fino all’ultimo momento utile quel famoso testo è rimasto lettera morta.

Non è un caso se Quagliariello e Mantovano alla riunione non sono andati. Forse, il copione era già scritto se, ad eccezione del senatore Azzollini, il resto degli interventi è stato sulla falsa riga dell’autocelebrazione. Un atteggiamento che a molti è sembrato la conferma di un arroccamento su posizioni precostituite. E il documento della cosiddetta maggioranza presentato in extremis dall’europarlamentare Sergio Silvestris, in linea con lo stato maggiore del partito pugliese, conferma l’impressione. Ci sono poi due elementi sui quali vale la pena riflettere.

Il primo: se la riunione doveva servire ad analizzare il voto delle regionali, così non è stato perché il documento consegnato ai media non approfondisce le ragioni della sconfitta in controtendenza rispetto a quanto accaduto nel resto del meridione. A questo si aggiungono gli effetti di quella scelta sulla quale, oltretutto lo stesso Berlusconi aveva espresso più di una perplessità: la divisione del centrodestra che si è presentato agli elettori con due candidati presidenti. Un assist servito a Vendola su un piatto d’argento. Il secondo elemento sta nei numeri attraverso i quali il coordinamento del Pdl ha voluto dimostrare all’esterno la sua forza.

Ma se si guarda bene in profondità, c’è qualcosa che non torna. Per la prima volta, infatti, nel “fittianissimo” gruppo regionale si crea una frattura, con cinque consiglieri non “allineati” che rivendicano la necessità di uscire dalla logica autoreferenziale e tornare a fare politica sul campo. Al dato politico, si aggiunge quello meramente numerico perché a molti è sembrato quantomeno insolito conteggiare tra i “sì” tutti quelli presenti alla riunione, compresi alcuni sindaci e parlamentari eletti in Puglia ma non più residenti, invitati per l’occasione, quando invece lo statuto assegna il diritto di voto solo a una parte degli esponenti del coordinamento regionale. Molti presenti, inoltre, hanno abbandonato la sala prima del voto. Una forzatura, per alcuni, servita a dire ai media che novanta membri del parlamentino hanno votato a favore del documento “approvato a larghissima maggioranza” e solo cinque sono stati i contrari. 

Nella vicenda pugliese si inserisce anche una partita tutta interna agli ex an: è quella tra finiani e fedelissimi dei colonnelli, oggi più vicini a Berlusconi. L’astensione di Francesco Divella (capo corrente di Fini nella regione) al voto sul documento del coordinamento regionale è il segnale che qualcosa si sta muovendo anche qui. Alcuni infatti intravedono nella mossa di Divella un possibile asse con Fitto (berlusconiano fino a prova contraria) non certo basato su motivi di convergenza politica, che potrebbe preludere a un’alleanza strategica in danno agli uomini pugliesi che a Roma hanno come referenti Gasparri, La Russa, Matteoli e Alemanno. Tutti ex colonnelli di An. E tutti ex finiani.

Ma al di là delle mosse di posizionamento, il punto vero è capire quali scenari si aprono adesso nel partito. In altre parole, bisognerà capire quali effetti porterà la competizione politica tra la linea “conservatrice” di Fitto e quella “innovatrice” di Quagliariello. Sono sostanzialmente due le opzioni possibili.

Da un lato, si potrebbe aprire una sorta di duello permanente tra posizioni politiche alternative, rappresentate da due personalità di spicco del panorama politico nazionale. Il che determinerebbe uno scontro frontale, col gruppo dirigente arroccato nel “fortino” e la componente dei non allineati pronta ad aprire una campagna sul territorio e soprattutto su Bari (vero punto-chiave per rilanciare il Pdl in chiave 2013, anche perché la provincia ha una densità demografica pari alla metà della popolazione pugliese) da dove lanciare una “sfida” senza quartiere all’establishment fittiano, contando anche sul peso politico del vicepresidente dei senatori Pdl a Roma e sulla sua capacità di tessere al Senato – e pure in via dell’Umiltà – alleanze strategiche al raggiungimento dell’obiettivo.

Da questo punto di vista, ad esempio, Maurizio Gasparri non può permettersi di sacrificare sull’altare della Puglia l’intesa che a Palazzo Madama c’è con Quagliariello nella conduzione del gruppo parlamentare. E del resto, Quagliariello, non chiedendo di rinnovare i vertici pugliesi (Amoruso è uomo di Gasparri) ha dimostrato di tenerci a quell’alleanza.

Dall’altro lato, lo scenario più credibile e forse più auspicato dagli addetti ai lavori, è quello del punto di equilibrio tra le due posizioni; una sorta di “pax” (più o meno armata) tra Fitto e Quagliariello – attraverso la mediazione dei rispettivi uomini di fiducia pugliesi – che non escluda nessuna delle altre energie fin qui tenute in "quarantena" e che possa rimettere al centro dei dibattito il nuovo impulso da imprimere all’azione politica.

Insomma, dando corso a quella “ripartenza” che ormai sembra non più rinviabile se si vuole evitare che la Puglia si trasformi nel feudo rosso di Vendola&C.

(Lucia Bigozzi)