Per salvare l’Europa bisogna prenderla sul serio

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Per salvare l’Europa bisogna prenderla sul serio

13 Giugno 2008

L’Irlanda ha detto no al Trattato di Lisbona. Tutti ora inizieranno a dire che l’Irlanda è un paese di poco più di tre milioni di abitanti, che hanno partecipato al voto il 40 per cento degli aventi diritto, che quindi a bloccare il processo di ratifica di un Trattato, che deve dettare regole a un continente intero, sarebbe una sparuta manciata di cittadini (per l’esattezza gli 862.415 elettori irlandesi che hanno votato no).

Ma queste sono le regole.

Basta anche il no di uno stato a impedire ogni revisione dei Trattati europei. Qualcosa di simile avvenne in passato, proprio con l’Irlanda nel giugno 2001 che respinse con un no referendario il Trattato di Nizza. E lo stesso era avvenuto con la Danimarca, nove anni prima, nel 1993 per il Trattato di Maastricht. In entrambi casi questi paesi approvarono in un secondo momento i Trattati che nel frattempo erano stati ratificati dagli altri paesi dell’Unione. E fu il referendum francese su Maastricht voluto e combattuto sulle piazze, nei confronti televisivi, con grande coraggio da Mitterand, già malato, a tirare la volata delle ratifiche di questo decisivo trattato (quello che ha posto le basi della moneta unica).

E’ ovvio e prevedibile che si proverà oggi a fare lo stesso.

Ma a ben vedere la situazione è diversa. Il no irlandese, – non nascondiamocelo – si aggiunge ai due no che avevano affondato il Trattato costituzionale. Non è bastato il profondo remake dei testi (un testo consolidato prima integralmente sostitutivo dei trattati vigenti, e oggi, una complessa messe di emendamenti a questi ultimi). Siamo di fronte infatti a una crisi grave.

L’immagine visibile – o meglio invisibile – di questa crisi è quella del presidente della Commissione, Barroso.

Ogni giorno sui telegiornali a fianco dei leader del pianeta, ma che non ha avuto il coraggio politico di andare a difendere le ragioni dell’Europa in una terra che pure deve tutto il suo recente sviluppo e la fuoriuscita da una società agricola e pastorale proprio all’integrazione europea.  Di fronte a questo terzo colpo suonato dagli elettori chiamati a pronunciarsi su un trattato che deve garantire maggiore efficienza e responsabilità alle istituzioni, non ha saputo far altro che negare ogni responsabilità delle istituzioni europee e trincerarsi dietro la volontà dei governi che non avrebbero voluto “l’ingerenza” di queste; quando è proprio il senso della loro attività che andava difeso e argomentato. Proprio quello che non è stato fatto.

E l’Italia?

Il Trattato costituzionale fu ratificato con una schiacciante maggioranza parlamentare nell’aprile del 2005, prima dei referendum francese e olandese. Allora abbiamo avuto buon gioco nel dire: si prosegua con le ratifiche. Volevamo difendere un testo frutto del lavoro della Convenzione europea, almeno a parole ambizioso, quello firmato a Roma nel 2004.

Ma oggi, ha senso andare avanti con la ratifica, appena incardinata in Senato? La ratifica di un testo in fondo sempre ritenuto un compromesso, rispetto alla storica ambizione federatrice dell’Italia di De Gasperi, Einaudi e Spinelli?

Non daremmo invece un migliore contributo all’incivilimento del dibattito italiano ed europeo, aprendo un più ampio confronto su quale debba essere il futuro dell’Europa e delle sue istituzioni? E’ questo il momento di un dibattito serio, senza infingimenti retorici, capace anche di scelte coraggiose.