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Dov'era Barroso?

Per salvare l’Europa bisogna prenderla sul serio

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L’Irlanda ha detto no al Trattato di Lisbona. Tutti ora inizieranno a dire che l’Irlanda è un paese di poco più di tre milioni di abitanti, che hanno partecipato al voto il 40 per cento degli aventi diritto, che quindi a bloccare il processo di ratifica di un Trattato, che deve dettare regole a un continente intero, sarebbe una sparuta manciata di cittadini (per l’esattezza gli 862.415 elettori irlandesi che hanno votato no).

Ma queste sono le regole.

Basta anche il no di uno stato a impedire ogni revisione dei Trattati europei. Qualcosa di simile avvenne in passato, proprio con l’Irlanda nel giugno 2001 che respinse con un no referendario il Trattato di Nizza. E lo stesso era avvenuto con la Danimarca, nove anni prima, nel 1993 per il Trattato di Maastricht. In entrambi casi questi paesi approvarono in un secondo momento i Trattati che nel frattempo erano stati ratificati dagli altri paesi dell’Unione. E fu il referendum francese su Maastricht voluto e combattuto sulle piazze, nei confronti televisivi, con grande coraggio da Mitterand, già malato, a tirare la volata delle ratifiche di questo decisivo trattato (quello che ha posto le basi della moneta unica).

E’ ovvio e prevedibile che si proverà oggi a fare lo stesso.

Ma a ben vedere la situazione è diversa. Il no irlandese, - non nascondiamocelo - si aggiunge ai due no che avevano affondato il Trattato costituzionale. Non è bastato il profondo remake dei testi (un testo consolidato prima integralmente sostitutivo dei trattati vigenti, e oggi, una complessa messe di emendamenti a questi ultimi). Siamo di fronte infatti a una crisi grave.

L’immagine visibile - o meglio invisibile – di questa crisi è quella del presidente della Commissione, Barroso.

Ogni giorno sui telegiornali a fianco dei leader del pianeta, ma che non ha avuto il coraggio politico di andare a difendere le ragioni dell’Europa in una terra che pure deve tutto il suo recente sviluppo e la fuoriuscita da una società agricola e pastorale proprio all’integrazione europea.  Di fronte a questo terzo colpo suonato dagli elettori chiamati a pronunciarsi su un trattato che deve garantire maggiore efficienza e responsabilità alle istituzioni, non ha saputo far altro che negare ogni responsabilità delle istituzioni europee e trincerarsi dietro la volontà dei governi che non avrebbero voluto “l’ingerenza” di queste; quando è proprio il senso della loro attività che andava difeso e argomentato. Proprio quello che non è stato fatto.

E l’Italia?

Il Trattato costituzionale fu ratificato con una schiacciante maggioranza parlamentare nell’aprile del 2005, prima dei referendum francese e olandese. Allora abbiamo avuto buon gioco nel dire: si prosegua con le ratifiche. Volevamo difendere un testo frutto del lavoro della Convenzione europea, almeno a parole ambizioso, quello firmato a Roma nel 2004.

Ma oggi, ha senso andare avanti con la ratifica, appena incardinata in Senato? La ratifica di un testo in fondo sempre ritenuto un compromesso, rispetto alla storica ambizione federatrice dell’Italia di De Gasperi, Einaudi e Spinelli?

Non daremmo invece un migliore contributo all’incivilimento del dibattito italiano ed europeo, aprendo un più ampio confronto su quale debba essere il futuro dell’Europa e delle sue istituzioni? E’ questo il momento di un dibattito serio, senza infingimenti retorici, capace anche di scelte coraggiose.

 

 

 

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2 COMMENTS

  1. Siamo seri!
    Così l’Irlanda dovrebbe “tutto (sic) il suo recente sviluppo … proprio all’integrazione europea”? No, caro Gallarati, proprio non ci siamo. Certo, l’Irlanda ha ricevuto molto dall’UE: ma allora, perché altri paesi (penso soprattutto all’Europa meridionale, e non faccio nomi …), che hanno ricevuto anch’essi una sostanziosa quantità di fondi comunitari (forse più dell’Irlanda) non sono riusciti a innescare un analogo processo di sviluppo, anzi, sembrano essere andati indietro anziché avanti? La risposta è semplice: perché l’Irlanda aveva il background culturale, sociale e politico per riuscire, perché già da decenni investiva nell’istruzione, perché a partire dagli anni Ottanta i suoi governi hanno varato politiche intelligenti finalizzare a creare ricchezza anziché ostinarsi a difendere i privilegi di certe categorie, caste e corporazioni, perché il paese disponeva di personale in grado di gestire bene ed onestamente i fondi, perché questi ultimi finivano davvero investiti nei progetti e non in mano a mafia, camorra e politicanti locali … Insomma, perché malgrado un certo retaggio “agricolo e pastorale” era ed è una società istruita, matura e civile. L’Europa ha aiutato, ma gli irlandesi ce l’avrebbero fatta anche da soli, una volta impostati nel modo giusto certi problemi.

