Per Tocqueville le ronde per la sicurezza non sarebbero un’eresia

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Per Tocqueville le ronde per la sicurezza non sarebbero un’eresia

26 Febbraio 2009

Il mio commento alla <par condicio secondo Bonolis>,– come si ricorderà, dopo l’esecuzione della canzone di Giuseppe Bovia, ‘Luca era gay’, il conduttore del Festival di Sanremo aveva invitato sul palco il leader dei gay italiani, Franco Grillini, perché ristabilisse la verità e, insieme, vendicasse l’onore offeso degli omosessuali—ha attirato sul mio capo, accanto a qualche elogio, una serie di insulti francamente inaspettati. Debbo dire, tuttavia, che da parte dei miei contraddittori ho anche ricevuto una lunga lettera , ben scritta e argomentata, a firma di uno studente ventenne che si è qualificato come omosessuale. In essa, come nella successiva, si riconosceva, sì, l’autonomia dell’arte ma si richiamava pure l ‘<etica della responsabilità>–che prescrive di   tener sempre conto di ciò che si dice, dell’uditorio al quale lo si dice, e degli effetti che su di esso potrebbe avere quanto si dice..E’ una posizione che comprendo e rispetto ma che, svolta fino in fondo,porta alla conseguenza—tutt’altro che esaltante sotto il profilo del liberalismo–che la libertà di espressione resta condizionata alla maturità culturale e morale dell’uditorio–che potrebbe essere ignorante, prevenuto, disinformato etc. Poiché il pubblico dell’Ariston è un ‘vulgo’ pieno di pregiudizi e vittima di una morale repressiva e sessuofobica non si poteva lasciarlo con l’impressione che il ritorno alla (presunta) ‘normalità’ sessuale fosse una cosa buona. (Per la verità nella canzone di Povia l’essere gay non veniva affatto presentato come uno stato patologico ma è una questione che non ci riguarda).

Il caso fa meditare giacché porta allo scoperto una concezione pedagogica dell’arte, che, in sostanza, la riduce a un valore strumentale e ,pertanto, la svilisce e la svuota dall’interno. Forse non siamo più d’accordo sul fatto che  un film, un brano musicale, un quadro, una poesia devono toccare il cuore trasfigurando autentiche esperienze vitali, ovvero sentimenti fortemente vissuti, pur se suscitati da mondi e da idealità che ci sono estranei (se non ripugnanti). Nell’ottica del mio interlocutore, la proiezione del bellissimo film di Clint Eastwood, Lettere da Iwo Jima,   incentrato sulla nobiltà e sull’eroismo del generale Tadamichi  Kuribayashi, dovrebbe essere seguita, ogni volta, da una breve lezione di uno storico democratico e antifascista che spieghi al pubblico ignaro che cosa sono stati l’imperialismo nipponico, il   governo del generale Tanaka Giichi, l’aggressione di Pearl Harbor.

 Forse è venuto il momento di rivedere i <fondamentali> della convivenza civile e dello ‘spirito dell’Occidente’ ponendo domande che (a torto) si pensavano superflue. Quando si sostiene che l’etica, la politica, la religione, l’arte  hanno logiche e regole specifiche e, pertanto, l’intromissione dell’una nel linguaggio e nelle finalità dell’altra è segno di arbitrio e di sopraffazione, ci si riferisce  all’invasione dell’altrui campo in quanto tale o a un tipo particolare di interferenza, ispirato a dottrine che ci appaiono retrograde e oscurantiste ? In altre parole, una eventuale censura ecclesiastica di uno spettacolo che venisse imposta dal governo disturberebbe la nostra sensibilità liberale nutrita di filosofia cavouriana– ‘libera Chiesa in libero Stato’—o umilierebbe il nostro impegno progressista? Il sospetto è che rifiutiamo il censore della politica e della cultura quando indossa la tiara di Papa Ratzinger mentre lo accettiamo ben volentieri quando indossa l’abito talare di un teologo ‘aperto’ e moderno.(Se un monsignore afferma che una legge restrittiva sull’immigrazione colpisce al cuore lo ‘Stato di diritto’, per certa stampa, diventa la bocca della verità e il testimone di un’etica superiore che dovrebbe sempre ispirare le azioni del governo)

 
Non si può escludere– ‘absit iniuria verbis’—che in Italia, la concezione strumentale dei valori –il loro apprezzamento  in funzione di altro ovvero in vista del ‘bene’ che sono in grado di farci realizzare, un bene, comunque, diversamente inteso dalle diverse famiglie ideologiche–.,sia il derivato naturale di  una filosofia etico-politica di  antica matrice ‘cattolica’.Di essa destra e sinistra si sono sempre ‘compiaciute’ e, in suo nome, hanno combattuto il <vuoto> proceduralismo liberale, accusato di relativismo, se non di nichilismo, giacché, regolatore del traffico sociale, non fa distinzioni tra le vetture che transitano e che, bloccate dal rosso, hanno via libera col verde.

