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Perché i nostri salari sono i più bassi d’Europa

Se il lavoro rappresenta la situazione esistenziale nella quale per eccellenza la persona manifesta la propia dinamica umana socialmente piu’ rilevante, allora vuol dire che sarebbe civilmente irresponsabile non considerare le trasformazioni che negli ultimi anni hanno investito il rapporto uomo-lavoro.

Tali trasformazioni non sono soltanto l’esito di una presunta maggiore o minore coscienza di classe da parte del lavoratore (dipende dalla prospettiva dell’osservatore), ma evidenziano una radicale evoluzione del rapporto stato-cittadino.

L’organizzazione del lavoro e con essa l’articolazione delle relazioni industriali e sindacali hanno riflettutto il passaggio da un modello classico che chiameremmo “servo-padrone” – migliorando progressivamente e possibilmente le condizioni economiche e sociali del lavoro grazie all’opera congiunta dei sindacati dei lavoratori e di quelli datoriali, ad un modello il cui paradigma riflette le ragioni del principio di sussidiarietà.

In primo luogo, in forza di tale principio, il suddetto binomio perde le caratteristiche della desueta e ideologica relazione “servo-padrone” per radicarsi nelle relazioni di cittadinanza tra le parti che compongono la variegata “società civile”.

In secondo luogo, ciò che determina l’ordine in una società civile articolata secondo il principio di sussidiarietà è la consapevolezza logica, morale e politica-economica che le conoscenze disperse di tempo e di luogo necessitano inevitabilmente dell’individuazione di inediti centri decisionali sempre piu’ prossimi alle rispettive parti che avvertono l’esigenza della soluzione del bisogno stesso. Dunque, se il lavoro è causa efficiente dell’edificazione di una società civile libera e virtuosa, la riarticolazione delle relazioni sindacali su base sussidiaria rappresenta a pieno titolo il fondamento del passaggio dal centralistico, diseconomico e incivile (in quanto anti-sociale) “welfare state” al più umano, cicile ed economicamente produttivo “welfare society”: la ricerca del benessere civile che tenga conto della liberta’ e della dipendenza reciproca di ciascun a persona.

Le notizie degli ultimi giorni sul rincaro dei prezzi hanno riacceso i riflettori sulla questione salariale e, parallelamente, accellerato il dialogo, seppur informale, tra confindustria e sindacati sul tema della riforma della contrattazione collettiva.

Sebbene per oltre cinquant’anni il contratto collettivo parametro sia riuscito a garantire al lavoratore ed alla sua famiglia una retribuzione tale da assicurargli un’esistenza libera e dignitosa, oggi non è più così. È cambiato il contesto economico di riferimento, il ruolo dello Stato nell’economia, le esigenze di un mondo produttivo sempre più esposto alla competizione internazionale.

L’accordo del 1993 ha previsto un doppio livello di contrattazione: uno nazionale, inderogabile, ed uno aziendale collegato all’andamento della produttività. Ne è scaturito un sistema per cui i contratti collettivi nazionali, dovendo assicurare l’uniformità del trattamento retributivo su un territorio nazionale tutt’altro che economicamente omogeneo, fissano salari normalmente bassi che, almeno in teoria, dovrebbero essere incrementati in sede di contrattazione integrativa aziendale.

Vero è, però, che ciò avviene solo nel 10% dei casi con la conseguenza che in nome dell’uniformità del trattamento retributivo e dell’ideologia vengono penalizzati i lavoratori delle piccole e medie imprese: l’asse portante del sistema imprenditoriale italiano.

Se ciò non bastasse v’è un altro aspetto da considerare. Lo status quo non solo non tutela i lavoratori delle imprese più piccole che generalmente non applicano la contrattazione di secondo livello ma, non permettendo investimenti sul capitale umano, non favorisce la competitività del nostro sistema produttivo.

Ecco spiegato, almeno in parte, il perché i nostri salari sono i più bassi d’Europa, le imprese non reggono la competizione internazionale, i consumi non crescono e la confluttualità tra datori di lavoro e lavoratori ha raggiunto livelli ormai insostenibili.

Che fare allora per risolvere la questione salariale senza pregiudicare gli interessi dell’impresa?