    E poi: il senso dell’attività delle istituzioni europee è effettivamente, come dice l’articolo, l'”ingerenza”. Ed è proprio questa che l’elettorato europeo ha (giustissimamente) rifiutato. Un paese, come dicevo prima, maturo e civile non può accettare un’erosione continua e inarrestabile delle sue prerogative di stato sovrano perfettamente in grado di decidere da sé quali politiche adottare. Ad accogliere con favore questa ingerenza sono e saranno invece altri paesi (di nuovo non faccio nomi …), tanto europeisti a parole ma nazionalisti e protezionisti nei fatti, che usano il trasferimento di sovranità dagli stati nazionali a Bruxelles come scusa per evitare di assumersi le loro responsabilità e per scansare il necessario lavoro di riforme delle proprie istituzioni nazionali. Sono gli eterni eurobamboccioni attaccati alle gonne di mamma UE: non stupisce che tanti loro commentatori mostrino così scarsa comprensione del perché del “no” irlandese, e continuino a riempirsi la bocca di storiche ambizioni federatrici.

  2. Se il voto irlandese è un problema di spazio. Note sull’aria.
    L’Irlanda ha bocciato il trattato di riforma, i giornali parlano di crisi politica dell’Europa. A ben vedere, si tratta in realtà di una crisi della spoliticizzazione strutturale a quel trattato di riforma.

    Il Ius pubblicum Europaeum, per come si è svillupato, oggi mostra i suoi limiti, nella difficoltà di accettare il progetto elaborato nella crisi stagnante degli ultimi due anni dopo il fallimento della Costituzione europea e le conclusione del consiglio di Bruxelles che stabilirono nel 2007 le linee del mandato della CIG [i].

    Il sistema di Bruxelles, infatti, nasce e si sviluppa dopo la fine dell’opposizione tra terra e mare, quali elementi strutturali del diritto internazionale moderno: dal 1945 si impone l’idea americana di emisfero occidentale, elaborato dalla dottrina Monroe, la quale insiste su un nuovo elemento, l’aria.

    Il nuovo spazio mondiale degli ultimi cinquanta anni è stato un non-spazio, un uccello contro la balena, l’aria che divora il mare ed anche la terra[ii]: se l’aeroplano e la bomba hanno distrutto l’Europa e l’opposizione dominio marittimo-dominio terrestre (è la distruzione dei presupposti del dominio sul mare inglese e del dominio tedesco di occupazione territoriale), il nuovo ordine del mondo è stato lo scudo spaziale, le orbite ed i satelliti.

    L’ordine della cd. guerra fredda è poggiato sull’elemento dell’aria, elemento che rappresenta la totale inversione del senso di nomos della terra, del legame tra ordinamento e localizzazione (Ordnung und Ortung). La nuova rivoluzione spaziale, permessa dalla tecnica, è stata la scoperta dello spazio non più talassico o atmosferico, ma missilistico, uno spazio che per definizione non si può occupare, non può localizzarsi.

    Lo spazio mondiale degli ultimi cinquanta anni è stato uno spazio astratto e verticale, puramente concettuale: la corsa alla luna non è una lotta per l’occupazione, ma una lotta astratta –tanto che neppure è rilevante se nel ’69 gli americani davvero arrivarono sulla luna, poiché è l’impianto tecnico-visivo che stabilisce la vittoria, e non l’effettiva scoperta o occupazione-.

    Il missile è qualcosa che prescinde dallo spazio, dall’idea di dividere e spartire il suolo: è qualcosa che può essere lanciato dal proprio indiscusso territorio e giungere attraverso l’aria in un altro territorio, senza che l’aggressore abbia alcun rapporto con esso. Lo spazio internazionale si è quindi neutralizzato in un non-spazio, ed è divenuto uno spazio astratto.

    La posizione dell’Europa in tale scenario, è stata quella, come già è stato detto, di un territorio distrutto e, in quanto tale, ormai inutile. Nel nuovo diritto mondiale, il territorio era una nozione che aveva perso di significato, poiché terra e mare erano stati eliminati radicalmente dall’aria.

