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Società e benessere

Per un vero sostegno alla famiglia occorre salvaguardare il bene comune

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Nel discorso conclusivo del XVIII Congresso Internazionale della Famiglia tenutosi a ottobre scorso a Valencia in Spagna (a cui ho avuto il piacere di partecipare) l’avvocato Javier Vidal-Quadras, Segretario Generale dell’IFFD (Internacional Federation for Family Development), affermava: “Ultimamente si parla molto della famiglia: la famiglia deve risolvere i problemi demografici, dare sviluppo alla famosa piramide invertita; deve produrre lavoratori più felici ed efficaci che sappiano conciliare lavoro e famiglia; deve apportare maggiore ricchezza al paese e riscattare con nuovi figli il sistema deteriorato del benessere, e perciò, si dice, si deve promuovere la famiglia con incentivi ed aiuti economici. E tutto questo va bene, però, se ci fermiamo qui corriamo il rischio di trattare la famiglia come un mezzo e non come un fine, come strumento al servizio di tutte quelle cause: equilibrio demografico, conciliazione lavorativa, benessere sociale. E la famiglia non esiste per risolvere nessuno di quei problemi (sebbene può farlo e, di fatto, lo fa meglio che nessun altro quando la si lascia essere quella che in verità è). Javier Vidal-Quadras citava lo studioso Tomás Melendo Granados in una recente conferenza: “Per la sua intrinseca relazione con la persona, la famiglia è la cosa più importante – la unica cosa che realmente importa! – in sé e per sé … e tutto le altre cose devono porsi al suo servizio. Sì, al suo servizio … perché è lo stesso che al servizio della persona, di ciascuna delle persone!”.

Nei giorni successivi al congresso sono andato ripetutamente considerando queste affermazioni profonde giungendo ad una fatidica domanda: “Ma perché quando si parla di famiglia abbiamo la necessità di aggiungere sempre un aggettivo, una appendice che ne connoti le caratteristiche e ne identifichi i diritti?” La famiglia, punto. La famiglia e basta: questa è la risposta che mi sono dato. Cercherò di spiegare adesso il perché. Se alla famiglia ci appiccichiamo sempre un aggettivo, una qualità, una connotazione ci ritroveremo a ricercare sempre la soluzione alla necessità che l’aggettivo definisce: ad esempio, si parla sempre di famiglie disagiate, di famiglie povere, di famiglie a rischio, ecc. e si sostengono interventi specifici (lodevoli, sia ben chiaro) per aiutare quelle date famiglie a risolvere il disagio, la povertà, il rischio, ecc.

Leonardo Damiani nel suo articolo “E' la famiglia il cuore pulsante della società” su L’Occidentale del 24 Agosto 2010 riconosceva nell’attuale quadro legislativo la presenza di una serie di tutele dello Stato (di ogni Stato Civile) a favore delle Famiglie (ferie per maternità, tutele in caso di malattia, assegni familiari, incentivi alla natalità, ecc.), auspicando per il futuro l’introduzione più diffusa del quoziente familiare (come il “quoziente Parma” adottato anche da altri comuni italiani) nella valutazione del reddito di ciascuna famiglia, per così dire, “al netto” del numero di componenti del nucleo famigliare fino al raggiungimento del riconoscimento della famiglia come soggetto fiscale. Pur essendo in completa sintonia con Damiani mi viene alla mente che queste lodevoli iniziative ci conducono a considerare la famiglia ancora una volta con un aggettivo di tipo economico che la connota e connota anche il tipo di intervento da mettere in atto da parte della amministrazione dello Stato. Il tanto decantato welfare non è solo economico altrimenti non possiamo di certo lamentarci se alla fine la gente chiede allo Stato (nelle sue varie forme istituzionali dal Governo Centrale ai Comuni) solo un sussidio monetario.

