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Perchè Fatah non può garantire la pace

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Esiste oggi una finestra di opportunità per la pace tra israeliani e palestinesi? Mettiamola così: in termini diplomatici, varrebbe la pena guardare attraverso questa finestra ma, in termini analitici, non credo che qualcuno sia in grado di attraversarla. Dalle difficoltà della situazione attuale scaturiscono due problematiche la cui disamina, tuttavia, può contribuire a rendere più comprensibile la vicenda. La prima riguarda il logico contro il reale, la seconda il diplomatico contro l’analitico.         

Iniziamo da quella che agli osservatori esterni può sembrare una valutazione logica di quanto accade oggi. Corrisponde a qualcosa del genere: il controllo della West Bank da parte di Fatah e dell’Autorità Palestinese (Anp) sta prendendo seriamente forma. Hamas si è impadronita della Striscia di Gaza. Le infrastrutture palestinesi sono state devastate. Non sembrano esserci progressi verso la pace o uno stato indipendente. Alla luce della crisi in atto, è logico che la leadership di Fatah, guidata dal “presidente” Mahmoud Abbas e dal primo ministro Salam Fayyad, che pare essere un moderato, cerchi di dar vita a un nuovo corso. Possono consolidare la stabilità nella West Bank e rafforzare l’inquadramento delle forze militari di cui dispongono, utilizzare gli aiuti finanziari internazionali per migliorare le condizioni di vita della popolazione, costruire scuole e ospedali, creare le condizioni per lo sviluppo economico. E possono pacificarsi con Israele per conseguire uno Stato palestinese. Possono dire ai palestinesi: “Vedete come noi provvediamo al vostro bene al contrario di Hamas? Vi abbiamo garantito tutti questi benefici e per questo naturalmente dovete supportarci”. Ecco il lieto fine, il sipario si chiude con la standing ovation del pubblico. Ai giudizi positivi dei mezzi di comunicazione, seguono i premi Nobel.

Il punto però è che questo tipo d’approccio considera la politica palestinese come una scatola nera senza prendere in considerazione le sue dinamiche interne. O, in altre parole, tale interpretazione è assolutamente logica ma priva di aderenza alla realtà. E’ bene ricordare, poi, che si tratta precisamente dello stesso approccio utilizzato per giustificare il processo di pace di Oslo negli anni ’90. Yasir Arafat e l’Olp erano alle strette e correvano il rischio di scomparire. Non potevano dunque non considerare positivamente la disponibilità della comunità internazionale a salvarli conducendoli sul versante della moderazione. L’idea era che se Arafat si fosse trovato a governare il suo popolo - creando posti di lavoro, provvedendo alla manutenzione delle strade e alla raccolta dell’immondizia - avrebbe spontaneamente moderato le sue posizioni fino al raggiungimento di un accordo di pace complessivo.     

E’ vero che Abbas è più flessibile e meno radicale di Arafat, ma è anche molto più debole. Ha ammesso egli stesso che il suo governo non è nelle condizioni di fermare gli attacchi terroristici contro Israele dai territori che si presuppone siano sotto il suo controllo. Fatah è talmente fossilizzata, frammentata e corrotta che non è capace di cambiare il corso degli eventi. Né la gran parte dei suoi uomini di vertice lo desiderano. Preferirebbero mettersi in tasca i soldi degli aiuti internazionali piuttosto che impiegarli per opere concrete. E non vogliono essere considerati traditori della causa ricercando la moderazione. Non c’è modo insomma di ottenerne il placet a un accordo di pace che ponga fine al conflitto. Si può sperare almeno che prendano provvedimenti non così impegnativi come fermare gli attacchi contro Israele o ordinare ai media di smettere d’incitare il terrorismo. Tuttavia, anche queste modeste aspettative con molta probabilità rimarranno deluse.

Tutto ciò ci porta alla seconda questione. Secondo l’analisi sin qui effettuata i grandi sforzi diplomatici compiuti finora crolleranno su loro stessi. Significa che non si dovrebbe neppure tentare? In diplomazia si possono fare cose con la consapevolezza che saranno destinate a fallire se servono comunque a qualche scopo e non pregiudicano gli interessi altrui. Al momento, questo significa dialogare con i paesi arabi nel tentativo d’incoraggiarli a ridurre la tensione e a fare dei passi in avanti in direzione della pace, e significa puntare su Fatah e su l’Anp per verificare se qualche progresso può essere fatto verso una soluzione politica del conflitto.

Ci sono pure obiettivi più immediati da raggiungere e che oggi sono a forte rischio: aiutare Fatah a sopravvivere perché è pur sempre preferibile ad Hamas (sebbene le differenze possono essere più sfumate di quanto comunemente si creda); spingerlo a fermare il terrorismo dalla West Bank e ad attenuare la propaganda antisraeliana e filoterrorista dei media e delle istituzioni palestinesi. Inoltre, dimostrare che Israele e l’Occidente desiderano davvero una pace giusta, e che per questo forse sono disposti a porre le basi per uno sforzo di lungo periodo, è un ulteriore elemento che convince della bontà delle vie diplomatiche.   

Tale impostazione richiede equilibrio e una forte dose di scetticismo, basato sulla considerazione che la pace definitiva è lontana decenni e che la strada intrapresa da Fatah verso il suicidio politico appare inarrestabile. Per questo è necessario non abbindolare l’opinione pubblica facendole credere che la pace è vicina e che ci siano anche buone possibilità di raggiungerla. I politici non devono perdere il cervello entrando in competizione per elaborare piani di pace, organizzare conferenze ed elargire finanziamenti, iniziative queste che si risolveranno come sempre in un buco nell’acqua. Non bisogna far finta che Abbas sia un grande uomo di pace o che Fatah sia un raggruppamento di moderati. Non bisogna dar seguito al falso mito che la pace dipende dalle concessioni d’Israele e quindi non bisogna avventurarsi in concessioni pericolose e correre rischi inutili per rafforzare la fiducia reciproca o dare prova di benevolenza.     

Si può dire, paradossalmente, che il risparmiare ai leader di Fatah una fine violenta e sanguinosa non sia condizionato all’accettazione da parte loro della via delle riforme e la moderazione.   Sembra piuttosto che Fatah stia facendo un favore agli americani e agli israeliani accettando il loro aiuto senza che in cambio gli venga richiesto un cambiamento di rotta.

Dalla direzione imboccata dalla crisi, per quanto l’idea di fondo della strategia abbia un senso, già s’intravedono quelli che, con ogni probabilità, saranno gli sviluppo futuri: i piani di pace finiranno nel dimenticatoio, il denaro verrà sprecato, le vittime si moltiplicheranno e il mondo avrà una percezione sempre più mistificata della natura del conflitto che in realtà si protrae a causa dell’oltranzismo dei palestinesi.


Barry Rubin è direttore del Global Research in International Affairs Center (GLORIA) ed editore del Middle East Review of International Affairs Journal (MERIA) e dei Turkish Studies.

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