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Perché il Pd non ha ancora parlato di un ministro dell’Economia?

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Il ministro dell’Economia di un eventuale governo Veltroni? Forse un uomo ma anche una donna. Un politico o magari un tecnico. Un imprenditore del Nord-Est o, perché no, un professore dalla provata fede riformista.

A un mese dal voto nella casella più significativa, nell’incarico capace di dare un’identità precisa e influenzare il lavoro di un’intera squadra di ministri, continua a campeggiare una grande “x”. Un’incognita che allunga la sua ombra sulla credibilità di un programma economico che – in assenza di un  “Mister Economia” designato – assomiglia più a un esercizio di stile che a un elenco di priorità concrete da tramutare in azione e disegni di legge nei primi cento giorni di governo.

Naturalmente non sono escluse svolte nei prossimi giorni ma, al momento, la sensazione diffusa, è che il programma del Pd più che un manifesto piantato nel presente, più che una piattaforma delle cose da fare qui e ora sia un esercizio di marketing e di riposizionamento sul mercato, un’operazione di immagine utile a dimostrare che non non esiste più la sinistra “tassa e spendi”ma oggi il partito nato dalla fusione di Ds e Margherita è una forza nuova e diversa, figlia di una società aperta.

È evidente, infatti, che sostenere, come ha fatto Walter Veltroni che “nessun ragazzo o nessuna ragazza può avere meno di mille-millecento euro al mese” è un’indicazione che serve ad accendere fantasie ma non acquista sostanza concreta fino a quando non viene corredata da una postilla sulla sua copertura finanziaria.

E’ anche per questo che il totonomine fatica a prendere quota e perfino Repubblica, nel primo “retroscena” sulla possibile squadra veltroniana, evita di fare ipotesi sull’inquilino “democratico” di Via XX Settembre.

Quel che è certo è che la politica economica del Pd è un work in progress e potrebbe ancora prendere strade molto diverse, a seconda del bivio e della persona scelta. Perché ogni nome avrebbe un significato diverso e detterebbe un messaggio proprio.

C’è chi vede nella candidatura (improbabile) di un “duro” come Calearo la prospettiva di una sorta di delega concessa al ceto produttivo per compiere le scelte cruciali. Come dire: l’economia agli imprenditori, magari con Gianni Zonin, presidente dell'omonimo gruppo vitivinicolo italiano, alle Attività Produttive.

Altri vedono ben piazzato il binomio Bersani-Ichino, con un’inevitabile accelerazione in chiave liberal.

Alcuni raccontano anche che il posto sarebbe stato offerto a Mario Monti ma che lui avrebbe gentilemente declinato.

Ma c’è anche una scuola di pensiero che suggerisce che per un programma capace di generare molta spesa – senza nessun Visco liberato a caccia di risorse per la copertura degli sbandierati salari minimi – sia necessario un politico, magari perfino un Massimo D’Alema. Insomma, al momento sul tavolo delle scelte ci sono ancora tutte le opzioni possibili. Compresa quella di Giuliano Amato.

Quel che è certo è che a scuotere le già fragili certezze del Pd in questo campo ci ha pensato l’affondo di Giulio Tremonti sulla necessità di protezione delle merci europee dalla concorrenza scorretta della  tigre cinese.

Un affondo che ha trovato terreno fertile in quella parte del Pd che di mercatismo ostinato e a senso unico non vuole proprio sentire parlare e, davanti alle parole del ministro dell’Economia designato dal Popolo delle libertà, inciampa in una crisi di identità. E si scopre improvvisamente un po’ tremontiana.

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