In virtù di questa ‘Weltanschauung’ che potrebbe definirsi l’<ideologia italiana>–ma senza l’apprezzamento che Marcello Veneziani dà all’espressione– valori come la   libertà, l’autonomia, la partecipazione non <valgono> in sé, non sono gli attributi più alti della dignità umana, ma vengono sistematicamente commisurati alla loro capacità di farci  vivere meglio in questa o in un’altra vita. La libertà di voto, ad esempio, è ritenuta una cosa buona ma se porta a eleggere un Parlamento conservatore come accadde nel 1848 in Francia e un secolo dopo da noi, diventa la classica perla gettata ai porci, un ferro vecchio di cui si è autorizzati a disfarsi.

Un giudizio non diverso ricade sulla ‘partecipazione’.< « La libertà non è star sopra un albero,/ non è neanche il volo di un moscone../la libertà non è uno spazio libero,/libertà… è partecipazione. » cantava Giorgio Gaber nel lontano 1972, dando voce al sentire di un pubblico inconfondibilmente orientato a sinistra (e tale rimasto anche se elettoralmente non più maggioritario) . Partecipare si può e si deve–ai cortei, alle manifestazioni, ai movimenti, ai sindacati, ai partiti, ai comitati di quartiere, alle comunità di base etc: nessun test potrebbe rivelare, con maggiore fedeltà, la maturità politica di un popolo. A ben guardare, però, la ricordata filosofia che porta a considerare i valori come ‘mezzi’ e non come ‘fini’ concede alla partecipazione solo una ‘libertà vigilata’. Ovviamente non si parla delle manifestazioni in difesa della camorra o delle campagne di discriminazione razziale, reati punibili per legge, ma di ideali e di iniziative promossi da una parte della cittadinanza e non condivisi dall’altra. Ed è qui che ritroviamo un vecchio costume di casa e dietro la maschera della modernità rispunta  il volto pressoché immutato di  un paese, pieno di tante buone qualità ma estraneo alla ‘democrazia dei moderni’. Si constata, infatti, che sono le cause particolari  per le quali ci si batte a gettare una luce positiva o negativa sulla partecipazione: se sono giuste la partecipazione fa tutt’uno con la democrazia, se sono indegne di un popolo civile, a parere di chierici, giornalisti e opinion-makers, la partecipazione diventa espressione di qualunquismo, di populismo, di attentato alla Costituzione.

 Eppure oggi che non c’è militante o leader di partito—tranne, forse, Paolo Ferrero, a sinistra, e Francesco Storace, a destra, almeno per questo meritevoli di ammirazione—che non si accrediti come discendente diretto del conte Alexis de Tocqueville, non sarebbe male leggersi la celebre pagina della ‘Democrazia in America’ del 1835 sull’arte delle associazioni negli Stati Uniti:< L’abitante degli Stati Uniti impara fin dalla nascita che bisogna contare su sé stessi, per lottare contro i mali e gli ostacoli della vita; egli non getta sull’autorità sociale che uno sguardo diffidente e inquieto, e ricorre al suo poteri solo quando non può farne a meno. Si comincia a notare questo fin dalla scuola, dove i bambini si sot­tomettono, persino nei loro giochi, a regole che essi hanno stabilito e puniscono fra loro colpe da loro stessi giudicate. Lo stesso spirito si ritrova in tutti gli atti della vita sociale. Un ostacolo si forma sulla pubblica via, il passaggio è interrotto, la circolazione bloccata; i vicini si costituiscono subito in corpo deliberante; da questa assem­blea improvvisata uscirà un potere esecutivo che rimedierà al male, prima che l’idea d’una autorità preesistente a quella degli. interessati si presenti alla immaginazione di alcuno. Se si tratta di divertimenti, ci si assocerà per dare più splendore e regolarità alla festa. Ci si unisce infine per resistere a nemici del tutto immateriali : si com­batte in comune l’intemperanza. Negli Stati Uniti ci si associa per scopi di sicurezza pubblica, di commercio e d’industria, di morale e di religione. Non c’è nulla che la volontà umana disperi di raggiungere con la libera azione della potenza collettiva degli individui>.

