Per tamponare l’emorragia di Fli Fini attacca il Cav. e fa irritare il Colle

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Per tamponare l’emorragia di Fli Fini attacca il Cav. e fa irritare il Colle

25 Febbraio 2011

Il momento è cruciale. C’è da rimettere in piedi ciò che resta di un partito appena nato e già andato in pezzi; c’è da rassicurare eletti ed elettori, basiti di fronte alla diaspora futurista e alla polverizzazione in poco più di una settimana del gruppo parlamentare di Fli al Senato. C’è poi da incollare i cocci anche alla Camera con la nomina di Della Vedova a capogruppo subìta come uno schiaffo del capo dato in faccia ai moderati (e diligenti) Urso e Ronchi: oggi potrebbe essere il giorno del redde rationem nell’assemblea dei deputati chiamati ad eleggere (e a votare) il presidente, peraltro già indicato da Fini nell’ex esponente radicale. Infine c’è da rasserenare Casini sul fatto che le defezioni in Fli non produrranno contraccolpi per il terzo polo.

Gianfranco Fini passa all’azione dopo aver perso undici parlamentari su quarantasette e ben sette in sette giorni: da un lato partecipa ai vertici con Casini e Rutelli e gestisce in prima persona le grane di partito sconfessando di fatto l’autosospensione sancita a Milano per non configgere col ruolo di terza carica dello Stato;  dall’altro tenta di ricompattare le file futuriste sul collante antiberlusconiano. Lo fa attaccando frontalmente il premier, a prescindere dal profilo istituzionale di presidente della Camera e torna a puntare il dito contro i deputati che gli hanno detto addio. Lo strumento è la piattaforma mediatica, meglio se dalle colonne dei settimanali e dalle tribune dei talk televisivi vicini alla sinistra: ieri con l’intervista (durissima) su L’Espresso e quella ad Annozero, domenica nel faccia a faccia con Lucia Annunziata e martedì prossimo da Floris e Ballarò.  

Un iperattivismo politico che avrebbe irritato e non poco il Colle costantemente impegnato nei richiami al rispetto dei ruoli istituzionali e a deporre le armi dello scontro tra poteri dello Stato. Al punto che secondo i rumors di Palazzo, Napolitano non avrebbe nascosto il proprio disappunto in un colloquio telefonico col presidente della Camera. Ma Fini va avanti, come ha ribadito ad Annozero,  a dimettersi non ci pensa e lo conferma rilanciando l’idea partorita all’assemblea costituente di Fli: sono pronto a dimettermi se e quando lo farà Berlusconi perché entrambi siamo stati eletti e tra noi nel 2008 c’era un patto in base al quale lui avrebbe fatto il premier e io il presidente della Camera, ma quel patto si è rotto e io farò un passo indietro solo se lo farà anche lui. Un puro esercizio retorico, il suo, per ribadire che la poltrona di Montecitorio non la molla.

Nelle dichiarazioni che si incrociano tra l’Espresso e Annozero, Fini lancia accuse veementi all’indirizzo del Cav.: dice che Berlusconi è eletto ma non è l’unto del Signore, è uno che scatena il conflitto istituzionale, che parlare oggi in Italia di ritorno all’ immunità parlamentare (sulla quale si potrebbe discutere perché l’avevano prevista i padri costituenti, argomenta) significherebbe “garantire l’impunità”; che in politica estera l’accondiscendenza mostrata in passato nei confronti di Gheddafi è deplorevole e ha sfiorato il ridicolo. Ai deputati di Fli che se ne sono andati riserva un analogo trattamento quando afferma che chi ha preso questa decisione o vittima di “un’allucinazione collettiva o è in malafede”. Che detto da un presidente della Camera, paladino della centralità del Parlamento, è cosa assai grave dal momento che chi guida l’assemblea parlamentare ha il dovere di tutelare l’istituzione e ogni singolo deputato nella sua libertà di scelta, come peraltro previsto dalla Costituzione al rispetto della quale Fini si appella un giorno sì e l’altro pure. A questo punto, c’è da chiedersi, come fa con una punta di sarcasmo il vicepresidente dei senatori Pdl Gaetano Quagliariello, che cosa avrebbe fatto o detto mai se non si fosse autosospeso da Fli.  

