Per salvare l’Università dobbiamo smettere di invocare la meritocrazia

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Per salvare l’Università dobbiamo smettere di invocare la meritocrazia

14 Novembre 2007

Charles Robert Darwin, celebre per aver formulato, assieme ad Alfred Russel Wallace, la teoria dell’evoluzione delle specie animali e vegetali a causa di mutazioni casuali congenite ereditarie, ha enunciato un principio generale che può essere esteso anche in ambito sociale. Date le condizioni ambientali, secondo Darwin, i soggetti dotati di ottime qualità per avere successo prevalgono su quelli che ne sono sprovvisti o solo imperfettamente attrezzati. Così accade anche nel corpo sociale. In altri termini, la teoria dell’evoluzione introduce la categoria che noi chiamiamo meritocrazia che, da questo punto di vista, risulta diffusa e abbondante in ogni dove. Purtroppo è invalso l’uso di evocarla denunciandone la carenza sulla base di un contesto sociale che non c’è. Così denunciarne la mancanza quando, nei fatti, essa è prepotentemente presente e trabocchevole genera solo confusione (talvolta forgiata ad arte). Le condizioni ambientali definiscono il merito e non viceversa. L’orso polare è attrezzato per vivere nelle distese di ghiaccio che caratterizzano il suo habitat; questo, invece, non esiste come conseguenza delle attitudini dell’orso bianco. La stessa cosa vale per gli uomini che, però, hanno il potere di definire la propria organizzazione sociale, la quale, appunto, consente di esaltare o mortificare specifiche qualità.

Io non ho mai invocato la meritocrazia quale toccasana per curare presunti mali pubblici. Preferisco richiamare l’attenzione sulle condizioni ambientali che producono fatti giudicati poco edificanti. Le storture non si combattono con gli anatemi, ma studiando il contesto dove si verificano, i fattori che le determinano e proponendo modifiche dell’organizzazione sociale con il sostegno di tutti coloro che onestamente e sinceramente vogliono eliminarle. Del resto, la protesta – più propriamente la lamentazione – insincera è facilmente identificabile; essa si nasconde di solito dietro il birignao del «vorrei ma non posso» oppure semplicemente con l’esortazione: “parliamone!”. Magari in un contesto “trasversale” che fa molto open minded.

Bisogna, invece, collegare sempre la meritocrazia desiderata con l’assetto istituzionale che può garantirla. Intanto è bene cercare di capire quello vigente che dà luogo a cronache – ritenute da molti tutt’altro che esemplari – riportate quasi continuamente dalla stampa. Tra le più frequenti ci sono quelle delle dinastie accademiche dirette o incrociate (incluse relazioni morganatiche) che fanno presumere che «il sacro fuoco della ricerca che brucia in noi» sia contagioso ed ereditario. Ovviamente si tratta di una frottola indifendibile. Infatti i concorsi universitari non sono solo regolari, sono regolarissimi sul piano formale e danno sostanza alla meritocrazia propria di questa Università. I meriti non scientifici che risaltano nelle vicende concorsuali sono, appunto, il contenuto meritocratico espresso dall’attuale governance degli Atenei. Se questo sistema non piace, non serve a nulla evocare la meritocrazia. Bisogna, invece, cambiare il contesto istituzionale del sistema universitario del nostro Paese, un cambiamento che potrà essere fatto nella direzione auspicata da coloro che invocano (sinceramente!) l’affermazione di “altri” principi meritocratici solo se i professori universitari saranno tenuti a dovuta distanza quando verrà disegnato, prima o poi, un nuovo modello di governo degli Atenei.