Occorrerà urgentemente tenere separata la politica a sostegno della famiglia (nel senso di famiglia punto) da quelle che sono le politiche sociali dei soggetti disagiati in senso economico e sociale. Il sostegno alla famiglia è il sostegno alla persona, visto che questa può essere tale – cioè degna di rispetto e di amore nella salute e nella malattia, nell’infanzia e nella vecchiaia, nella gioia e nel dolore, nella fecondità dei figli e nella solitudine della vedovanza – solo nel suo habitat naturale che da sempre e per sempre sarà la famiglia. Il sostegno alla famiglia, quindi, non può non essere per la famiglia punto, per quell’ambito naturale dell’amore che accomuna ricchi e poveri, colti e ignoranti, agiati e disagiati. D’altra parte se possiamo avere strumenti di misura più o meno adeguati per misurare il grado di ricchezza o di cultura di un determinato ambito famigliare, non abbiamo certezze sulla presenza o meno di disagio anche grave peraltro non correlato né alla cultura né tantomeno alla presenza di risorse economiche.

Gli eventi drammatici amplificati dai mass-media ai quali assistiamo sempre più frequentemente nel’ambito della famiglia ci sconvolgono maggiormente proprio perché lo scenario dei crimini è quello “apparentemente normale” di una famiglia così somigliante alla nostra identificando quella che tristemente si può definire “patologia della normalità”. Spesso i moderni soloni (sono tali?) della cultura televisiva puntano l’indice accusatorio sulla famiglia quale colpevole e fonte stessa del male che avviene al suo interno. La famiglia è la cellula fondamentale componente la società e se anche i delitti (ma anche gli atti eroici) avvengono in famiglia non le si può addebitare la colpa, se non nel senso di considerarla come l’acqua fresca, pura e preziosa nella quale siamo immersi e nella quale troviamo soccorso, consolazione, rispetto ed amore nei momenti anche più disperati o di sofferenza ma che, inquinata da liquami tossici, può portare morte e disperazione tanto più grandi quanto più intensi sono i legami che la tengono unita.

Per un vero sostegno alla famiglia punto (come ormai l’abbiamo definita) occorrerà salvaguardare il bene comune (che non è la somma del bene di ciascuno) e difendere non tutte le famiglie ma la famiglia di tutti dalle difficoltà - e non solo quelle economiche - che ogni giorno affronta da sola. A nulla serviranno le così frequenti lamentazioni sul malessere della attuale società se non si valuterà il binomio festa-lavoro nel senso in cui ne parla Benedetto XVI: “Il lavoro e la festa sono intimamente collegati con la vita delle famiglie: ne condizionano le scelte, influenzano le relazioni tra i coniugi e tra i genitori e i figli, incidono sul rapporto della famiglia con la società e con la Chiesa …” fino alla “concezione della festa come occasione di evasione e di consumo”: uno scenario che contribuisce “a disgregare la famiglia e la comunità e a diffondere uno stile di vita individualistico”. “La famiglia è il luogo delle radici più intime da cui ogni persona trae la sua migliore sostanza e tale la famiglia, tale la città” afferma il vescovo ausiliare di Milano, mons. Erminio De Scalzi e credo proprio che possa avere ragione.

Se la famiglia è famiglia ha enormi potenzialità e un cuore grande da abbracciare l’amore splendido tra un uomo e una donna, un cuore grande per accogliere i figli anche in un certo numero a misura della grandezza del suo cuore e gli anziani, deboli, fragili, molto frequentemente disabili ma amabili proprio perché hanno dato e non sono più in grado di dare. Lo stesso quadro politico attuale caratterizzato da un “bipolarismo litigioso” deve coltivare la disponibilità a ritrovarsi su battaglie comuni e la cultura in difesa e sostegno della famiglia - così come abbiamo tentato di descriverla - è di certo una battaglia che non può non essere trasversale perché la famiglia sostegno della società e motore reale di qualsiasi paese civile non è né di destra né di sinistra: è la famiglia punto.

*Centro culturale “Segnaletica Famigliare” - Bari

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