La giornata di Fini è stata particolarmente impegnativa: il summit con Casini e Rutelli per sciogliere il nodo della rappresentanza parlamentare a Palazzo Madama dopo lo sgretolamento di Fli; alla Camera la ‘grana’ Urso che declina l’offerta di Della Vedova di prendere il suo posto alla guida dei deputati;  il faccia a faccia con Ronchi e la bega esplosa all’interno del laboratorio-pensatoio di Farefuturo col direttore del magazine on line Filippo Rossi che annuncia l’adesione alla manifestazione anti-Cav. del 12 marzo promossa da Articolo 21 in difesa della Costituzione e la presa di distanza della Fondazione che ribatte: non siamo un partito e in piazza non ci andiamo. Passaggi rispetto ai quali Fini riesce a portare a casa solo un risultato: Andrea Ronchi non seguirà le colombe che hanno già spiccato il volo. Bottino magro, vediamo perché.

Il vertice terzo polista coi leader Udc e Api doveva servire a fare il punto della situazione dopo lo sfaldamento del gruppo di Fli con tre senatori (Menardi, Viespoli e Saia, mentre Pontone è già rientrato nel Pdl) che ne faranno uno autonomo sul modello dei Responsabili alla Camera (con gli uomini di Miccichè, Poli Bortone e alcuni esponenti del Misto) ma ancorato al centrodestra e dunque di sostegno alla maggioranza. I sei rimasti fedeli a Fini puntavano a un gruppo con Udc, Api e Mpa ma Casini  ha preso in mano l’organizzazione del progetto terzopolista e detto che per il momento non ci sarà alcun gruppo del Nuovo Polo per l’Italia nè a Palazzo Madama né a Montecitorio. La sola novità è che sarà fatto un coordinamento unico con un portavoce.

Ufficialmente la linea dei terzopolisti è quella di procedere ciascuno coi rispettivi gruppi per non perdere il proprio peso di rappresentanza all’interno delle commissioni; in realtà la pratica è stata rimandata perché c’è da sciogliere il nodo su chi farà il capogruppo (incarico al quale punterebbe Rutelli). Certo è che per Fini il rinvio significa lasciare ancora aperta una ferita che sul piano politico brucia, specie a pochi giorni dal battesimo di Fli. Non solo: il leader di Api conferma le parole di Casini e aggiunge che le elezioni si allontanano, non sono più una priorità perché la maggioranza ha i numeri in Parlamento. Un vero e proprio dietrofront se si considera che solo una settimana fa, Casini, Fini attraverso i suoi luogotenenti Bocchino e Granata e lo stesso Rutelli si sono sgolati nel ribadire l’urgenza del voto anticipato.

Dal Senato alla Camera. Se nel faccia a faccia con Ronchi, Fini ottiene dall’ex ministro la disponibilità a restare in Fli, le relazioni con Urso restano ancora complicate. L’ex viceministro declina l’offerta di Della Vedova ma qui il fair play c’entra ben poco perché la mossa tattica di Urso ha due finalità. La prima: il suo ‘no grazie’ è un modo per evitare di andare alla conta nell’assemblea del gruppo che oggi dovrà eleggere il suo presidente; il ‘peso’ di Urso dentro Fli è tale da non consentirgli una guerra all’ultimo voto oltretutto con l’uomo (Della Vedova) che Fini ha indicato, anzi già nominato.

Ieri nei tentativi di mediazione alcuni fiellini avrebbero consigliato al capo di recuperare Urso affidandogli la guida dei deputati ma l’idea è tramontata dal momento che il presidente della Camera avrebbe ribadito il suo convincimento di fondo:  non voglio rifare una An in piccolo, chiusa nella logica delle correnti, voglio un partito aperto e plurale e Della Vedova che non proviene dalle file aennine è il nome giusto per allargare i confini di Fli.  