<Ci si associa per scopi di pubblica sicurezza>, appunto. In certe città del nord-est, ovvero delle regioni più evolute d’Italia, ciò avviene regolarmente anche con amministrazioni di centro-sinistra. Né meraviglia. Se ci sono ‘ronde’ davanti alle scuole che ne tengono lontani gli spacciatori e se, in periodi di calamità naturale, si costituiscono gruppi di volontari che coadiuvano poliziotti e carabinieri, pompieri e infermieri nell’opera di soccorso e di rimozione delle macerie, non si vede cosa ci sia di scandaloso nel fatto che determinati cittadini (per lo più militari in pensione) sentano il bisogno di unire le loro forze allo scopo di vigilare sull’ordine pubblico e di proteggere le persone, per sesso o per età, più esposte alla violenza di malfattori o di maniaci. Se ci si associa per protestare contro l’invasione dell’Iraq o contro la <guerra per il petrolio> per quali ragioni non lo si potrebbe più fare qualora il fine sia quello di tutelare la sicurezza individuale e collettiva? E chi, se non i cittadini stessi, è autorizzato a stabilire quali aggregazioni di <uomini di buona volontà> siano utili al paese e compatibili con lo spirito della Costituzione?

  Condizionata da una educazione statalista sia pure a senso unico, la political culture ancora egemone nella sinistra nazionale, seguendo uno stanco copione, ha levato alte grida per il vulnus inferto alla democrazia: la partecipazione è bella se guarda al futuro, se milita nel campo antimperialista e anticapitalista (che è poi la stessa cosa): se si propone, invece, di difendere l’esistente, di rendere più sicure le strade e di controllare l’agire sospetto di gruppi sociali ai margini della legge, può diventare il becchino delle libertà costituzionali. Il ‘fai-da-te’, iscritto nel dovere di porsi al servizio degli altri, in tal modo, si arresta alle soglie della Questura o del Comando dei Vigili Urbani. Se è in gioco il bene più prezioso—la vita—vale lo <scansati, ragazzino, lasciaci lavorare>: si preferisce che siano i telefoni e i cellulari, in virtù delle intercettazioni illimitate, a svelare le mosse dei malfattori piuttosto che le segnalazioni di vigilantes volontari e disarmati!

 Nel paese in cui la retorica delle autonomie, della partecipazione, della responsabilità diretta dei cittadini nei confronti della ‘res publica’ ha da tempo sostituito altre retoriche non sempre meno innocue e lo starsene <sopra un albero>, per citare ancora una volta Gaber, è considerato segno di bieco egoismo (non si capisce il perché…), i difensori della democrazia attiva e diretta e dello ‘Stato di diritto’, da un lato, dovrebbero prendere in seria considerazione proposte governative volte a favorire e a regolare la formazione di squadre di collaboratori delle forze dell’ordine—un fenomeno presente ormai nelle aree più civili del pianeta–, dall’altro, dovrebbero   esigere  severe garanzie di rispetto della legalità, rigorosi criteri di ammissione alle ‘ronde’, il diritto di tutti gli attori sociali operanti sul territorio a farne parte.

 Parole al vento per una sinistra che sembra ormai aver scelto la  via dipietrista coi suoi slogan sempre più logori: l’accusa al ministro degli Interni di violare la legalità, l’umiliazione inflitta agli agenti di pubblica sicurezza e ai carabinieri costretti a collaborare con militari di leva e volontari civili e, persino, la volontà di resuscitare le famigerate squadre d’azione che, tra il 1920 e il 1922, scavarono la fossa alla democrazia. Partendo dall’infallibile ‘teorema’ che a capo del governo ci sia un criminale e che il Consiglio dei ministri sia un’associazione a delinquere, frange sempre più consistenti di quella che un tempo fu la sinistra italiana, come un branco di montoni impazziti,  si stanno dirigendo verso il baratro in fondo al quale si trova una débacle elettorale che potrebbe arrivare al 10% e al meritato sorpasso da parte dell’Italia dei Valori—meritato perché, una volta che ci si  è incamminati sulla strada della delegittimazione morale e politica di maggioranze e di governi espressi dal libero voto dei cittadini, è giusto che a guidare i nuovi sanfedisti siano quanti   hanno indicato la meta con maggiore coerenza e la perseguono con più forte determinazione.  

 Se questa insipienza fosse di danno solo ai   politici e  agli ‘intellettuali organici’ dell’ antiberlusconismo teologico, sia detto per inciso,  se segnasse soltanto la chiusura de ‘L’Unità’ o di ‘Micromega’, non ce ne potrebbe importare meno. Il guaio è che a rimetterci è la nostra democrazia che, senza una forte e responsabile opposizione, rischia realmente di avere i giorni contati. Avremo altri vent’anni di bipartitismo imperfetto? Le prime mosse del neosegretario del PD Franceschini ce lo fanno temere (o sperare a seconda dei punti di vista).