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Per una “giustizia giusta” in Abruzzo occorrono tempi certi

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In occasione dell’apertura dell’anno giudiziario in Abruzzo il Presidente della Corte d’Appello de L’Aquila, Giovanni Canzio  - evocando i tanti casi che in regione hanno visti coinvolti politici ed amministratori - ha invitato ad una “trattazione in dibattimento tempi ragionevoli”. Tale dichiarazione è apparsa meno importante delle altre contenute nella relazione, ma essa può invece consentire di riaprire ancora una volta il dibattito sulla “giustizia giusta”.

Due parole che possono sembrare una pura tautologia, una forma retorica per affermare qualcosa di scontato. Eppure sulla giustizia occorre davvero ancora intervenire per riaffermare legalità, diritto, certezza e responsabilità (anche dei magistrati, oggi al di sopra e quindi spesso fuori dalla legge). Perché “giustizia giusta” dovrebbe significare anche certezza dei tempi; tanto che persino il Primo Presidente della Corte di Cassazione, Ernesto Lupo – anch’egli nella sua relazione per l’apertura dell’anno giudiziario – ha dovuto ricordare che "...i tempi eccessivi della giustizia italiana costituiscono un grave pericolo per il rispetto dello Stato di Diritto, conducendo alla negazione dei diritti consacrati dalla Convenzione europea dei Diritti dell'Uomo".

Per sostenere quanto in Abruzzo, e nello specifico per le competenze della procura di Pescara, i tempi giudiziari possano essere incerti ed indefiniti, basti ricordare solo alcuni avvenimenti che hanno fatto scalpore: il 15 dicembre 2006 viene arrestato il Sindaco di Montesilvano (PE) Enzo Cantagallo ed altri amministratori come lui di centrosinistra; l’amministrazione comunale viene sciolta. Il 14 luglio 2008 viene arrestato il Presidente Ottaviano Del Turco e si torna al voto anticipato alla Regione Abruzzo. Il 15 dicembre 2008 finisce in carcere il Sindaco di Pescara (e segretario regionale abruzzese del PD) Luciano D’Alfonso e anche in questo caso il Comune viene sciolto. Tra i tanti, tre casi eclatanti di presunta corruzione politico-amministrativa che hanno fatto diventare l’Abruzzo, agli occhi di tanti, una regione devastata dal malaffare. E per economia di ragionamento non citiamo qui i più recenti casi di arresti di esponenti politici abruzzesi, salvo ricordare come unico filo conduttore di tutte le vicende, le polemiche tra politica e magistratura, le accuse di giustizialismo, le discussioni sull’esistenza o meno di reati e di prove.

Ma al netto delle discussioni resta un dato inquietante: a distanza di anni, a fronte di persone arrestate e di condanne mediatiche preventive, di montagne di inconfutabili prove solo annunciate, i processi non si svolgono, non si giunge al verdetto. Mancanza di mezzi e persone, si dice - da una parte – impossibilità di reggere un procedimento in Aula, si afferma dall’altra. Quello che resta e preoccupa tuttavia,  è che Giustizia non è fatta! Anche per affrontare tutto ciò si può ritenere che vadano nella giusta direzione le azioni del Governo e del Ministro Alfano (come si può ricavare dalla sua “Relazione alle Camere sulla giustizia in Italia” del 18 gennaio scorso) in termini di riforma del processo penale, del processo civile e della professione forense, le misure di innovazione tecnologica e organizzativa, le norme contro la criminalità organizzata, la necessaria parità tra accusa e difesa, e – soprattutto – le norme che indichino i termini per la ragionevole durata dei processi. Ma forse per il Governo e per il Pdl è giunto il momento di rilanciare ulteriormente sulla giustizia, agendo sulla separazione delle carriere e la reintroduzione della responsabilità civile dei magistrati, sulla riforma del CSM e poi ragionando su due apparenti totem, ossia la depenalizzazione dei reati minori e la non obbligatorietà dell’azione penale.

L’assieme di queste riforme, potrà finalmente restituire al paese una “giustizia giusta”, un sistema giuridico degno di tale nome e dimostrare così infine che la buona politica - quella della separazione dei poteri - agisce a favore dei cittadini e per l’interesse generale.

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