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Per una difesa liberale del Risorgimento

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Alcuni anni fa, una donna di grande probità intellettuale e di profonda fede religiosa, in virtù della sua carica di primo cittadino, unì in matrimonio due persone per bene, una delle quali aveva ottenuto il divorzio dalla prima moglie. Per il sindaco cattolico, l’unione solo civile era qualcosa di incompleto, di imperfetto in quanto priva della santificazione del rapporto conferita dal sacerdote nel rito religioso. E tuttavia, in uno stato laico, anche quell’unione senza sacralità aveva effetti giuridici, era, insomma, un contratto impegnativo, che meritava non solo la registrazione dell’atto con le firme degli sposi ma, altresì, un caloroso indirizzo di saluto augurale da parte del pubblico funzionario officiante. Il sindaco lesse, pertanto, non senza commozione, una toccante manifestazione dell’amor coniugale, una lettera di Giuseppe Capograssi all’amata Giulia, quasi a voler ricordare che i grandi affetti, in definitiva, stanno su un piano che accomuna  credenti e non credenti.

L’episodio sarebbe piaciuto molto a Carlo Arturo Jemolo, il grande storico cattolico, che nel lungo arco della sua esistenza terrena, mostrò come si potesse essere cattolici in Chiesa e laici nello Stato, senza per questo venir meno né ai doveri nei confronti dell’uno, né all’obbedienza dovuta all’altra. In fondo, non diversa era la filosofia politica di Alcide De Gasperi e dei cattolici liberali che ne sostennero la linea, differenziandosi nettamente dagli integralisti di destra e di sinistra diversamente allergici alla formula cavouriana della ”libera Chiesa in libero Stato”.

Mi chiedo: esistono ancora persone come queste? Vedremo ancora papi, come Paolo VI, disposti a riconoscere l’inevitabilità della fine del potere temporale e il vantaggio che procurò alla Chiesa la breccia di Porta Pia che le tolse la sovranità temporale? Vedremo ancora studiosi cattolici  come  Jemolo con il  culto - per non dire venerazione - del Risorgimento e dei padri fondatori dello Stato unitario in questi anni di esaltazione, unanime e trasversale, di Karol Woytila? Ovvero del  pontefice che, pur grande e benemerito, ha elevato agli altari Pio IX  il nemico più irriducibile dello Stato moderno? E fino a quando la lezione cattolica e liberale del nostro più grande prosatore moderno, Alessandro Manzoni, continuerà ad essere studiata e apprezzata nelle scuole? Periodici come “Cristianità” avanzano non da oggi forti riserve sull’ortodossia di don Lisander e, forse, non è lontano il giorno in cui l’attenzione che gli dedicarono Giuseppe Mazzini e Antonio Gramsci peserà su di lui come un terribile capo d’accusa.

A questo punto, diventa inevitabile un sospetto: che l’auspicato incontro tra cattolici e liberali - reso ancor più necessario dalla sfida islamica all’Occidente e ai suoi valori - si realizzi non sulla terra di mezzo del cattolicesimo liberale e del liberalismo non laicista bensì  ai confini  delle “rivoluzioni atlantiche”, in uno spazio premoderno che vede i liberali indossare il cilicio e pentirsi per i fatali errori denunciati dal “Sillabo” (1864) - come il XV (“È libero ciascun uomo di abbracciare e professare quella religione che, sulla scorta del lume della ragione, avrà reputato essere vera”) o il LXXIX (“È assolutamente falso che la libertà civile di qualsivoglia culto, e similmente l'ampia facoltà a tutti concessa di manifestare qualunque opinione e qualsiasi pensiero palesemente ed in pubblico, conduca a corrompere più facilmente i costumi e gli animi dei popoli, e a diffondere la peste dell'indifferentismo”).

