“Per tornare a crescere l’Italia deve aumentare la produttività del lavoro”

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“Per tornare a crescere l’Italia deve aumentare la produttività del lavoro”

20 Aprile 2012

Quindici anni per tornare ai volumi di Pil pro capite pre-crisi 2008. Questa la nefasta previsione per l’Italia fatta dal settimanale The Economist in un grafico pubblicato lo scorso 17 Aprile. In cima alla lista dei paesi che stentano a ripartire l’Italia è in buona (sic!) compagnia: Grecia al secondo posto, Irlanda al terzo, Spagna al quarto e Portogallo al quinto. Tutti i PIGS insieme appassionatamente, viene da dire con un po’ d’amaro in bocca. E le cattive notizie non finiscono qui: l’altro ieri il Fmi, con i dati del suo ‘World Economic Outlook’, ha messo in guardia l’Italia annunciando che la recessione nel nostro paese sarà più dura del previsto, con una contrazione del Pil per l’anno in corso del 1,2%.

E ancora: il congelamento del credito, che assieme alla contrazione della domanda interna, costringe molte imprese alla chiusura (Unioncamere ha reso noto nei giorni scorsi che nel primo trimestre 2012 circa 146 mila imprese hanno chiuso i battenti, con un saldo negativo rispetto allo stesso trimeste 2011 di meno 26 mila imprese). Si chiama ‘mite recessione’ (l’ossimoro è innervosente, ma tant’è) e si dispiega nonostante gli sforzi della Bce di Mario Draghi e i ‘suoi’ LTRO, i prestiti a tassi agevolati offerti negli ultimi mesi alle banche europee in funzione anti-ciclica, risorse finite, più che alle imprese, per lo più parte nelle ‘cloache’ debitorie degli Stati europei a più alto debito e deficit.

Insomma, per l’Italia (e per l’Europa) il problema è la crescita che non c’è. Un fronte che vede impegnato anche il governo di Mario Monti: ieri è stato il turno della presentazione delle misure pro-crescita da parte dell’esecutivo, con il ministro per lo sviluppo economico, Corrado Passera, salito in cattedra per dare conto degli sforzi (forse insufficienti) fatti per rilanciare la domanda interna. Di tutto questo, dello stato dell’economia italiana, delle banche, delle debolezze del ‘sistema Italia’, l’Occidentale ha voluto parlarne con Fabio Pammolli, docente d’economia all’Università di Firenze e presidente del CERM, un centro studi concentrato sulla formulazione di riforme strutturali pro crescita in Italia. Pammolli ha le idee chiarissime sul perché l’Italia si trovi in questa situazione: “Il principale freno alla nostra crescita è la scarsa produttività del lavoro”.

Ci spieghi perché in Italia tornare a crescere è più difficile che in altri paesi e perché siamo in cima a quel lugubre grafico de The Economist?

Il nostro paese ci mette di più a recuperare perché l’Italia patisce la compresenza di un insieme di fattori che comprimono la crescita attuale e quella potenziale. Quattro, principalmente: quello demografico;quello della finanza pubblica; quello della produttività del lavoro; infine il fattore domanda interna e consumi. Il problema demografico è associato a quello del lavoro: la società invecchia e né i tassi di occupazione né la produttività del lavoro hanno compensato questa tendenza. L’Italia non è ancora riuscita a realizzare una moderazione salariale che incentivi maggiore produttività e che faccia argine alla spirale salari, prezzi, salari. Il nostro Paese, al contrario di quello che si è sentito declamare negli anni scorsi, ha sempre avuto, di volta in volta con intensità diverse, la presenza di tendenze inflattive. Alle barriere sui mercati si è aggiunta una contrattazione, che anche nell’ultimo decennio e in barba all’abolizione della scala mobile, ha aumentato l’andamento dei salari nominali. L’interazione tra l’aumento dei salari nominali e l’andamento dei prezzi, ha depresso l’andamento dei salari reali, finendo per deprimere i consumi e non concorrendo certo all’innalzamento della produttività del lavoro.

