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Perché il bipartitismo all’anglosassone non fa per noi

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Il dibattito che infuria su quale possa essere la migliore legge elettorale per il nostro Paese sta tralasciandoo l’ipotesi del bipartitismo anglosassone. Questo sistema è senza dubbio frutto di un’evoluzione storica lontana dalla tradizione italiana ma è capace di offrire spunti assai interessanti,soprattutto in termini di governabilità e alternanza.

Grazie al sistema bipartitico (basato fino al XIX secolo sulla contrapposizione tra il partito conservatore dei Tories  e quello liberale dei Whigs , poi soppiantato  nel secolo scorso dal partito laburista) e al sistema elettorale maggioritario a turno unico (introdotto in via definitiva nel 1885), che ha favorito il bipartitismo, il corpo elettorale, quando vota per la Camera dei Comuni, dà anche un’indicazione a favore del leader candidato a Premier. In questo modo si garantisce il formarsi di una maggioranza assoluta in grado di portare avanti il proprio programma senza ostacoli.

I problemi di applicazione sorgono se si riflette su quali dovrebbero essere, in Italia, gli interpreti di questo copione. Da una parte il nascituro Partito Democratico; dall’altra un Partito unico del centro-destra che oggi appare lontano quanto mai.

La prima formazione, nascitura ma, verrebbe da dire, non ancora concepita, si profila come l’esito di una fusione fredda tra DS e DL che si scioglieranno formalmente mantenendo intatte gerarchie e nomenclature. Si sperava, dopo il teatrino tirato su in occasione delle primarie dell’Unione, in una competizione vera, in una contesa trasparente in cui si confrontassero i reali opinion makers di tutti i partiti riformisti che convergono nel centro-sinistra. Saranno invece delle primarie  ad usum delfini , anzi ad usum Veltroni.

L’Ufficio tecnico ha escluso gli unici candidati scomodi che potevano ostacolare la trionfale cavalcata del sindaco di Roma, facendo terra bruciata attorno a lui. Antonio Di Pietro, Marco Pannella e Furio Colombo sono stati esclusi dalla contesa con motivazioni che dissimulano ragioni esclusivamente politiche.

I primi due ufficialmente perchè appartenenti a forze diverse che non hanno ancora annunciato il loro scioglimento, pur avendo dall’inizio sostenuto strenuamente tale progetto. In realtà sarebbero stati gli unici in grado di sparigliare le carte, di porre Veltroni dinanzi a questioni scomode come i delicati nodi etici e il rapporto con la magistratura adesso che i vertici dei DS sono coinvolti nei noti torbidi giudiziari. Ma non potranno farlo; al posto loro reciteranno il ruolo di (poco) agguerriti comprimari Enrico Letta e Rosy Bindi, sacrificati sull’altare veltroniano.

Prepariamoci dunque a celebrare la vittoria di Walter, l’inizio della “nuova stagione” (come recita il suo slogan) che dovrebbe rivoluzionare la sinistra italiana, ma si presenta già attraverso il ticket con Dario Franceschini, espressione chiara di spartizione correntizia

Suonano come una beffa le parole di Prodi nella lettera indirizzata ai candidati alla segreteria del PD. Il Presidente del Consiglio parla di un nuovo partito che include e accoglie tutti coloro che si riconoscono nei suoi valori. Ispira tenerezza tanta spavalderia proprio il giorno dopo lo stop al radicale e al leader de L’Italia dei valori.

L’estromissione di Pannella e della sua vena liberale delinea quale sarà l’anima del PD, una melassa composta  da ex comunisti e dai cosiddetti teo-dem che difficilmente potrà rappresentare la provvidenza che promette di essere.

Sull’altro fronte, la CDL sembra non avere ancora compreso l’importanza di riunirsi in un solo partito, di offrire una voce unica agli elettori. Berlusconi, che in passato aveva parlato del Partito delle libertà come la sua eredità politica, oggi sembra ripudiare quell’idea, forse per il timore di perdere la leadership. Casini appare troppo impegnato a smarcarsi per guardare lontano e immaginare un futuro comune. L’unico a porre all’ordine del giorno la prospettiva unitaria è Fini, vox clamans in deserto, che non si rassegna a mettere da parte un progetto che potrebbe anche essere penalizzante per AN.

Per tutte queste ragioni il sistema elettorale inglese appare di ardua applicazione, laddove sono tanto complicati i processi di reductio ad unum dei partiti italiani, troppo legati a poltrone e prebende.

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3 COMMENTS

  1. bipartitismo inglese
    L’impossibilità di applicare da noi il bipartitismo anglosassone verrebbe meno se si giungesse ad una nuova legge che obbligasse a tale bipartitismo. Basterebbe arrivare ad una elezione su base regionale con la semplice clausola che concorrano all’assegnazione dei seggi solo i primi due partiti di ogni regione. A questo punto, Pannella e Di Pietro sarebbero costretti ad iscriversi veramente al Partito Democratico e lo stesso accorpamento avverrebbe per i partiti del centro-destra. Tralascio le varie altre clausole necessarie ad evitare trucchetti elettorali e post-elettorali, ma la cosa a me sembra fattibile e , se necessario, sono disponibile ad illustrarla meglio.
    Raffaele Riccardi

  2. il sistema elettorale conta fino ad un certo punto
    Si può discutere di sistemi elettorali quanto si vuole ma il fatto è che manca da una parte una cultura politica condivisa tra i politici e dall’altra un’aurea di sacralità o quanto meno di rispetto delle istituzioni repubblicane non solo tra i politici ma anche tra la gente comune.

    In Inghilterra il Primo Ministro deve la sua posizione al fatto di essere a capo non solo si di un partito di massa ma anche del gruppo parlamentare in Parlamento.

    Basta andare a vedere come vengono eletti i capi dei partiti nel Regno Unito e il ruolo rilevante che ha il gruppo parlamentare .
    Oppure vedere che il capo dell’Opposizione ha un ruolo istituzionale e viene retribuito per questo.

    In breve quando si assiste a quel mirabile spettacolo che è il Question Time del Primo Ministro ogni mercoledì non si può fare a meno di notare il fatto che, nonostante le aspre divergenze d’opinione, i membri del Parlamento sono tutti della stessa “famiglia”. Hanno cioè un’identità di valori nazionali di fondo.

    In Italia, invece, con maggioritario o proporzionale l’unica alternativa è tra un sistema politico bloccato in trincee contrapposte oppure la riesumazione di un centro che afferma di avere il diritto/dovere divino di gestire il potere.

    La frammentazione politica non è la causa dei problemi ma solo un effetto di un’unità culturale del popolo italiano, in termini nazionali, che esiste solo sulla carta.

    Se si vuole rafforzare la nazione è ora di riconoscere senza paura questa semplice ed empiricamente verificabile verità . Non ci può essere consenso nelle istituzioni se si nasconde una verità evidente.
    L’Italia quindi deve valorizzare le proprie differenze interne organizzandole però in modo organico e collaborativo anziché perpetuare un modello conflittuale costoso e inefficace.

  3. mi sembra interessante la
    mi sembra interessante la proposta di raffaele riccardi. puoi spiegarla più nei dettagli? cm si potrebbe evitare lo stesso rischio del referendum, cioè che i partiti si presentino in due grandi listoni e poi si dividano in parlamento?

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