Qualunque soluzione si voglia adottare, il nodo centrale da sciogliere resta la produttività del lavoro ed il passaggio da una politica sindacale conflittuale ad una logica di condivisione dei lavoratori alle sorti dell’impresa. Per questo, occorre puntare sulla principale tra le risorse economiche: il capitale umano, la voglia di lavorare, la creatività, l’inventiva e l’imprenditorialità dei lavoratori. 

Ciò significa, concretamente, fare due operazioni.

In primo luogo, riformare la contrattazione abbandonando quell’idea secondo cui la giusta retribuzione può essere fissata solo a livello nazionale e non a livello territoriale o aziendale. In tal senso, fermo restando il doppio livello di contrattazione, occorrerebbe prevedere che il contratto collettivo nazionale pur continuando a determinare i livelli minimi di retribuzione sia derogabile, anche in negativo, in sede di contrattazione integrativa (regionale, provinciale o aziendale) in presenza di particolari esigienze del mondo produttivo, dei lavoratori o delle politiche di sviluppo locale. Ciò significherebbe spostare il baricentro della contrattazione permettendo così: a quella nazionale di fissare livelli retributivi decisamente più elevati; e a quella integrativa di dar vita a modelli sperimentali di assetto dei rapporti di lavoro diversi rispetto a quelli stabiliti nel contratto nazionale, maggiormente coerenti con le caratteristiche territoriali e capaci di realizzare effettivamente uno scambio virtuoso tra produttività e salario.

Si tratterebbe, in altri termini, di dar vita ad un sistema di contrattazione capace non solo di ridistribuire ma anche e soprattutto di creare nuova ricchezza e benessere attraverso una migliore allocazione delle risorse.

In secondo luogo, superare il principio di omnicomprensività della retribuzione in sede di prelievo fiscale e previdenziale dando vita ad un sistema tributario (e ciò a maggior ragione in vista dell’attuazione del federalismo fiscale) capace di incentivare la produttività del lavoro attraverso un efficace sistema di sgravi ed agevolazioni fiscali.

Su queste tematiche e proposte, il think-tank cattolico-liberale Centro Tocqueville-Acton ha avviato nei giorni scorsi una serie di iniziative ed incontri di studio che hanno visto il coinvolgimento di sindacati e mondo politico. La questione salariale, infatti, può essere affrontata e risolta solo attraverso interventi strutturali sufficientemente  lungimiranti, coerenti e condivisi. 

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2 COMMENTS

  1. salari
    il problema dei nostri salari e pensini degli ex operai dipendenti stà tutto nelle troppe tasse che dobbiamo pagare per mantenere un apparato burocratico e una pletora di ministri senatori e mim’ e cocò il nostro problema son gli alti stipendi di chi ci governa e dei vari Manager??? pubblici che non si capisce bene come hanno fatto a piazzarsi li . Chi manda in rosso una azienda non si prende poi la buonauscita di svariati milioni di euro ma dovrebbe essere buttato fuori e obbligato a risarcire il deficit che haprocurato con i suoi errori pacchiani. Direttori , vice e braccia rubate alla terra . diamogli una zappa e lavorare non dirigere alitalia ferrovie dello stato e quanto altro – loro + ministri deputati. senatori a dismisura sono l’inflazione dell’italia

  2. Io direi che il nostro
    Io direi che il nostro potere d’acquisto è il più basso d’europa.

    Un esempio banale farà capire qual è stato il problema dall’entrata dell’euro.
    Il contadino o il fruttivendolo quando ha dovuto dividere il prezzo in lire per 1936,27 ha avuto difficoltà serie per ignoranza.

    Al tempo, per esempio un Kg. di mele costava 1200 lire e per il povero fruttivendolo dividere era cosa difficile e allora invece di trasformarlo in 0,62 euro lo ha arrotondato ad 1,00 EURO. In pratica lo ha aumentato più del 60 per cento.
    C’è poco altro da dire. Siamo andati avanti così.
    Ormai si lasciano 5 euro di mancia (10000 LIRE). Si lasciano 20 centesimi di mancia al “Barista” (400 lire). La benzina costa 3000 lire al kg, ecc…
    Carissimi, il nostro stipendio è stato diviso per 1936,27. C’è poco da dire
    Guardando il trend dell’inflazione su http://www.rivaluta.it/inflazione.htm mi sono impressionato.
    Ne vedremo delle belle tra qualche mese.
    Gli immobili all’asta più quelli invenduti inonderanno il nostro paese.

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