Questo ha finito anche per incidere sul reddito delle famiglie, no?

Il reddito disponibile delle famiglie è calato nel corso del tempo, fatto che in questa fase recessiva determina un apparente paradosso, se è vero che abbiamo una contrazione dei consumi accompagnata da una contrazione del risparmio.

Preoccupante. Qual è la via da imboccare per uscire da questo vicolo cieco? 

Il problema da risolvere sulla via di un ritorno alla crescita, prima di qualsiasi altro intervento, è l’innalzamento dei livelli di produttività e l’aumento del reddito disponibile. Se la moderazione salariale legata alla contrattazione decentrata, così come all’aggancio dei salari alla produttività, è l’obiettivo, si capisce allora il legame che sussiste tra la liberalizzazione dei mercati di beni e servizi e la liberalizzazione del mercato del lavoro, intesa come decentramento della contrattazione. Dobbiamo agganciare il livello dei salari alla produttività. La contrattazione rimane, invece, rigida. Sempre sulla produttività, abbiam otutt’ora, ed è se si vuole il convitato di pietra sul decreto lavoro, un elevato cuneo, fiscale e contributivo,sul lavoro: costo del lavoro elevato per le imprese e remunerazioni nette basse. Ed è bene ricordare che circa il 70% degli oneri fiscali e contributivi è riconducibile alla componente sociale e previdenziale. Oggi, un occupato in Italia contribuisce al finanziamento della spesa per pensioni e sanità degli over 65con un importo pari al 52% Pil pro-capite. Questa tendenza è destinata a peggiorare nel tempo, sino a giungere, nel medio periodo, livelli insostenibili, superiori al 70 per cento. L’invecchiamento della popolazione farà sì che, anche qualora aumentasse il nostro tasso d’occupazione, il peso che comunque gli occupati porterebbero sulle spalle in relazione alla platea degli over 65, ovvero il peso del ‘finanziamento a ripartizione’ del welfare, basato sulla tassazione o su una contribuzione generalizzata sugli occupati,resterebbe particolarmente alto. Questo rappresenta un fattore strutturale di compressione della produttività.

Troppa pressione fiscale su imprese e lavoro, accanto a troppi oneri contributivi sul lavoro dipendente. Come li si riduce?

L’esperienza tedesca di quasi dieci anni fa, con lo sviluppo del cosiddetto Privater Riester-Rente, ovvero lo sviluppo del pilastro complementare, a capitalizzazione reale, del sistema pensionistico, ci potrebbe aiutare a capire che in Italia il bilanciamento tra le diverse modalità di finanziamento del welfare, ovvero tra finanziamento a ripartizione e finanziamento a capitalizzazione è insufficiente. Dobbiamo trovare un nuovo equilibro tra i due sistemi di finanziamento e imparare dalle complementarità istituzionali che osserviamo all’opera in altri paesi. Se guardiamo all’esperienza tedesca, ci accorgiamo che l’intervento sul lavoro è stato contestuale all’intervento d’incentivazione del ricorso al pilastro pensionistico complementare a capitalizzazione reale per i lavoratori dipendenti. Non, si badi, per dirigenti o professionisti, ma interventi a beneficio del lavoro dipendente. Una riforma, quella tedesca, che è avvenuta con una parziale decontribuzione dal pilastro pubblico ed è stata sostenuta da un sistema di detrazioni che ha incentivato,e incentiva tutt’ora, i redditi medio-bassi a costruire un fondo a capitalizzazione reale. L’individuo, il lavoratore, percepisce in modo completamente diverso i due mondi: quello del concorso attraverso contribuzione e tassazione e quello dell’accumulazione di un proprio fondo lungo la carriera lavorativa. E ben diversi risultano, nei due casi, gli effetti in termini d’incentivi al lavoro e di stimolo alla produttività.

Nel tavolo sindacati-governo sulla riforma del mercato del lavoro di questo però non si è parlato?