Per combattere il fondamentalismo di al-Qaeda dovremmo pure noi diventare un po’ fondamentalisti e riscoprire le “buone ragioni” di Pio IX? Temo che questa cura omeopatica non porti lontano. Il processo allo spirito dell’Occidente e al  Risorgimento italiano, che con le sue luci e le sue ombre, ne fu una delle versioni più significative, registra, negli anni dei bicentenari di Mazzini (2005) e di Garibaldi (2007), una faziosità e uno spirito di revanche quali non si erano mai visti da centocinquant’anni a questa parte. I corvi neri del revisionismo storiografico antisabaudo si levano in volo numerosi per ricordarci i costi umani ed economici dell’unificazione della penisola, gli errori commessi dalle classi dirigenti prima e dopo la proclamazione del Regno, le confische dei tesori accumulati nel Mezzogiorno, le violenze degli “eserciti di occupazione”. In questa ottica, i liberali e i democratici del Sud diventano tutti “collaborazionisti”, come ha fatto rilevare spiritosamente Claudia Mancina sul Riformista, e, per converso, gli unici veri italiani rimangono i sudditi fedeli ai vecchi regni e staterelli preunitari. Se ne conclude che la ritrovata “armonia degli spiriti”, la fine della plurisecolare guerra civile passa attraverso la cancellazione del liberalismo e della democrazia  che, piaccia o no, vennero alla luce, nelle loro forme classiche, negli anni della costruzione dello Stato italiano - che alcune componenti del blocco liberaldemocratico auspicavano   federale mentre altre, in maggioranza, volevano%0D “uno e indivisibile”, anche se tutte erano poi d’accordo nel far piazza pulita di tutte le amministrazioni d’ancien régime.

I lontani eredi di Cavour e di Mazzini dovrebbero vergognarsi di discendere da chi aveva cancellato lo Stato della Chiesa, dove gli ebrei venivano ogni sera rinchiusi nel ghetto e i peccati erano considerati come veri e propri reati? Dovrebbero dolersi di aver ammirato i Cuoco, i Settembrini, i De Sanctis che il “paternalismo” borbonico avevano sperimentato sulla loro pelle? Dovrebbero rimpiangere Parma e la duchessa Maria Luigia, che aveva fatto costruire tanti bei palazzi? Dovrebbero additare come modelli di republicanism le repubbliche di Genova e di Venezia in mano ad aristocrazie chiuse e corrotte? Passi che tutto questo venga rimuginato nelle madrasse del tradizionalismo cattolico o ghibellino ma che vi siano liberali convinti sotto sotto della dimensione atea ed eversiva del Risorgimento è, a dir poco, stupefacente. La classe dirigente post-cavouriana era così poco atea che i suoi esponenti liberali (e liberalconservatori) erano quasi tutti cattolici e praticanti: da Bettino Ricasoli a  Ruggero Bonghi, da Marco Minghetti, il più forte cervello liberale del secondo Ottocento, a Stefano Jacini; e quanti non erano cattolici, come De Sanctis o Silvio Spaventa, avevano una concezione austera della vita fatta di elementi religiosi seppur di una religiosità laica e patriottica.

No, il Risorgimento resta l’incubatrice del liberalismo italiano: non ci si può richiamare all’uno, denigrando l’altro. E’ vero che in esso  non ci fu solo il costituzionalismo ma tante altre cose che non avevano nulla a che vedere con Locke e con Constant. Sennonché la grandezza dell’elite sabauda consistette anche nell’utilizzare quelle “altre cose” come mattoni per costruire una nuova, più avanzata, compagine statuale. Se un giorno si metterà mano a un Dizionario del liberalismo italiano si rimarrà, forse, stupiti dalla ricchezza del nostro liberalismo ottocentesco e appariranno in piena luce l’ignoranza e il pressappochismo dei revisionisti ultras ai quali Foglio e Avvenire spalancano, spesso e volentieri, le loro redazioni.

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2 COMMENTS

  1. Capograssi e Jemolo
    Non credo che Jemolo apprezzasse particolarmente Capograssi… Evitiamo le semplificazioni, egregio prof. Cofrancesco.

  2. Ma che discorso è mai
    Ma che discorso è mai quello di chi per giustificare un avvenimento storico fa ricorso a uno schema di ragionamento del tipo: se così non fosse avvenuto, sarebbe stato molto peggio? Ma allora io dico: non fosse mai nata questa italia savoiarda! Non avremmo avuto la boria di una italietta che attrggiandosi a grande potenza finirà sfracellata sui colli fatali di Roma -rana rupta et bos!Il vizio punito nella Roma papalina? Oggi abbiamo il vizio -pubblico e privato – premiato. Gli ebrei che devono chiudersi nel ghetto la sera? Meglio che l’estrazione forzata da esso. Il libero pensiero anatemizzato? Meglio, infinitamente meglio, che la dittatura dei numeri e l’accomodamento a leggi liberalissime come la sharia dei nuovi padroni d’Italia ( e d’Europa). E fermiamoci al caso Italia…Il fatto rimane che l’Italia savoiarda fu una creazione sbagliata e violenta, voluta contro il popolo, che per questo non si riconoscerà mai come popolo di questa nazione! Punto e basta. I ‘se’, i ‘se così non fosse stato puntini puntini, lasciamoli ai discorsi da bar. Bruno.

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