La seconda: rifiutando l’invito, Urso si lascia una porta aperta e una buona chance per il ruolo di portavoce del Nuovo Polo per l’Italia, anche se tra i suoi uomini c’è chi non nasconde scetticismo, temendo che l’incarico non abbia un vero spessore politico e si riveli piuttosto una sorta di carica ad honorem. Vedremo oggi come andrà il voto dei deputati futuristi ma se l’elezione di Della Vedova appare ormai scontata, quello che emerge è un gruppo diviso e in un certo senso ‘condizionato’ dall’effetto Senato.

Le grane di Fini non sono finite qui. Esplode pure quella nel laboratorio-pensatoio futurista. E non è un fatto irrilevante. Filippo Rossi, direttore di ffwebmagazine in un editoriale annuncia l’adesione “con entusiasmo” alla manifestazione del 12 marzo promossa dall’associazione Articolo 21 in difesa della Costituzione, enfatizzandone la necessità e l’urgenza. Iniziativa che avrebbe ricevuto il placet di Fini.

Poche ore dopo arriva la nota della Fondazione che smentisce: “Farefuturo è una fondazione di cultura politica non un partito, non scende in piazza ma elabora idee, progetti, studi e contribuisce alla formazione di una moderna classe dirigente nel nostro Paese”. La chiosa è ancora più netta: “Le attività della fondazione vengono stabilite dai suoi organi rappresentati dal segretario generale”. Dunque, a decidere non è Filippo Rossi ma Adolfo Urso che della fondazione è, appunto, il segretario generale. Il che significa che ormai la spaccatura investe tutte le articolazioni della galassia futurista, non solo i gruppi parlamentari e che tra Urso e Fini non è tornato affatto il sereno.

Ancora: nonostante la smentita della Fondazione, a tarda sera sul web di Articolo 21 compariva ancora la finestra dove si richiamava in bella evidenza l’adesione di Filippo Rossi e quella della deputata finiana Angela Napoli alla manifestazione con tanto di nota di complimenti firmata dal direttore Stefano Corradino: “Siamo felici  che Filippo Rossi abbia aderito. La sua adesione, nella qualità di direttore di un giornale on line che ha sempre dimostrato grande sensibilità civile, insieme a quella di Angela Napoli, e di tanti altri giornalisti ed esponenti politici distanti dalle organizzazioni promotrici dell’evento, è la migliore conferma che c’è un’inedita e importante aggregazione di donne e di uomini dei più diversi schieramenti e orientamenti ma che condividono lo stesso amore per la Costituzione e non vogliono vederla né stravolta né imbavagliata”. 

C’è infine un’altra defezione “eccellente” con la quale il capo di Fli  deve fare i conti: Alessandro Campi lascia la segreteria del partito. Il politologo, docente di  Storia del pensiero politico all’Università di Perugia non vuole commentare la situazione dentro il partito dopo l’assemblea di Milano; una settimana fa si è dimesso dall’organismo politico con un gesto diplomatico e ieri all’Adnkronos ha spiegato che “su Fli ho detto quello che dovevo nel corso della prima segreteria convocata dal vice presidente, cui sono andato per motivi di cortesia. A Italo Bocchino ho chiesto di essere dispensato da questa partecipazione, perché la vita di partito, avendo fatto altro finora, non fa per me”.

Campi è uno degli intellettuali che con convinzione hanno lavorato al progetto prima di Farefuturo poi di Fli e anche se nelle dichiarazioni ufficiali preferisce mantenere un low profile è evidente l’amarezza. Proprio lui insieme a Sofia Ventura aveva chiesto a Fini di lasciare lo scranno più alto di Montecitorio per guidare il partito, consolidarlo e radicarlo nel territorio, ma i reiterati appelli sono sempre caduti nel vuoto. Sul sito di Farefuturo il suo nome compare ancora alla voce ‘direttore scientifico’ e alla domanda se vi resterà o meno, lui glissa con un diplomatico “della fondazione deve chiedere a Urso…”

Ce n’è quanto basta per capire che aria tira nelle file futuriste se perfino un fedelissimo di Fini a Montecitorio si lascia scappare un commento amaro: “Qui si rischia di fare il partito degli eletti, non degli elettori”.