    Bruxelles nasce in tale contesto, come un atto di giuridicizzazione assoluta del territorio europeo: nel momento in cui esso è del tutto spoliticizzato, poiché non ha più rilievo politico, non più opposizione e possibilità di guerra, la sua evoluzione è stata quella di neutralizzarsi attraverso la costruzione di una comunità liberale-kelseniana di diritto.

    La Costituzione Europea rappresentava il processo finale di tale percorso, in un’idea spoliticizzata del sovrano: la Costituzione si poneva infatti non quale potere costituente creatore di nuovi valori, non quale ordine materiale e politico dell’Europa, ma quale grundnorm. La posizione monistica di Kelsen rappresenta la spoliticizzazione degli Stati: ogni Costituzione statale diviene infatti una mera norma, una norma positiva la cui validità dipende dalla grundnorm internazionale .

    Ma prima di ogni normazione, vi è la decisione politica fondamentale del titolare del potere costituente[iii].

    Tale idea era del tutto assente nella Comunità di diritto di Bruxelles.

    La Costituzione Europea è stata respinta. Il motivo profondo di tale rifiuto del sistema di Bruxelles –che la relazione del Consiglio indicava in modo eufemistico come una mera incertezza- risiede nella fine e nel fallimento di quel nuovo ordine non-spaziale americano, fondato sull’elemento dell’aria.

    L’11 settembre ha mostrato un’aereo che ritorna sul suolo.

    Non un missile astratto, senza uomini e che si frantuma e diventa invisibile al momento dell’impatto, ma aeroplani, guidati da persone, che si schiantano contro edifici. Tale atto è una concretizzazione dello spazio, una occupazione della terra.

    Schmitt svolse la teoria del partigiano come integrazione al concetto di politico. Non poteva in alcun modo, negli anni ’50, legare il partigiano, nella sua elaborazione leninista, al terrorista. In effetti lo scritto in questione è forse il più anacronistico e superato dei lavori di Schmitt, ed è improprio riferire le sue categorie concettuali di questo combattente che si pone fuori dagli schemi della guerra in forma al terrorismo moderno. Solo un elemento va considerato, il quale non è un elemento proprio del terrorista, del combattente, ma è un elemento proprio dell’essenza del diritto: l’elemento tellurico.

    L’astrazione americana è fallita perché non poteva superare del tutto un momento imprescindibile del diritto: il nomos, ossia il dividere ed il pascolare. Il diritto è sempre, in primo luogo, fisicamente, misurazione concreta, localizzazione nello spazio, terra.

    L’astrazione dell’aria degli ultimi cinquant’anni è stato il tentativo di neutralizzare l’idea di nomos. L’America non aveva la possibilità di lottare contro il Vecchio mondo attraverso una occupazione del suolo e del mare su scala mondiale: la distanza, l’Oceano che separa il nuovo mondo dall’Europa, non permetteva la penetrazione per terra e per mare. L’invenzione dell’aria, di un nuovo spazio aereo, ha colmato la distanza.

    Ma nel momento in cui la portaerei è stata superata dal missile, in una progressiva astrazione dell’uccello, l’idea di diritto si è fatta invisibile, fino a nascondersi e scomparire. La crisi americana è la crisi del diritto in quanto anti-nomos, anti-localizzazione, anti-ordinamento.

    L’impero americano è stato sempre un anti-ordinamento, poiché la sua idea giuridica è l’aria e non la terra.

    Ogni volta che l’America si è trovata nella necessità di ritornare alla terra, all’occupazione territoriale, è andata incontro a fallimenti militari: il Vietnam e l’Iraq sono esempi paradigmatici.

    Ciò accade anche nella misura in cui lo spazio americano, essendo astratto, non è dotato di alcuna intensità politica, come possibilità reale di guerra, di combattimento fisico con il nemico: la sua guerra è stata fredda, ossia possibilità astratta. I soldati americani sono combattenti astratti, nel senso che non sono soldati politici, in grado di comprendere la possibilità concreta ed esistenziale dell’opposizione al nemico: si spiega allora l’impossibilità militare americana di chiedere ai suoi combattenti comportamenti supererogatori, con la necessità di poter condurre concretamente soltanto guerre unilaterali, in cui viene garantito e calcolato il fatto di avere vittime solo del paese in cui si interviene. L’astrazione dello spazio americana si lega dunque alla sua distanza con la terra, ed alla spoliticizzazione nel suo senso di possibilità reale della guerra: l’asymmetrical vulnerability è un principio che deriva direttamente da tale situazione.