Questo è stato un elemento che non è stato valorizzato nella discussione di questi tempi tra governo e parti sociali. A mio avviso c’erano tutte le condizioni per farlo. Penso, ad esempio, a interlocutori come Bonanni, che bene avrebbero accolto un segno di attenzione in questa direzione. Continuo a pensare che non aver affrontato la questione sia stato un errore strategico del governo Monti. E’ inscindibile un ridisegno del mercato del lavoro da un ripensamento dell’organizzazione del welfare, per un bilanciamento tra un sistema a ripartizione (in inglese pay-as-you-go) e uno a capitalizzazione reale.

Senza contare la mancata riflessione sulla prima voce di spesa dello Stato italiano: la sanità. Anche quella è stata un’occasione persa, non le pare? 

Certo. Il nostro sistema sanitario è ‘universalista’ sulla facciata: ma è una facciata che nasconde lunghe code, inefficienze, esborsi ‘di tasca propria’ per i cittadini italiani, tra i più alti d’Europa. Manca, poi, l’organizzazione di un pilastro di sanità privata. A mio avviso, il punto di riferimento rimane quello che l’ex-ministro Maurizio Sacconi, nel suo libro bianco per il ridisegno del welfare, aveva descritto ossimoricamente come “universalismo selettivo”.

Sembra che l’abbassamento delle tasse sia uscito completamente dall’agenda politica. Così come i tagli alla spesa pubblica. Eppure, per ridare potere d’acquisto alle famiglie e mettere fine alla pericolosa e contemporanea contrazione dei consumi e del risparmio, la via della diminuzione della pressione fiscale dovrebbe essere intrapresa, non le pare? 

Quello che le dicevo prima: è necessario abbassare contemporaneamente la pressione fiscale e quella contributiva sul lavoro. Il problema si aggrava però quando abbiamo una classe dirigente che dice di voler innalzare le tutele del welfare: ma nessuno dice che, prima o poi, il governo, se fa sul serio, dovrebbe nuovamente innalzare la pressione fiscale e contributiva sul lavoro. Delle due l’una: o si continua sulla strada della razionalizzazione della spesa pubblica oppure non possiamo fare un consolidamento fiscale. Si deve interrompere una brutta tradizione italiana: quella del consolidamento fiscale ottenuto aumentando le entrate, e non riducendo le uscite. La via della disciplina di bilancio per gli enti locali su alcune grandi voci di spesa, per esempio, è una via che ritengo sia giusto continuare a battere. Di fatto l’aumento dell’efficienza nell’erogazione dei servizi pubblici, così come l’abbattimento della spesa pubblica improduttiva sono le due sfide che il governo centrale italiano è chiamato a vincere.

Ieri il ministro dello sviluppo economico, Corrado Passera, ha presentato le misure che l’esecutivo del presidente Monti intende mettere in campo in funzione anti-ciclica. Ci sono poco più di 10 mld in infrastrutture, qualche accelerazione nel pagamento dei debiti della PA verso le imprese e misure di semplificazione normativa sul credito d’imposta e per le start-up. E’ abbastanza?

Se consideriamo politiche pro-crescita le politiche d’investimento in infrastrutture e quelle in trasferimenti,la coperta è cortissima. Senza contare che nel nostro paese si tratta ancora di capire in che misura possa effettivamente manifestarsi l’effetto benefico del ‘moltiplicatore keynesiano’, quello che dovrebbe innalzare i livelli di crescita. Ho le mie riverse su questa possibilità e affondano le radici nel modo in cui è stata gestita la spesa in infrastrutture nel passato. Lo snodo è la riduzione del peso sul lavoro; è la riduzione del cuneo; è la riduzione degli oneri che gravano sulle imprese e sui lavoratori e che impediscono strutturalmente di poter avere un’economia in grado d’attrarre investimenti e trattenerli. Poi ci sono i sentieri di riforma che hanno un impatto sulla capacità di aumentare nel medio periodo i livelli di crescita: penso all’istruzione universitaria. Gestire con forte selettività gli stanziamenti nel sistema universitario -i concorsi, l’attenzione per i vincoli di bilancio, la distinzione della lana dalla seta nei comportamenti-, mi sembrerebbe una via da battere. Sono le riforme cosiddette ‘a costo zero’.

