Perché i nostri salari sono i più bassi d’Europa
14 Dicembre 2007
Se il lavoro rappresenta la
situazione esistenziale nella quale per eccellenza la persona manifesta la propia
dinamica umana socialmente piu’ rilevante, allora vuol dire che sarebbe
civilmente irresponsabile non considerare le trasformazioni che negli ultimi
anni hanno investito il rapporto uomo-lavoro.
Tali trasformazioni non sono
soltanto l’esito di una presunta maggiore o minore coscienza di classe da parte
del lavoratore (dipende dalla prospettiva dell’osservatore), ma evidenziano una
radicale evoluzione del rapporto stato-cittadino.
L’organizzazione del lavoro e
con essa l’articolazione delle relazioni industriali e sindacali hanno
riflettutto il passaggio da un modello classico che chiameremmo “servo-padrone”
– migliorando progressivamente e possibilmente le condizioni economiche e
sociali del lavoro grazie all’opera congiunta dei sindacati dei lavoratori e di
quelli datoriali, ad un modello il cui paradigma riflette le ragioni del principio
di sussidiarietà.
In primo luogo, in forza di tale principio, il suddetto
binomio perde le caratteristiche della desueta e ideologica relazione
“servo-padrone” per radicarsi nelle relazioni di cittadinanza tra le parti che
compongono la variegata “società civile”.
In secondo luogo, ciò che determina
l’ordine in una società civile articolata secondo il principio di
sussidiarietà è la consapevolezza logica, morale e politica-economica che le
conoscenze disperse di tempo e di luogo necessitano inevitabilmente
dell’individuazione di inediti centri decisionali sempre piu’ prossimi alle
rispettive parti che avvertono l’esigenza della soluzione del bisogno stesso.
Dunque, se il lavoro è causa efficiente dell’edificazione di una società
civile libera e virtuosa, la riarticolazione delle relazioni sindacali su base
sussidiaria rappresenta a pieno titolo il fondamento del passaggio dal
centralistico, diseconomico e incivile (in quanto anti-sociale) “welfare
state” al più umano, cicile ed economicamente produttivo “welfare society”: la
ricerca del benessere civile che tenga conto della liberta’ e della dipendenza
reciproca di ciascun a persona.
Le notizie degli ultimi giorni
sul rincaro dei prezzi hanno riacceso i riflettori sulla questione salariale e,
parallelamente, accellerato il dialogo, seppur informale, tra confindustria e
sindacati sul tema della riforma della contrattazione collettiva.
Sebbene per oltre
cinquant’anni il contratto collettivo parametro sia riuscito a garantire al
lavoratore ed alla sua famiglia una retribuzione tale da assicurargli
un’esistenza libera e dignitosa, oggi non è più così. È cambiato il contesto
economico di riferimento, il ruolo dello Stato nell’economia, le esigenze di un
mondo produttivo sempre più esposto alla competizione internazionale.
L’accordo del 1993 ha previsto
un doppio livello di contrattazione: uno nazionale, inderogabile, ed uno
aziendale collegato all’andamento della produttività. Ne è scaturito un sistema
per cui i contratti collettivi nazionali, dovendo assicurare l’uniformità del
trattamento retributivo su un territorio nazionale tutt’altro che
economicamente omogeneo, fissano salari normalmente bassi che, almeno in
teoria, dovrebbero essere incrementati in sede di contrattazione integrativa
aziendale.
Vero è, però, che ciò avviene
solo nel 10% dei casi con la conseguenza che in nome dell’uniformità del
trattamento retributivo e dell’ideologia vengono penalizzati i lavoratori delle
piccole e medie imprese: l’asse portante del sistema imprenditoriale italiano.
Se ciò non bastasse v’è un
altro aspetto da considerare. Lo status quo non solo non tutela i
lavoratori delle imprese più piccole che generalmente non applicano la
contrattazione di secondo livello ma, non permettendo investimenti sul capitale
umano, non favorisce la competitività del nostro sistema produttivo.
Ecco spiegato, almeno in
parte, il perché i nostri salari sono i più bassi d’Europa, le imprese non
reggono la competizione internazionale, i consumi non crescono e la
confluttualità tra datori di lavoro e lavoratori ha raggiunto livelli ormai
insostenibili.
Che fare allora per risolvere
la questione salariale senza pregiudicare gli interessi dell’impresa?
Qualunque soluzione si voglia
adottare, il nodo centrale da sciogliere resta la produttività del lavoro ed il
passaggio da una politica sindacale conflittuale ad una logica di condivisione
dei lavoratori alle sorti dell’impresa. Per questo, occorre puntare sulla
principale tra le risorse economiche: il capitale umano, la voglia di lavorare,
la creatività, l’inventiva e l’imprenditorialità dei lavoratori.
Ciò significa, concretamente,
fare due operazioni.
In primo luogo, riformare la
contrattazione abbandonando quell’idea secondo cui la giusta retribuzione può
essere fissata solo a livello nazionale e non a livello territoriale o
aziendale. In tal senso, fermo restando il doppio livello di contrattazione,
occorrerebbe prevedere che il contratto collettivo nazionale pur continuando a
determinare i livelli minimi di retribuzione sia derogabile, anche in negativo,
in sede di contrattazione integrativa (regionale, provinciale o aziendale)
in presenza di particolari esigienze del mondo produttivo, dei lavoratori o
delle politiche di sviluppo locale. Ciò significherebbe spostare il baricentro
della contrattazione permettendo così: a quella nazionale di fissare livelli
retributivi decisamente più elevati; e a quella integrativa di dar vita a
modelli sperimentali di assetto dei rapporti di lavoro diversi rispetto a
quelli stabiliti nel contratto nazionale, maggiormente coerenti con le
caratteristiche territoriali e capaci di realizzare effettivamente uno scambio
virtuoso tra produttività e salario.
Si tratterebbe, in altri
termini, di dar vita ad un sistema di contrattazione capace non solo di
ridistribuire ma anche e soprattutto di creare nuova ricchezza e benessere
attraverso una migliore allocazione delle risorse.
In secondo luogo, superare il
principio di omnicomprensività della retribuzione in sede di prelievo fiscale e
previdenziale dando vita ad un sistema tributario (e ciò a maggior ragione in
vista dell’attuazione del federalismo fiscale) capace di incentivare la
produttività del lavoro attraverso un efficace sistema di sgravi ed agevolazioni
fiscali.
Su queste tematiche e
proposte, il think-tank cattolico-liberale Centro Tocqueville-Acton ha
avviato nei giorni scorsi una serie di iniziative ed incontri di studio che
hanno visto il coinvolgimento di sindacati e mondo politico. La questione
salariale, infatti, può essere affrontata e risolta solo attraverso interventi
strutturali sufficientemente
lungimiranti, coerenti e condivisi.