    Non posso soffermarmi in tale sede sul senso dell’Islam e del terrorismo.

    Di certo il suo è un ritorno alla terra, alla concretizzazione della lotta come concretizzazione del diritto: l’11 settembre è la svolta simbolica rispetto alla neutralizzazione del concetto di spazio e di nomos.

    Il fallimento della Costituzione europea è da leggersi in tale prospettiva: gli Stati dell’Europa devono ritornare al legame tra ordinamento e localizzazione, e la Costituzione progettata era la negazione di tale idea.

    Allo stesso modo, il voto contrario irlandese è la negazione di questo tentativo ostinato di neutralizzazione politica dello spazio Europeo, proprio nel momento in cui lo spazio tende a ritornare come luogo fondamentale del diritto internazionale.

    Il trattato di riforma abbandona motti, inni e bandiera, ma conserva l’idea universalistica (si legga il secondo considerando del preambolo) e spoliticizzata dello spazio europeo: lo Stato di diritto ed i valori universali dei diritti inviolabili della persona vengono, si dice, ispirati dalle eredità culturali, religiose e umanistiche dell’Europa. Tale idea rappresenta la finzione della distruzione europea: il ius publicum che regolò le guerre dal XVI al XX secolo aveva bene in mente come alla sua base vi fosse la totale ostilità, nata da una guerra di religione, tra le potenze di terra e mare dell’Europa.

    Non basta che la sicurezza nazionale resti di esclusiva competenza di ogni Stato, come pure il progetto concede. Ciò che manca alla riforma dei trattati è la nuova individuazione di una connessione tra ordinamento e territorio, di un nuovo nomos della terra.

    Lo spazio mondiale americano ha portato due concetti che portano in sé la fine del nomos della terra, la fine della possibilità della limitazione delle guerre: la guerra circoscritta e la polizia internazionale.

    In altri termini, l’idea anti-ordinamentale che il nemico politico non risieda in uno Stato, come unità politica, ma in terroristi e partigiani, in singoli individui sparsi negli Stati, porta all’esplosione e non alla limitazione della guerra.

    Gli Stati sono posti nel nuovo diritto internazionale americano come completamente pacificati, neutralizzati, spoliticizzati.

    L’Unione Sovietica non è mai stato un nemico politico, con cui considerare realmente la possibilità della guerra. È stato un nemico astratto, in quanto ordinamento statale. Essa era nemico assoluto, reale, non in quanto Stato, ma in quanto teoria. Il comunismo ed i suoi partigiani sono stati i nemici assoluti dell’ordine mondiale sino al 1989: un ordine che non presupponeva dunque una lotta tra Stati, una politica, ma una polizia, ossia una ricerca dei criminali all’interno degli Stati mondiali. Gli interventi americani sono sempre stati in questa direzione.

    Il passaggio del nemico politico a criminale, della politica a polizia, sono state le direzioni di sviluppo dell’ordine occidentale. Il risultato è stato il moltiplicarsi delle guerre, e l’astrazione del diritto internazionale.

    Dopo il 1989, tale modello è stato mantenuto, ed applicato a nuovi criminali: non più partigiani rossi, ma terroristi islamici.

    L’11 settembre, con il suo segno sul territorio, rappresenta il fallimento di tale politica mondiale di polizia ed astrazione.

    Il diritto internazionale deve legarsi adesso nuovamente al nomos, al territorio, agli Stati.

    Il nemico deve perdere la sua astrattezza, e ritornare ad essere risolto nello Stato.

    In tal senso, la Cina si mostra nel panorama di potenze, in quanto Stato. L’Europa cercherà di ri-condurre il baricentro mondiale su di sé?

    Tale ritorno al ius publicum Europaeum non è necessariamente incompatibile con l’idea di Bruxelles? Non si dovrà ritornare ad una politicizzazione degli Stati Europei?

    La fine dell’ordine mondiale dell’aria, deve riportare alla nascita di un nuovo diritto internazionale.

    T.Gazzolo (http://www.moscasulcappello.com)

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    [i] Per la lettura di tale documento http://www.consilium.europa.eu/ueDocs/cms_Data/docs/pressdata/it/ec/94947.pdf

    [ii] SCHMITT C., Il nomos della terra, Adelphi, 2006, p.29. Il lavoro viene ripreso costantemente in queste note, come lente epistemica. Il mio discorso reca sempre l’impronta delle considerazioni schmittiane. Rimando pertanto alla bibliografia che nelle parti precedenti ho citato.

    [iii] SCHMITT C., Dottrina della costituzione (1928), Giuffrè, Milano, 1984, p.38

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