Il governo non può far molto insomma. E’ questo quello che lei ci sta dicendo? 

Ripeto, con la situazione in cui versa la finanza pubblica italiana e nel contesto macroeconomico in cui ci troviamo, la più promettente strada pro-crescita è quella che porta a un innalzamento dei livelli di produttività nel lavoro dipendente. Questa è la priorità.

Parliamo anche di banche. La Bce ha concesso ingenti prestiti a tassi agevolati alle banche europee, le quali stanno spendendo più denari in investimenti in titoli di debito sovrano che non in credito alle imprese, tradendo le aspettative e le speranze del governatore Mario Draghi. Il risultato è che l’economia reale è a secco di credito, in piena recessione. Draghi ha chiesto negli scorsi giorni maggiore trasparenza sui mercati secondari da parte delle banche ma il latte ormai è versato. Com’è potuto accadere?

A me pare ci sia un problema di regolazione internazionale. Quegli incentivi distorti che hanno portato in passato le banche in altri Paesi a privilegiare operazioni che nulla, o molto poco, avevano a che fare con il credito ordinario, si stanno riproponendo oggi, penalizzando proprio quegli istituti che più sono concentrati sul mestiere della banca commerciale. Stiamo poi registrando un forte accoppiamento tra architettura bancaria e sistema degli Stati, per intenderci tra banche e debito sovrano, con un innalzamento e una polarizzazione del rischio. L’European Banking Authority, l’Eba, sta assecondando (e producendo) delle distorsioni in ambito creditizio europeo. Quando l’Eba fissa dei requisiti di capitalizzazione che penalizzano le banche commerciali, quelle tradizionali per intenderci, che fanno ancora il proprio mestiere di banche, si producono pericolosi effetti pro ciclici. Di fatto, disincentiva ancor di più le banche a erogare credito.

Un’ultima domanda sul sistema produttivo italiano. Si dice continuamente che l’Italia, a differenza della ruggente Germania, ha un sistema produttivo caratterizzato in prevalenza da produzioni a basso valore aggiunto, accompagnato da un problema di natura dimensionale delle nostre imprese. Al nostro paese viene spesso paventato un futuro fatto di soli consumi, servizi: il turismo e la grande ‘pizzeria Italia’. Ora come si ricrea un sistema produttivo forte in Italia? E’ necessario tornare a qualche forma di politica industriale? 

Intanto il problema è capire se siamo in grado di farle le politiche industriali. Noi italiani, non ci siamo ancora messi d’accordo con noi stessi su quale modello di sviluppo vogliamo in futuro. Seguiamo delle versioni caricaturali di che cos’è mercato e di cos’è politica industriale. Il caso tedesco – ma anche il caso francese a suo modo – sono emblematiche. In particolare in Germania, una riflessione sulla politica industriale ha condotto a un’analisi delle strutture regionali e dell’organizzazione dei sistemi locali di ricerca scientifica. Ricerca universitaria e ricerca industriale insieme. V’è stato uno sforzo molto articolato per mantenere le filiere delle produzioni a più alto valore aggiunto. Per questo il coordinamento tra politiche di innalzamento della produttività del lavoro, politiche di ricerca e quelle di sviluppo regionale è decisivo. Altrimenti diventa il vestito d’Arlecchino. Non s’improvvisa una politica industriale. Io penso sia necessario maggiore coerenza. Il nostro sistema industriale è estremamente policentrico, molto più rispetto a quello francese per esempio. Se si guarda al tessuto produttivo italiano, dall’area sub-alpina fino alle Marche,si osserva un sistema produttivo ancora sano. Dov’è stata la coerenza nelle politiche infrastrutturali in quelle aree produttive? Dove sono le riflessioni sul sistema di ricerca? Quello che manca è il design delle complementarità istituzionali, per realizzare politiche di sviluppo articolate ed efficaci.