Perchè Di Pietro attacca Napolitano e il Pd tace (o quasi)?

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Perchè Di Pietro attacca Napolitano e il Pd tace (o quasi)?

08 Ottobre 2009

E’ solo l’istinto di sopravvivenza, e quindi la paura di soccombere, che spinge il Pd a scegliere il mutismo davanti agli attacchi forsennati di Antonio Di Pietro contro il presidente della Repubblica? E perché quando rompe il silenzio lo fa per sibilare parole di circostanza, come per quell’ “inaccettabile” appena accettabile sussurrato da Bersani per apostrofare l’accusa di viltà rivolta dal questurino al Capo dello Stato?

E perché il leader dell’Italia dei Valori ha preso a bombardare da qualche mese le postazioni del Quirinale? Certo, lo fa per ragioni tutte validissime, se analizzate dal particolare punto di vista dipietresco. Un punto di vista che si nutre di quegli umori abbastanza beceri, ma non inediti, che circolano con alterna fortuna in settori minoritari dell’opinione pubblica, ma sempre preziosi per coltivare o anche solo rinfrescare le radici della tradizione antiparlamentarista e sansepolcrista che riaffiora di tempo in tempo, come un fiume carsico, sulla scena pubblica. E che trova terreno fertile nella sinistra, come sempre nella storia, soprattutto nella sinistra un tempo marxista.

Il fuoco di Di Pietro su Napolitano ha una duplice ragione: da un lato, infatti, punta a indebolire il suo potere arbitrale, tornato visibile e decisivo in un quadro politico dove gli eserciti hanno ripreso a cannoneggiarsi senza mai però tentare l’affondo risolutivo. In questa condizione, Napolitano è agli occhi di Di Pietro il garante di un equilibrio politico che consente a Berlusconi di governare, e al Pd di rimpannucciarsi in attesa di concludere la traversata del deserto del più strampalato dei congressi.

Dall’altro lato, invece, Di Pietro mira a testare la capacità di tenuta del Pd, vale a dire costringerlo, nel guado di un congresso surreale non solo per le procedure,  a decidersi tra la lealtà istituzionale al Quirinale e la necessità di non spezzare l’ultimo filo dell’alleanza con chi ha messo Napolitano nel mirino.

Il disegno di Antonio Di Pietro appare sempre più nella sua interezza: isolare il Pd, indebolirne il ruolo di architrave di un possibile schieramento alternativo e poi, come il lupo fa con la pecora, aggredirlo una volta trascinato lontano dal possibile sistema di alleanze.

I vertici del Pd vedono tutto questo ma rimangono paralizzati come il topo davanti al cobra: se reagiscono temono l’affondo, se fuggono lasciano territori scoperti alle scorribande dipietriste. Qualche voce isolata tenta una reazione più energica: Marco Follini predica nel deserto quando ammonisce il partito a liberarsi dall’abbraccio mortale dell’Italia dei Valori. Lo ascoltano Vannino Chiti, e mercoledì 7 ottobre si è sentita la voce di Luigi Zanda, il vicepresidente vicario dei senatori, cultore del più puro antiberlusconimso tra le fila dei sostenitori di Franceschini.

La sentenza abnorme della Consulta sul Lodo Alfano sembra però destinata a rimescolare le carte nel contenzioso fra Di Pietro e il Pd. Almeno nel senso di un riallineamento del Pd sulle tesi giustizialiste di Di Pietro e di una riduzione del volume di fuoco del leader IdV sul Quirinale.

Il risultato sconfortante è un arretramento complessivo della sinistra al cui interno le voci “riformiste”, sul tema della giustizia o della Costituzione, sono destinate a spegnersi di nuovo, a essere soffocate dalla valanga di finto legalitarismo che sta per rotolare sui mezzi di informazione. E si prepara a travolgere le ultime, residue speranze di un ritorno del Pd alle ragioni della politica.